Boris Giuliano, lo sceriffo




Questa è una storia che inizia con una imprecisione sul nome. Il Commissario Boris Giuliano, ottimo poliziotto della squadra mobile, diventatone poi anche capo, non si chiamava Boris. Non di primo nome. Per tutti in famiglia era Giorgio. 

Per i giornalisti Boris era una pennellata nominativa che ben contornava l’intero quadro. Un uomo allegro ma duro, scrupoloso nel suo lavoro con due baffi e un viso da poliziotto americano. Soprannominato non a caso e senza alcuna ironia “lo sceriffo”. Questa è una storia che ricorda vagamente la battaglia delle Termopili. Tra gli anni sessanta e settanta la mafia scatenava tutta la sua potenza di fuoco contro chiunque provasse a contrastarla. Era il periodo dei Corleonesi impegnati a fare pulizia dentro e fuori le cosche. 

A contrastare un esercito invisibile c’erano anche onesti portatori di divise delle forze dell’ordine. Persone che contrariamente a tanti ibridi conoscevano esattamente i confini tra il bene e il male e li difendevano. Boris era uno di questi. Nella gola che separava Palermo dalla sua invasione barbarico-mafiosa c’era anche lui. I giornalisti di cronaca nera che a quei tempi convivevano con gli orari della squadra mobile ricordano con una punta di tenerezza un furgoncino, simbolo della povertà dei mezzi con cui si contrastava il crimine. Era uno dei pochi mezzi civetta usati per il pedinamento. 


C’era poco materiale ma tanto cervello. Boris era uno dei più brillanti. Il problema, più per la mafia che per lui, era che tutto gli riusciva dannatamente facile. Sembrava che avesse le stimmate dell’intuizione, ma aveva anche una dote che alla lunga ne ha fatto il nemico numero uno di Cosa Nostra. Non mollava mai. Per questo ancora adesso le vie che conducono al suo omicidio sono plurime, anche se motivate da unica mano. Indagava alacremente sulla scomparsa di De Mauro, giornalista de “l’Ora”, fu il primo a intuire le implicazioni scomode delle piste che seguiva. Una fra tutte quella che chiariva definitivamente la morte di Enrico Mattei, i suoi mandanti e i motivi che portarono al sabotaggio del suo aereo. Fu tra i primi ad ascoltare il progenitore di tutti i pentiti di mafia, Leonardo Vitale, considerato successivamente pazzo, ma in gradi di snocciolare agli increduli inquirenti un quadro di cosa nostra che Buscetta anni dopo, dovrà solo limitarsi a confermare. 

Il meccanismo della sua eliminazione sembra scattare su un episodio, il ritrovamento di una valigia all’aeroporto contenente denaro a pagamento di una partita di droga. È uno degli elementi su cui Giuliano inizia a verificare tutti i rapporti tra mafia e stupefacenti, collaborando con l’FBI allo smantellamento di una porzione importante dell’asse di traffico italo americano. 


Prima di quel 21 luglio 1979, giorno in cui come dice Daniele Billitteri sul suo libro dedicato al suo amico Commissario Boris Giuliano “voleva pagare solo un caffè al bar Lux e la mafia gli fece pagare tutto”, Boris lascia piccole gocce di episodi allegri. Come quando raccontava che in un paesino i carabinieri stavano indagando su un omicidio e lui stava dando una mano. Il maresciallo incaricato delle indagini aveva in mano un fucile forse usato per il delitto ma sentenziò: “questo fucile non spara da anni!”, Giuliano si accorse che nella stanza insieme a loro c’era anche il sospetto, fermato e lasciato in disparte. 

Gli chiese solo: “sei stato tu?”, risposta “si!” “e perché non l’hai detto?” , “nessuno me lo aveva chiesto”, “con che hai sparato?” , “con quello”. Stava indicando il fucile in mano al Maresciallo, quello che non sparava da anni. Lascia la sua malinconia nel vedere andare via tra il piombo amici e colleghi, dicendo “è il nostro mestiere, dobbiamo aspettarcelo”. Lascia la sua immagine di uomo coraggioso ma non imprudente. 

Aveva paura, ma andava avanti anche se come canta Faletti in “signor tenente”: qui diventa sempre più dura quando ci tocca di fare i conti con il coraggio della paura. Quello che più colpisce è che se ne è andato come uno sceriffo a cavallo. Il suo più grande dramma era proprio quello di trovarsi a cavallo tra una mafia rurale e una che metteva le mani su Palermo con tutti i mezzi. Ma questo non può spaventare uno sceriffo.

Blood Brothers




- Ciao Paolo!
- Ciao Giovanni...
- Qui lo sapevano tutti che saresti venuto, io però non volevo vederti più. O meglio non volevo vederti così presto.
- Lo so, ma prima o poi dovevamo incontrarci di nuovo...poi presto, cinquantasette giorni per me non sono passati, anzi, ogni minuto mi si appiccicava addosso come una vesta surata. Mi dispiace per i miei figli, per il loro volermi bene costretto dal mio mestiere e Agnese, che ora non avrà più me che le racconto una bella storia ogni sera a rinnovare il nostro amore. Ecco, quello mi fa più male. Più di tutto quello che mi è successo.
- Paolo?
- Che vuoi Giovanni?
- Ma tu dimmi se è possibile che per volere bene a un amico devi sperare di non rivederlo...
- Hai ragione, non ti era mai successo?
- Mai Paolo, sono morto una volta sola, come tutti i coraggiosi, ma non avrei mai voluto la tua morte, nemmeno quella volta sola.
- Eppure pensa che forse, se esisteva un modo per svegliare qualcuno, era che chiudessimo gli occhi noi. Beato il paese che non ha bisogno di eroi. Ma noi non ci sentivamo eroi. L’eroe arriva, ha tutti dalla sua parte, mette le cose a posto e salva il mondo.
- Hai ragione Paolo, non eravamo eroi, anche perchè invece del mantello a nuatri n’attuccavanu carte processuali e colleghi invidiosi.
- Senza contare che la nostra paura era pure quella di fare male a chi ci faceva da scorta. Io la prima volta che vidi Emanuela Loi, mi parse così bella che le dissi “ma sei sicura che devi fare tu la scorta a me, mi sa che devo farla io a te”. E poi tutti i ragazzi, almeno loro. Penso ad Agostino Catalano, mischino, vedovo, che si era risposato e aveva due figli, oggi manco ci doveva essere.
- Ah no?
- Ncachì, Giovà, fu che eravamo sotto il numero sufficiente e si offrì, ma penso pure a Vincenzo, a Walter che pure ha sostituito un collega, a Claudio. Alla gente dei palazzi.
- Lo so, Come dissi poco prima di morire, qui per essere credibili bisogna essere deceduti, da vivi ti guardano come fossi una sorta di disturbo, io manco uscivo più a mangiare fuori o al cinema, ogni volta bisognava fare sgomberare tutto. Però sono contento di vederti, o forse dovrei dire scontento.
- Offrimi una sigaretta Giovà, che adesso ci resta solo memoria. E tempo. E quella cosa che sembra che non arrivi mai. E io quando arriverà sorriderò, pure da qui dove sono adesso con te, che almeno ho un buon amico con cui ridiscutere e anche scornarmi, come facevamo ogni tanto, quella cosa la vorrei finalmente vedere e capire come è fatta, ne abbiamo parlato, l'abbiamo chiesta, invocata e pretesa. Ma chissà come è fatta quella cosa.
- Cosa?
- La Giustizia, Giovà! sarebbe pure ora di cominciare a sorridere per giustizia. Amunì, vediamo dove mi hanno sistemato, macari è come in vita e abbiamo le stanze vicine.

La foto mai dimenticata, è di Tony Gentile.

Correttezza



La correttezza è una dea che invochiamo soltanto quando qualcuno ci ha sottratto qualcosa. Se ci fate caso, gli scorretti sono sempre gli altri, quasi mai noi. Raramente sentiamo espressioni di autocritica del tipo “sono stato sleale”, mentre in terza persona è più diffuso della Coca-Cola.

Eppure forse se ci guardiamo bene dentro, ci sarà stata almeno una volta che abbiamo tenuto il piede in due scarpe, che abbiamo soddisfatto il nostro ego a discapito di qualche sentimento sincero che ci è stato dato. Che abbiamo anche noi forse a volte, se non tradito, a volte deluso la buona fede. E forse il confine sta proprio non tra buoni e cattivi, come quando ci serviva questo criterio da bambini, ma tra chi questa slealtà la applica seriamente e serialmente, in maniera quasi scientifica se non premeditata e chi invece ogni tanto sparge un micro seme nel grande campo di cazzate combinate da tutti.

Eppure riflettendo in discorsi tra amici, ho imparato una lezione. La correttezza è qualcosa che ci si ritorce contro. Esatto. La vera lealtà è fare qualcosa che potrebbe non solo compensare i torti, ma addirittura farcela prendere sonoramente e clamorosamente in saccoccia. E forse per questo la pretendiamo dagli altri, ma in noi non è facile imporla con questa possibilità di svantaggio.

Uno degli esempi più classici di questo tipo di correttezza mi è sovvenuto leggendo di Renato Cesarini. Giocatore della Juve anni ‘30, cinque scudetti consecutivi con i bianconeri, famoso per i gol in “zona Cesarini”, espressione usata ancora adesso per indicare le reti realizzate sul fischio finale delle partite. Argentino, in Italia dopo una carriera da giocatore, divenne allenatore della Juve. Conosce un certo Omar Sivori, suo giocatore. Per chi non lo sapesse, Sivori era una sorta di Maradona, più irriverente e sfrontato.

Cesarini lo ama come un figlio, per lui non è solo un giocatore, ma un quasi consanguineo. 
Dopo due anni, Cesarini va via dalla Juve e va al Napoli, Sivori non la prende bene, nel senso che ha perso una parte di cuore. Arriva il momento di Napoli - Juve, partita decisiva per il Napoli, se vince si salva sicuramente, altrimenti è finita.

Sivori dovrebbe giocare contro il suo mentore, quasi padre e maestro. Non la regge proprio. Le prova tutte per non giocare. Non se la sente, ha paura di far male, se gioca come sa, condanna il suo maestro, se gioca male, non sarebbe una bella cosa. Si finge malato. Non vuole proprio mettere piede in campo.

Cesarini viene a saperlo. E dopo un momento di valutazione, per la sua vita, decide che no, così non va. Va trovare Sivori in albergo e gli parla chiaro. Gli dice che il miglior modo per onorare il loro rapporto, è scendere in campo, e che qualsiasi cosa succeda lui deve giocare come sa, perchè solo così, dimostrerà di essere un campione.

Questo è un esempio di correttezza, che va oltre il pensiero di rimetterci, di tasca propria.

A proposito, la partita finì 4-0 per la Juve. Tre gol li fece Sivori. Serve altro? Forse sì, serve questa foto. La partita è appena finita e Sivori abbraccia il suo maestro sconfitto. Credo dica molto. Sulla correttezza.

Molto più che abbastanza




Un fotografo americano, Chad Koczera, ha scoperto un isolotto finora non individuato nelle carte in Nord Carolina. Ha visto stagliarsi qualcosa all’orizzonte e ha fatto volare il suo drone. Difficile raggiungerlo a nuoto, acque profonde e correnti ne sconsigliano l’impresa. Emerso in poche ore, altrettanto rapidamente potrebbe scomparire. Hanno scoperto tutto per caso, il ragazzo era uscito con la fidanzata a cercare conchiglie.

Al Polo Sud è stato scoperto un acquerello di 118 anni fa. Disegnato da Edward Wilson, un esploratore che provò una missione in Antartide. Morto insieme a due compagni nel drammatico ritorno. Il disegno è stato trovato dentro un rifugio abbandonato a Cape Adare. 
Era sepolto sotto molti altri fogli inutili e uno strato enorme di escrementi di pinguino.
In questa epoca il talento ed il coraggio pagano pegno. Se abbiamo un’arte, una indole, dobbiamo usarla a volte come ariete, a volte proteggerla come un cucciolo fragile. Di certo dobbiamo stare molto attenti a non rivelare del tutto quello che vorremmo raggiungere. Come clandestini e ribelli contro il buio e il nulla omologato.

Diamo il peggio di noi a chi non lo merita perchè qualcos’altro ci sta sottraendo respiro di vita.
E ci si prova, come fa Sean Penn nel film “mi chiamo Sam” parlando a Michelle Pfeiffer, il suo avvocato, sul suo ritardo mentale che non gli fa avere la custodia della figlia:
Sam: Tu non sai com'è quando ci provi, ci provi, ci provi, ci provi, ci provi e non arrivi mai a niente ecco, perchè tu sei nata perfetta, e io sono nato così come sono e tu sei perfetta.
Rita: Ah ma davvero?
Sam: La gente come te non lo sa!
Rita: La gente come me?
Sam: La gente come te non sa che cosa vuol dire essere feriti, perchè tu non hai sentimenti, tu, le persone come te non provano niente!
Rita: Tu credi davvero di avere il monopolio della sofferenza umana? Allora ti spiego una cosa sulla gente come me. La gente come me si sente persa, e piccola, e brutta e completamente inutile. La gente come me ha certi mariti che si scopano un'altra donna che è molto più perfetta di me, la gente come me ha dei figli che la odiano! E io urlo come una pazza, una pazza, dicendo cose orribili a un bambino di sette anni perchè non vuole salire in macchina alla fine della giornata e allora lui mi guarda, con una tale rabbia e io lo odio a quel punto. Lo so che ti sto deludendo, io lo so che sto sbagliando con te, e lo so che meriti di più, MA SALI IN QUELLA CAZZO DI MACCHINA. È come se ogni mattina io mi svegliassi e fallissi, poi mi guardo intorno e sembra che tutti gli altri ce la facciano, ma io invece non ce la faccio, anche se ce la metto tutta, è come se io non fossi mai abbastanza.

Ecco, a volte è provarci, provarci, provarci. E sbattere. A volte la bellezza, il riempire la giornata, la gioia, oppure un meritato arrivare da qualche parte, ti si rivelano all’improvviso. E lasci qualcosa di te. Qualcosa che vale la pena cercare anche per sbaglio, perchè è un’isola scoperta mentre cercavi conchiglie. O qualcosa di bello seppellito sotto strati di merda subita giorno dopo giorno, poco importa se di pinguino o di altro.
E forse, alla fine, arriva qualcosa. Come nel film di cui parlavamo. Anche solo un abbraccio in cui qualcuno che voleva essere consolato, consola noi. E ci dice “tu sei molto più che abbastanza”.

Ed è bello crederci, fino al prossimo round.

Le tigri siberiane




Glielo dissi, glielo dissi proprio. “Sei sicura?”.
Lei di sì mi disse. 
Quando un mese fa cominciammo a pianificare la nostra breve visita a Palermo, parlando con Linda, dovemmo valutare dove andare a dormire. L’ultima volta andammo da cari amici, perchè prevalse la mia teoria, che la mia famiglia la penso come una tigre siberiana affamata. Ovvero, bellissima da vedere, ma da lontano. Visite brevi, simili più ad un blitz di forze speciali affettive. Baci abbracci, due aggiornamenti e via. Invece stavolta si decise: Andiamo da mia zia. 

Che poi non è proprio così, diciamo che ho la resistenza di una bistecca lasciata fuori dal frigo ad agosto. Primo periodo tutto bellissimo, poi arriva il momento dello stravolgimento storico degli avvenimenti accaduti in passato. Un torneo di rincitrullimenti a spolverare chincaglierie emotive accadute ere giurassiche prima. Poi arriva la parentesi orrorifica, specie se io sono compagnamunito. Il racconto di tutte le mie malefatte. Ora, ci vuole poco a capire che io non è che sia un englishman in New York, per comportamenti ed aplomb. Ma descrivere accuratamente la mia cacca fino ad arrivare alle delusioni amorose snocciolando nomi e cognomi, manco un collaboratore di giustizia arriverebbe a tanto. Diamine. 

Mia zia sì, può sfiorare vette di ricordi che nemmeno Coppi avrebbe osato affrontare. Così chiesi a Linda: “amore sei sicura che vuoi che andiamo a dormire da lei?”. Linda, con la sicumera che la contraddistingue quando non conosce il rischio disse che sì, che voleva lei, che era giusto così. E io, ancora una volta, feci come i carabinieri. Uso ad obbedir tacendo. Linda, amore mio, non conosce alcune cose e le affronta con la leggerezza di una cavia che passeggia in una gabbia di cobra. Per lei il traffico del Raccordo anulare di Roma la mattina non richiede due ore di levataccia per arrivare puntuali. Per lei un’ora di tempo per attraversare Palermo è “abbastanza”. Laureata in Trafficologia del centro sud, minimo. 

Prima di andare, pregai Linda di non dire nulla fino a tre giorni dalla partenza, svelare la missione con congruo anticipo avrebbe dato tempo a mia zia di elucubrare piani alimentari degni di un Cracco sotto Crack. A lei scappò di riferirlo diciassette giorni prima. Diciassette agonie. Mia zia, sapendo che io avrei reagito da belva ferita ad ogni suo tentativo di programmare i miei pasti di mezzo mese dopo, non mi chiamò e stilò il menù con Linda. Per mia zia anche se peso una piotta, sono sempre “spitittato”, per cui il primo giorno a 40 gradi all’ombra voleva farmi una teglia intera di sformato di patate. Sono riuscito a sventare tutto con un servizio di intelligence. Il suo sformato fu reso celebre dalle imperiture parole di mio padre: “rende onore al suo nome, sformato appunto, senza forma”. Sembra un plastico di Bruno Vespa di un ottovolante crollato.

Inoltre mi ha chiesto candida cosa venissi a fare a Palermo, le ho detto che venivo per la presentazione di un racconto ad un evento letterario importante. “E verrà gente? Hai avvertito? Non è che sei solo?”. Ho pazientemente spiegato l’uso dei social e della loro capacità di raggiungere (quasi) tutti, prima di bruciare la cornetta come un drago con il catarro. Quando le dissi che sarebbe stato domenica mi ha risposto “la domenica però a Palermo c’è tutto chiuso, sei sicuro che non hai sbagliato giorno?”. E ancora non avevo messo piede in terra sicula. 

La permanenza da lei è cominciata nel migliore dei modi. Noi che abbiamo passeggiato a piedi per Palermo, non dandole orario di arrivo per lasciarla tranquilla, ci sbagliavamo. Arrivati sotto casa, veniamo anticipati nella scampanellata, dalla sua apertura di porta, era stata in temperature da deserto del Gobi, affacciata alla finestra, chiamando mia madre ogni mezz’ora a 1000 km di distanza. Se avessimo ritardato un altro po’, mi sarei trovato la Sciarelli a fiutarmi le chiappe. E non sarebbe stato bello. Per lei. Una apprensione a metà tra amore e Shining. Appena entrati ha mostrato a Linda la casa, in un impeto di ciceronismo le ha anche detto “questa è la doccia, il bidet, il lavabo, servono per pulirsi”, come se lei venisse dal pianeta Nobidet e si lavasse con le cortecce di frassino. 
Venuto il momento di uscire di nuovo, non ha voluto darmi le chiavi. “ti apro io così so che sei tornato”. Il mio essere genitore da tempo, con un’età per cui non c’è bisogno che mi mettano il seggiolino in macchina, ha subito una brusca incrinatura di autostima. Infine in casa non potevamo muovere un passo che lei arrivava ad accudirci. Io andavo a bere in punta di piedi all’alba, mentre dormiva, pur di non sentirmi chiedere “che c’è Ettore, tutto bene?”. 

la ciliegina è stata quando le ho detto prima della presentazione “domani vieni allora a vedermi?”, la sua risposta disorientata: “perchè domani che c’è? Io devo andare a messa, se posso poi vengo”. 

Perchè lei è così, mi ha sempre cercato di fare da mamma con una apprensione degna di genitori in zone di guerra. Mi ha sempre visto sottonutrito, ha sempre visto come un allegro gioco le cose che non rientrino in mestieri importanti. Mi voleva avvocato. Tuttavia è anche la donna che non si vizia con cose che si meriterebbe per poterci stare vicino il più possibile, che compra tre copie del mio racconto a prezzo pieno, non facendo pagare me e che alla fine quando mi saluta mi dice: “la più bella ricompensa è di vederti sorridere, sei sempre incazzato”. 

Perchè ogni famiglia è una tigre siberiana. Però ogni tanto te ne fotti e corri il rischio, e la abbracci, sicuro che non ti divorerà.

Fata Morgana


La fata Morgana è una forma insolita di miraggio. Per il suo realismo può essere scambiato per vera e propria realtà, anche perchè, contrariamente al classico miraggio, si muove e sembra animato. La tradizione dice che fosse talmente realistico, da indurre a morte i marinai che lo vedevano per mare.
Una realtà complessa e semplice, un gioco di ombre e luci per cui rimani stordito e guardi come sotto effetto di allucinogeni. La fata Morgana, può mostrarsi in varie forme e nel corso del tempo presentarsi a chi ha sangue misto ad acqua di mare o sabbia. A chi impara a misurare il tempo salato o polveroso, come fanno le clessidre.

Può portare via definitivamente una persona che irrimediabilmente sceglierà di varcare confini inaccettabili da un sano di mente. Perchè sono strade di corruzione e clientelismo, un bellissimo panorama pagato a prezzo dello sfregio, della legge del più forte. Perchè mentre si ha l’impressione che il miraggio dorma, in realtà lui guarda e se parli male di alcune sue parti, la testa sa tutto, la coda a volte agisce.
Il miraggio può essere ovunque, spesso però riproduce città, splendide, struggenti, bellissime città. Sotto incantesimo. Se tu vi entri dentro, sarai un animale del posto, respirerai l’aria mefitica del demonio e delle pestilenze secolari, sentirai spiriti arabi e normanni ragionare e convivere contro ogni legge moderna, ti sembrerà di vivere nella culla del sapere e della memoria, ma è un attimo, il normanno sparisce per dare posto ad una belva sanguinaria apparentemente placida. Involontariamente chiamata Gattopardo.

Un termine senza tempo, una veste con cui elegantemente si è giustificato l’ozio, il sollazzo, lo scialo, lo scialare. Un termine con cui sorridendo si sono fatti favori che sanno di ruggine, perchè servono a non far cambiare il meccanismo, anzi ad incancrenirlo. E i nuovi orologiai della città miraggio, le regole devono saperle prima di far girare le lancette. Anzi, prima di sedercisi sopra e fermarle. Ma non sempre ci riescono, a volte gli orologi ripartono e la fata Morgana si muove, ed ecco che sì, l’immondizia è ovunque, ma anche la bellezza, lo sporco e la poesia convivono.
Se dovessimo parlare di una femmina, diremmo che è bellissima guardata davanti, tanti vogliono arrivare dal mare e goderne la bellezza estasiati, ma poi sembra, sembra, che chi la possiede davvero le ha visto il culo. E allora gli piace tanto prenderla da dietro, e lei pare che resiste, a volte schiaffeggia e tira calci, si fa male. A volte forse si fa fare tutto, perchè...non si sa perchè. Non si sa. Chi la ama davvero ha due strade, stentare e lavorarci, aver fortuna e viverci. Ho detto due? ce n’è una terza.

Quella di chi capisce il miraggio e va via, perchè non basta, non basta più. Allora lavori altrove, vivi altrove, ami altrove, spargi il seme altrove. E cerchi di trasmettere a figli di sangue mischiato, cosa era per te quella terra fatta tutta di sangue mischiato, di contraddizioni dove niente è quello che sembra, dove tutto è quello che non è. 
E allora Capaci, via D’Amelio, ma anche altre vie che la memoria della città stravolge e modifica, ma manco si ricorda più chi ci è morto.
Ma voi credete che chi se ne va è felice? Intanto la fata Morgana trattiene anche mentre te ne vai, perchè poi lo capisce che ami il miraggio e non vuoi andartene e allora ti tenta: “ma forse il lavoro c’è, ma aspetta un attimo”. Poi no, non ce la fai, Perchè guardi da fuori, come un acquario e lì dentro vedi i tuoi amici fraterni, Vedi chi ha scelto senza saperlo di andarsene, che accanto a te magari ci tornerà se ne avrà voglia. E chi è arrivato.

Nel frattempo tu ti dai dello scemo da solo. Perchè sei tornato, perchè hai resistito un giorno, ma il giorno dopo questa femmina biedda che è Palermo ha provato a sedurti. 
E ci è riuscita. 
Lei, la città più fata Morgana del mondo, ti ha ingannato di nuovo. E tornerai, oh se tornerai.
Nella foto di Linda Smeraldi: la via di Palermo da me percorsa spesso per tornare a casa mia, a pochi passi da lì, dietro il Castello della Zisa.

Egregio Dottor Falcone




Egregio Dottor Falcone. Dopo anni le do del lei, ho capito di avere sbagliato. Darle del tu è un atto di confidenza che solo chi davvero condivideva il pericolo e la vita blindata con lei, poteva e doveva concedersi. Persone più autorevoli di me, che leggo spesso, mi hanno fatto riflettere, lei per noi è il Dottor Falcone, glielo devo dopo 25 anni. Sa, mio padre i suoi ultimi giorni di vita, mi chiamava sempre “dottore”, anche se mi dava fastidio. Ma lui diceva “che ti ho fatto studiare a fare, se non posso chiamarti dottore?”. Aveva ragione. 

le volevo dire che ho capito. A noi quell’attentato ha spostato tutto. Il giorno che lei, la Dottoressa Morvillo e gli agenti Montinaro, Dicillo e Schifani, perdevate la vita a Capaci, si è spostato tutto. Intanto si è spostato il luogo. Tutti la chiamano la strage di Capaci, ma in effetti è avvenuta allo svincolo, dove ancora il paese non viene sfiorato, ma tant’è. Quel cartello che indica una direzione ormai contornata da monumenti e guard rail rosso, è cristallizzata. Poi ha spostato l’attenzione. Sì perchè, Dottore, finalmente ci siamo accorti che lei stava davvero realizzando un teorema quasi matematico. Quell’attentato, era la prova empirica che cosa nostra esisteva, non solo per Cassazione, ma per fenomeno viscoso. E noi forse ci siamo concentrati in quel periodo, abbiamo guardato meglio e ci siamo spolverati la coscienza. Sì perchè sa, ora sappiamo pronunciare tutti la parola “legalità”, ma a quei tempi, prima che lei si dedicasse a noi, mica eravamo così concentrati, anzi, sembravamo pacificamente rassegnati a vivere con il morto ammazzato ogni giorno. 

Addirittura qualcuno si lamentava pure di lei, del fatto che metteva in pericolo gli onesti cittadini, lei con le sue sirene dava fastidio, la mafia no. E quando mai ha dato fastidio. Da quel momento abbiamo guardato a lei come un eroe che si è sacrificato per noi. Il botto ci ha svegliati. Per un po’. Lei mi ha ricordato sempre Leonida, il capo degli spartani, che mentre il resto della terra ellenica si crogiolava negli ozi e nel suo narcisismo, andava fisicamente a combattere l’orda persiana, morendo, con le frecce che oscuravano il sole, ma rallentando il fenomeno invasivo. Un eroe di altri tempi. 

Ha spostato, dicevo, anche l’attenzione sulla sua persona. In tanti le abbiamo fatto visita, non tutti con buone intenzioni. Abbiamo sublimato il suo amore per Francesca, ci siamo esibiti in virtuosismi letterari, inchieste, libri, raccontando cosa amava, cosa odiava, le battute, il realismo di dire a sua moglie di non fare figli per non generare orfani, la sua capacità di raccontare barzellette e la sua amicizia con il Dottor Paolo Borsellino, vittima sacrificale da ricordare più in là, che aveva teoremi molto interessanti che sono volati via con lui, sul fenomeno incipiente di una nuova Cosa Nostra. Litigavate, con il Dottor Bosellino, lo raccontava Antonino Caponnetto, che venivano poi fuori bellissimi teoremi giudiziari da quelle male parole urlate negli uffici del palazzo di giustizia. Siamo diventati tutti suoi intimi, Dottore, tutti sappiamo qualcosa, a volte anche per raccontare di lei ai nostri figli, a volte a ragazzi delle scuole che nemmeno erano nati, quando lei andava via. 

Lei ha spostato anche noi, Dottore. Tanti palermitani, sono comunque andati via da una città tanto buttana quanto bella, perchè non trovavano lavoro, siamo più diffusi della Coca Cola, parafrasando la battuta di un film. Però ci siamo portati nella valigia il suo ricordo, e fa uno strano effetto, vedere i nostri figli che quando torniamo giù con loro, dicono guardandola in foto “guarda papà, Giovanni Falcone!”. Sì, perchè a loro, ai bambini, Dottore, lo concedeva di non darle del lei. Questo mi sento di dirlo.  

Insomma da quel 23 maggio sono state spostate tante cose, Dottore. Ad esempio le posso dire che a me ha spostato il mio orgoglio di appartenere alla sua stessa terra, quella parte sana di palermitudine onesta. Mi ha spostato la mia voglia di mandare a fare in culo, me lo conceda Dottore, tutti quelli che fanno battutine allusive fingendo di sapere il nostro dialetto e chiamandoci mafiosi. Sì, ci sono ancora, i luoghi comuni sono duri a morire. Ha spostato il mio cuore e le mie scelte di quel 23 maggio 1992. Stavo andando a confessare ad una mia fidanzata che non è che fossi così convinto di stare insieme, che forse avevo fatto una cazzata. Il suo nome, la sua casa, me li ricorderò per sempre. Alle 17 e 58. Ha spostato la data del mio matrimonio, tanti anni dopo. Mi volevo sposare proprio un sabato 23 maggio, per renderle onore. E pensi che ci scherzavo sopra, dicendo che così compensavo una data brutta con una bella, senza sapere che le avrei ricordate entrambe con un umore pessimo. Ma questa è un’altra storia. 

Sì perchè, Dottor Falcone, a volte spostare significa anche allontanarsi. Invece sarebbe ora che ci riavvicinassimo e dandole del lei, cominciassimo a rispettarla agendo, facendo qualcosa per cambiare davvero. Non ricordando e spostando di un anno ancora, la nostra comprensione. Sarebbe ora, no? Altrimenti come direbbe mio padre: “a che è servito fare tutto questo sacrificio?”. Con rispetto. 


Dammi un minuto




In un minuto possono succedere tante cose. Un minuto è prezioso, è una nota incastrata nella musica ignobile o armonica dell'esistenza.

In un minuto decollano 58 aerei, nel mondo.
Si creano e distruggono 120 milioni di globuli rossi nel nostro corpo. Non facciamoci il sangue amaro.
116 persone si sposano, felici di farlo. Magari il minuto dopo un po’ meno.
Circa due persone divorziano. Ma non sono quelle che un minuto dopo ci hanno ripensato.
2 milioni e passa di persone cercheranno qualcosa su Google. E si può immaginare con che prevalenza di preferenze.
Si consumeranno 25 milioni di prodotti della Coca cola. Pensate i rutti.
Il sole produce 83,33 terawatt di energia.
Si consegneranno 11.000 pacchi, aspettati da persone che magari ricevono un libro o un sex toy, quindi il minuto dopo, lo passeranno comunque molto più gradevolmente.
83.000 persone faranno l’amore. E qualcuno si chiederà perchè minchia non rientra mai in quel numero.
produrremo 2.468.000 kg di spazzatura, pensando che tanto “se lo butto lì, non cambia un cazzo, va tutto dalla stessa parte”.
Caricheremo 243.000 foto su Facebook, lo chiamano anche “effetto bocca a culo di gallina”, per motivi misteriosi.
Cadranno 1,38 micrometri di pioggia, se li conservassimo, riempiremmo 4,7 miliardi di vasche da bagno al minuto, ma quello accanto a voi non lo sa e continuerà a non lavarsi le ascelle.
Batteranno quasi all’unisono 7 miliardi e passa di cuori, per motivi svariati avranno velocità diverse, ma se soltanto pensate alla poesia roboante del suono, forse cogliete qualche scheggia di bellezza della vita.
6000 fulmini colpiranno la terra, ma nessuno finirà dove pregate tanto che finisca. Non sperateci.
Moriranno 108 persone, altre 144 cambieranno casa. E questo è un po’ come far morire comunque una parte di sè.
258 bambini nasceranno, speriamo fortemente voluti. 258 miracoli in un minuto.
si svilupperanno 250mila neuroni nel cervello di un bimbo in formazione. Poi ne verranno usati molti, molti di meno in maniera assennata, ma quella è un’altra storia.
La terra si farà il mazzo a girare intorno al sole per 1800 km. E nonostante la distanza sarà sempre tonda. E non dimagrirà, per fortuna nostra.
Tutto questo in un minuto.
Pensate che bellezza.
Potremmo coglierne tutta la poesia.

Peccato che quello stesso minuto, qualcuno lo impiegherà per cagarci il cazzo. E così, addio poesia.

Paulo e il suo cuore



Si può vincere in molti modi. Uno di questi è non entrando neanche in un campo da gioco, anzi facendo di tutto per nascondersi. Si dirà: “ma come? Il requisito fondamentale è metterci la faccia e il nome, in ogni traguardo.”.

Invece alcune volte la discrezione porta a gesti inaspettati, molto più belli di quelli sbandierati. E vengono da persone che sono riuscite ad educare il loro essere protagonisti, che vengono dalla strada, che sanno cosa significa fare sacrifici. Paulo Dybala è uno di questi. Già per origine, visto che il nonno è dovuto fuggire dalla Polonia per riparare in Argentina all’alba del conflitto mondiale. E perchè a 15 anni Paulo perde il padre che lo sognava calciatore, per un tumore. Il papà si faceva un’ora di macchina per portarlo agli allenamenti ogni giorno, perchè Paulo senza un pallone non viveva.

Il resto è attuale, ma c’è una parte nascosta, venuta fuori per caso. Dybala è sempre il primo a partecipare ad eventi benefici della Juve, va spesso all’ospedale Regina Margherita a Torino a trovare i bimbi ricoverati in oncologia. Si può solo immaginare per chi ha nel cuore il ragazzo argentino e la voglia di somigliargli, cosa significa, la botta di adrenalina, in più finanzia e contribuisce a molte iniziative, non volendo però che si sappia, infatti sono voci di corridoio autorevoli. Ma questo, e già sarebbe abbastanza, è il Dybala ufficiale.

Ma Paulo è uno che fermo non ci sa stare proprio. L’inverno scorso ha coinvolto anche Manuel Iturbe del Toro a farsi un giro con lui. Felpa, jeans e senza farsi riconoscere hanno camminato per le strade di Torino insieme alla comunità di Sant’Egidio, per dare conforto ai clochard della città, insieme a del cibo caldo. Lo ha fatto senza pubblicità. Ma al ritorno a casa, di una delle sue scorribande anonime di volontariato, lo hanno riconosciuto e gli hanno chiesto di fare una foto, dicendogli se potevano dire cosa faceva. Paulo si è fatto due conti e ha detto di sì, se non altro così sperava, come ha detto lui stesso di sensibilizzare sul tema. Ma non è tutto. Oltre al volontariato anonimo, Paulo ogni tanto prende quello che ha nella credenza di casa e va in giro con la fidanzata a offrire cibo e una parola a chi vive la notte povera di una città. Spesso senza farsi riconoscere.

Vero, a volte meglio non dire chi sei, se fai del bene. Tanto vale il gesto, enorme, di un ragazzo che non ha perso di vista il mondo. A proposito, se lo incontrate per strada e lo fermate, lui accetta volentieri, fa autografi e foto. Odia solo una cosa, che lo disturbino mentre pranza con la famiglia, in ristorante. Accetta lo stesso tutto, ma non sorridendo. Vagli a dare torto, no?

Il pescatore che insegna gli addii



Quando ci rendiamo conto che un rapporto è alla fine, si innesca spesso un meccanismo perverso. Attaccarsi agli sfilacciamenti, non rassegnarsi al fatto che ormai bisognerebbe solo tatuare la parola fine e lasciare tutto il più possibile integro. Niente recriminazioni, niente versioni parziali della storia per avere un pubblico consenziente.

Esistono molti modi di dire addio, alcuni sono psicodrammi veri e propri, il termine di amicizie e amori viene innalzato a crimine contro l’umanità. Noi siamo la parte lesa, i martiri. Uno dei modi meno cruenti del salutare qualcosa di bello, forse è togliere gradualmente. Accorgersi che alcune tessere non coincidono, che il mosaico non sta venendo come vorremmo e pian piano provare a recuperare qualcosa di nostro. Può succedere ogni giorno, per una frase sbagliata, un comportamento rivelatore, una condotta che non ci trova d’accordo. Nessuno ha ragione e nessuno ha torto, solo non si è confluenti e non si sente quella simbiosi di fiducia e sentimento. vale ovunque, nel lavoro, nella vita a due, ovunque. Se si è bravi e misurati, ci si ferma in posti più riparati.

Che ogni tipo di realtà sia a volte da alleggerire fino all’osso, ce lo può insegnare questo signore qui. Josè Salvador Alvarenga. Un giorno di novembre del 2012, Josè parte per fare il suo mestiere, il pescatore. Da Costa Azul in Messico, fa i suoi bagagli per una battuta di un giorno e mezzo. Porta un aiutante. Ezequiel Cordoba, definito in maniera poco ottimistica più bravo come calciatore che a pescare. Scoppia una tempesta e i due uomini diventano la pallina del flipper oceanico. Sballottati ovunque. In quel frangente iniziano le prime operazioni di rinuncia per salvarsi. Attrezzatura, vestiti, casse per contenere il pescato, tutto in mare.

Calmatasi la bufera, i due si trovano a fare i conti con quello che c’è, raccolgono recipienti di plastica in mare per bere acqua piovana, pescano a mani nude e mangiano pesci crudi. Il ragazzo più bravo a calcio che a pescare, muore per avvelenamento alimentare. Josè non si rassegna, come quegli innamorati che ancora si sentono parte di un amore vivo. Gli continua a parlare per giorni, continua a raccontargli storie. Finchè un giorno si bagna i capelli per riprendersi dal sole cocente, realizza che è finita e lo butta in mare. Dopo vari momenti di sconforto, Josè decide che se proprio questa è la vita che lo aspetta, non vuole assecondare una morte lenta. Amplifica i suoi sensi e comincia a far muovere la barca “sentendo le onde”, come educano in Polinesia.

A quel punto comincia una storia surreale. Una navigazione di 6700 miglia per 438 giorni, fino all’approdo in Micronesia. Vivo e irriconoscibile e tra i più begli episodi, le conversazioni con uno squalo balena, che si avvicina alla barca e si lascia toccare e accarezzare. Josè, che gli squali li cacciava, inizia a fare amicizia col “diverso”, che gli dà un aiuto insperato e un sostegno involontario. Fino al suo salvataggio.

La sua normalità dopo quel viaggio gli risultò pesante pari a quella di Ulisse, diceva che il soffitto di casa lo metteva a disagio, al contrario della volta di stelle vista per più di un anno. Josè non era più quello che era partito.

Forse è di lui che dovremmo ricordare le gesta. Quando nella nostra navigazione quotidiana si rende necessario il distacco. Alleggerire da ciò che serviva ma ora fa male, rassegnarsi che chi abbiamo davanti non è più come ci aspettavamo, magari non per forza per colpa sua. E non arrendersi, che magari qualcosa di bello, un amico insperato ed un cielo di stelle, sono lì a farci da stampella. Sta a vedere che impariamo come sopravvivere alla vita di sempre, da un pescatore itinerante.

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