Fotografie dialettali






Racconto pubblicato su Repubblica Palermo il 12 settembre 2017

Dedicato alla mia compagna che ha diviso e capito la mia città con me e la mia nostalgia di lei.


Essere di ritorno, ricondurre la propria esistenza alle sue radici. La scalata di un albero al contrario. Nessuna nuova esperienza, nessun posto da scoprire, ma luoghi da spolverare, magari constatando che il tempo ha depennato la magia che ti sembrava avesse da piccolo. È che forse ti hanno spiegato il trucco.

E non dovevano, ma ti rovinano sempre tutto da quando ti hanno detto che Babbo Natale non esiste. Il ritorno ai luoghi dove sei nato è così, spesso il pretesto è la vacanza d’estate. Ferie che diventano parentesi quadre nel tondo circolare e ciclico di una vita che spesso volevi diversa. Calci ad un pallone con regole inventate, convivenze tranciate o risolte, continuate o dissolte. Gruppi che sembravano inscindibili, amicizie che sembravano imprendibili. Eri tutto nei luoghi in cui non hai più niente. Casa da un’altra parte, lavoro che fa giochi di prestigio e a volte sparisce e scappa, più velocemente del tuo amico. Quello forte che vi faceva vincere i tornei di quartiere, il fantasista che sembrava Maradona circoscritto da grate e spiazzi di mamme urlanti. Che da lì non ha avuto il coraggio di scappare e di fare davvero il calciatore.

Lì fuori il mondo fa paura, e se non ti ci lasciano a forza dietro la porta di casa, non te ne vai. Perché le radici natie sono robuste, perché a guardarle bene sono vive, pompano sangue, non sono radici, sono vene, sono vita. Quel posto del quartiere dove hai dato il primo bacio, fingendo di essere navigato nel mondo della vita, non eri nemmeno un marinaio che sapeva spiegare le vele, figuriamoci comprendere il mondo. Non sapevi di vivere in una città che riempiva i suoi contenuti di storia. una materia che a scuola amavi senza sospettare che quei vicoli, quei posti, alcune vie, ne avrebbero fatto parte e tu con loro, nella tua memoria visiva. Chi ti avrebbe mai detto che Capaci, dove andavi con la tua fidanzatina poi avrebbe avuto una data di scadenza.

Da consumarsi entro il 23 maggio? Chi ti avrebbe mai detto che quel sole nero del 19 luglio lo avresti visto affacciato ad una finestra proprio in quel momento. Che la diga con cui avresti guardato la tua città, prima e dopo, aveva una scritta prima incomprensibile come un codice riservato agli affiliati. 1992. Te ne sei andato che pensavi non ti sarebbe mancato nulla. Convinto che una casa si può costruire e una famiglia rifare. Che la tua parte di figlio di una città bellissima, buttana, fallace e mortale era finita e cominciava quella di padre. Convinto eri. Beato te. Ma la casa senza fondamenta dove la vuoi fare reggere? E le vere fondamenta a radici assomigliano.

Ti piaccia o no. E le radici per vivere hanno bisogno di essere vive e nessuno vive senza perdono. Lo sai, il rancore ammazza e non seppellisce, rovina dentro e fa fuori. E invece adesso giri una città che era tua, ne guardi strade che rileggi come un libro che avevi preso in epoca sbagliata, non ne capivi il senso, perché alcuni romanzi sono carichi di vita e si leggono carichi di anni. Tu che ne sapevi quanto preziosa fosse quella arte che lei, città bella pure zozza, ti porgeva sensuale quasi sbattendotela in faccia come una popolana volgare e bella, anzi biedda? Che ne sapevi che quello che respiravi era effluvio e malo odore che ti sarebbero mancati come ossigeno a chi sta sott’acqua e sarebbe tempo di risalire? Chi te lo diceva che la testa dentro quel mare la terresti fino a farti scoppiare i polmoni e fare indigestione di sale, che quel mare magari è uguale, ma come lo spieghi che non è così? Come fai a raccontare una vita che non hai fotografato se non dentro la tua mente? E che hai tenuto nella camera oscure delle cose che non vuoi confessare.

Perché fa male dire che sei tornato da turista nella città che diceva di averti dato la vita. Perché Palermo, in cui sei nato, ti ha concesso la libertà di accettare le sue radici così come sono, combatterle per quello che stringono fino a far male, andartene sconfitto che non è cambiato niente, o forse sì, o forse ci siamo sbagliati, ancora no. Bellezza ondivaga che richiama, che spolvera foto narrative e mnemoniche. Questo ti avrei voluto dire della mia città, Palermo, quando ti ho portata per la prima volta, quando te l’ho fatta guardare con i miei occhi e parlata con il mio dialetto.

Questo volevo dirti. Ma poi ti ho vista incantata, accanto a me che osservavi la sua bellezza, quella del mostrato e non detto. E ti ho lasciata fare, guardando incantato il tuo sguardo intenso su di lei. La più bella fotografia.

E vissero tutti feriti e contenti, il mio nuovo libro







E Vissero Tutti Feriti e Contenti
Disponibile in tutte le librerie dal 25 settembre 2017.

Un padre che deve prendere una decisione pesante per la sua vita e per quella di chi ama.
Suo figlio che cammina accanto a lui, bambino inconsapevole del peso che l’uomo si porta dentro.

Un circo spunta dalla nebbia, il capocomico che presenta le attrazioni in giacca rossa,sembra aspettarli.
Uno spettacolo si consumerà davanti ai loro occhi. Una rappresentazione di vita, fatta di degrado, disonestà, pregiudizi, solitudine. Ma anche redenzione, aiuto, umanità trovata in luoghi dove dovrebbe esserci solo distruzione e rassegnazione.

Un percorso fatto di bestie feroci dal cuore generoso e uomini irreprensibili gelidi come killer.

E un prezzo da pagare alla fine dello spettacolo, che il capocomico esigerà dal padre. Per intero. Senza sconti.

A introdurre le attrazioni di questa esistenza circense, le parole di Enrico Ruggeri. Delicate come un sipario che sfiora ferite aperte. Mi ha regalato parole di raro sentire. Un equilibrista delle armonie e di storie di chi è rimasto indietro.

Tutto questo nel circo narrativo che tra poco troverete in tutte le librerie. E lo spettacolo sarà offerto anche a voi, se avrete la compiacenza di seguirmi. Vi aspetto. Si parte. Dal 25 settembre.

Meglio gechi



In casa mia è entrato un geco. I primi tempi avevo deciso di rimetterlo fuori, ho rischiato una extrasistole mentre mi guardava sul piano del lavabo, salvo poi cagarsi addosso anche lui e scappare sulla parete. Due geni, io e lui. All’inizio ho cercato di convincerlo in maniera quasi intimidatoria a tornare da dove era venuto. Gli ho detto che era ora di dire basta a stare su pareti di casa a cinque stelle a 35 insetti al giorno, poi gli ho detto che se voleva lo potevo aiutare a casa sua. Ma lui niente. Sordo alla polemica.

A quel punto ho deciso che poteva pure restare, tanto fastidio non ne diamo a vicenda, visto che abita posti della casa che io non posso calpestare. Ho scoperto che questa loro capacità di starci beffardamente sopra la testa, si chiama “forza di Van der Waals”, dal nome dello scienziato tedesco che l’ha scoperta, ma ho anche appreso che stanno su per reazione elettrica, cioè senza collante o secrezioni. In poche parole hanno peli che si sfregano sotto le zampe in continuazione, ognuno di loro, in grado di reggere il peso di una formica.

Visto che sarebbe restato, gli ho dato anche un nome, a proposito di Spiderman, l’ho chiamato Lizard, anche se quella era una lucertola. Ho il dubbio che sia femmina. nel caso in cui scoprissi la verità con la stessa meraviglia del pubblico quando Dustin Hoffman nel film Tootsie dice di essere uomo, abbrevierò furbamente in Liz.

Stamattina ci siamo trovati entrambi in cucina, io e Lizard, abbiamo cominciato a parlare. O meglio io parlavo, lui taceva. Tra una fetta biscottata e un’altra gli ho descritto il male che fanno le persone quando sono come sua cugina vipera. Ovvero si nascondono bene e sembrano buone, poi mordono quando meno te lo aspetti, e fanno molto male. E anche quelli che si comportano come il suo prozio Camaleonte, non mi stanno tanto simpatici, perchè cambiano colore a seconda del vento che tira. O i coccodrilli, che sembrano essere qualcosa che non sono e poi quando gli dai le spalle ti fanno a pezzi sbranandoti con i loro simili.

Invece sua nonna Tartaruga la ammiro molto. Capace di sbattersene allegramente il guscio del tempo e delle cattiverie che passano, degli amori, del mondo. Aria pacifica e indolente e andatura quanto quella di una pratica qualsiasi affidata alla burocrazia italiana, anzi. Sicuramente la tartaruga è più veloce.

Gli ho detto anche che fatico a capire le persone che fanno male, i suoi parenti li capisco, per carità, lo fanno per sopravvivere, “ma noi”, gli ho chiesto, “che motivo abbiamo secondo te per avvelenare, intossicare, camuffarci, sbranarci tra noi?”.
Non ha risposto, meno male. Lo avesse fatto sarebbe stata un'altra extrasistole grave, molto più di me che faccio domande ad un geco.
In ogni caso, Lizard si guadagna la pagnotta, da quando c’è lui, in casa non vola una mosca e non punge una zanzara, giuro. Anche se gli ho detto di non mangiare troppe mosche, sono lo junk food degli insetti, con tutta la merda su cui si posano. Ma niente, gli verrà una dissenteria.

E poi lo so perchè non mi ha risposto. Io lo immagino cosa pensa, del mondo che gli ho descritto.
Meglio gechi, che male accompagnati.
E hai ragione, Lizard. Mi raccomando, continua così, che abbattiamo almeno la spesa del Vape.

Tardigrado




Questa sorta di essere a metà tra l’inquietante e il monciccioso, si chiama tardigrado. Un microrganismo che vive nei mari. Sembra un brucone a cui hanno schiacciato la faccia, un wurstel con le zampe, abbondantemente avariato. Per fortuna non raggiunge manco il millimetro di lunghezza, immaginatevi trovarsi questa lumaca monocola davanti se fosse delle dimensioni di un sanbernardo per casa al buio, mentre vi alzate nottetempo come quello che non prende il medicinale della prostata e svanga le balle a tutti: “avevo sete, la luce era rimasta accesa…” e via dicendo.

Perchè vi racconto di questo stronzetto dei mari? Eh, perchè a questo qui gliela possono sucare pure gli scarafaggi, i topi e gli scorpioni, ovvero gli esseri viventi che resisterebbero alla guerra nucleare. Tardigraduccio se li mangia a colazione.
Prima di tutto, il tardigrado è in grado di resistere 30 anni senza mangiare. Avete capito bene. Noi che non resistiamo nemmeno trenta minuti senza cornetti veganbionutellosizabaion, questo si mette tranquillo e per trent’anni gli può pure chiudere il supermercato sotto casa, se ne fotte.
Poi resiste a temperature che vanno da meno 272 gradi, fino a più 150. In pratica, quanto almeno dieci volte un utente medio di facebook prima di sfracassare lo scroto con mazza fluttuante, lamentandosi che fa freddo e che fa caldo. Il giorno che il tardigrado posterà su Facebook “uff che caldo, voglio l’autunno”, non lo leggerà nessuno, manco un like, perchè saremo tutti morti in graticola. Tranne Zuckerberg che è eterno.

Quando le altre specie saranno morte, si è calcolato che lui potrebbe vivere 10 miliardi di anni in più. Qualche tacca sopra dell’ultimo concerto dell’ultima reunion dell’ultima volta che sono stati insieme i Pooh. Li supera di poco. Ma li supera. Quando la terra sarà una latrina desolata, lui vivrà ancora sciacquandosi allegramente le palle. Deve il suo nome al fatto che procede lentamente. Sempre detto io, che la fretta ci ucciderà tutti.

Resiste anche a impatti con: asteroidi di medie dimensioni, quelli grossi no, taglia M insomma, raggi gamma, meteoriti. Goldrake che tanto ci piaceva, sarebbe già fuori gioco alla prima scoppola, mentre il Tardi (nomignolo affettuoso), manco si è alzato dal letto per vedere che succede.

Voi direte, perchè ci annunci ciò? Perchè dovevamo sapere che questo tricacaro (incrocio tra tricheco e acaro) ci darà le piste e quando saremo tutti agli alberi pizzuti lui farà festini sniffando alghe?
Semplice, il tardigrado è un invertebrato. Quindi attenti da ora in poi a dare dell’invertebrato a qualcuno, perchè magari lui passeggerà per il pianeta indisturbato, mentre noi saremo polvere da levare con lo Swiffer. Hanno capito tutto di come vanno le cose, gli invertebrati.

I miei amici di corsa






Molti studiosi sostengono che il caldo crei effetti collaterali molto sgradevoli, tra cui il fatto che una insolazione può anche portare delle allucinazioni persistenti e un delirio.
Io posso dirvi che tutto questo non è assolutamente vero, è una congiura della lobby dei condizionatori e dei signori che controllano il mercato mondiale dei gelati, John Eldorado e Peter Sammontana.

La verità è che uscendo nelle ore più calde si incontrano molte persone interessanti, che non vedrete mai uscendo negli orari delle persone normali.
Io ad esempio, ad ora di pranzo, anche nelle ore dei mesi più caldi, vado a correre. E con me vengono alcuni amici molto simpatici.
C’è Babelio, un tricheco poliglotta che conosce 60 lingue e 2500 dialetti, purtroppo li parla contemporaneamente. Molto simpatico, spesso racconta barzellette mentre corriamo, dove aspettiamo il finale in cui ride con i dentoni per primo, così noi che non abbiamo capito un cazzo gli ridiamo a strascico.

Poi c’è Fiamma, un drago femmina che corre per dimagrire, dice che così brucia calorie, soffre di ulcera e purtroppo nasconde un terribile segreto, è disperatamente dipendente dai fiammiferi, ne consuma a pacchi, prima li sniffa e poi espirando, li brucia. Abbiamo cercato di farla smettere, ma non ce la fa, è stata in un centro di recupero tempo fa, ma un uomo che si chiamava Hans Christian Andersen, l’ha sedotta, poi le ha presentato una sua amica spacciatrice che prima di conoscerla se la passava parecchio male. Si fa chiamare “la piccola fiammiferaia” e ogni giorno le vende le dosi di zolfanelli.

Con noi spesso corre anche Imene. Una aliena trivulvica, viene dal pianeta Postalmarket, dove faceva la modella di lingerie, ma è stata allontanata come persona non desiderata dopo una grave epidemia di miopia, scoppiata per misteriosi motivi, che ha colpito soprattutto i ragazzi in età di sviluppo del coso in mezzo alle gambe. Imene ha passato la vita ad adescare uomini giocando sul doppio senso, li fermava per strada e gli diceva “vieni a vedere la mia collezione di farfalle”, poi però col tempo e l’età si è rotta la frunza (sarebbe la minchia nel dialetto del suo pianeta) di adescare uomini per copulare. Però adescarli le piace sempre, allora è diventata entomologa e quando invita a vedere la sua collezione di farfalle, ha veramente una collezione di farfalle da mostrare. Solo che sono vive. E quindi casa sua è un casino. Cacche di farfalla dappertutto. Che non sembra, ma questi esserini sono dei gran caconi.

Infine un altro caro amico di corsa è Fra’ Punzone. Un ex frate, che ha smesso gli abiti religiosi per una sua perversione, gli piaceva non visto da nessuno, travestirsi da controllore e salire sugli autobus, gridando “bigliettiii!!”, la gente si spaventava, biascicava scuse, ma poi lui tirava fuori dei biglietti del gratta e vinci e diceva: “ma no, io vendo questi biglietti”, collezionando una invidiabile parure di vaffanculo di proporzioni leggendarie. Quando ha capito che era la sua vera vocazione, è diventato controllore, ma vende sempre sottobanco i gratta e vinci e regala una liquirizia a tutti quelli che il biglietto ce l’hanno.

Con noi ci sarebbe anche Astronsio. Molto antipatico, vanta di essere un discendente del capo dei Tartari, Gengis Khan. E dice di essere Tartaro anche lui. Ha una forma strana di narcisismo patologico, si vanta in continuazione di quanto grosse siano le sue narici. Quindi per la sua antipatia è proprio un naricista. Spesso non lo vogliamo con noi, allora basta lavarci bene i denti con un dentifricio che non fa venire il Tartaro.

Noi cominciamo la nostra corsa tutti i giorni dopo l’una vicino all’agenzia immobiliare Hansel e Gretel, vendono case di marzapane, devi comprarle presto se no vanno a male.
Ecco amici, ora sapete la verità, venite a correre anche voi a queste ore impossibili e vi farete un sacco di nuovi amici per nulla immaginari o fantastici, anzi reali, io li vedo sempre. Ora vado, portiamo nuovamente Fiamma dal dietologo, ha bruciato troppe calorie. E le calorie sono incazzate nere, quasi color carbone.

Amicizie bestiali




La foto che vedete potrebbe rientrare a pieno titolo tra quelle con la scritta “condividi se hai un cuore”. Due esseri piumati e coccolosi che si scambiano effusioni. Quello più bruttarello e scapigliato dei due, si chiama Kookaburra, il più piccoletto che sembra quasi sorridere al contatto è un comune anatroccolo. Vivono entrambi in una riserva naturale dell’Isola di Wight. Sono stati portati là perche entrambi orfani.

Sembra, dicevo, una foto normale e cuorosa. Ma la particolarità è che in natura i due sarebbero nemici. Peggio di cane e gatto, le cui inimicizie ormai sono state ampiamente sfatate. Il Kookaburra infatti è un karognone. E se non trova cibo di altro genere, punta deciso a divorare piccoli pennuti.
In teoria, quindi più che un amico, potrebbe vedere un interessante esemplare di anatra arrosto.

Invece no, i due hanno fatto davvero amicizia, si confortano, si stanno vicini, tutto questo, sembra, per una legge universale, per la quale è meglio essere in due nella disgrazia che non dividere una gioia perché profondamente soli. Il piccolo anatroccolo ha deciso che il Kookaburra è un riferimento, certo, dalla foto lui tanto contento non pare, sta quasi abbozzando, ma non sembra particolarmente desideroso di sottrarsi.

Forse è vero che le amicizie migliori, quelle più durevoli, sono state accomunate da mani sporcate insieme e pericoli sfiorati in cui ci si è salvati a vicenda. Probabilmente è per questo che i miei pochi amici di una vita sono gli stessi con cui non faremo mai più quelle stronzate in serie fatte da piccoli. Ma mi viene da pensare che forse i legami durevoli sono proprio questi, uno smarrito che cerca protezione, l’altro che fa finta di avere meno paura ma in realtà si caca sotto tanto quanto, ma fa il più forte. Poi magari alla prossima si cambia ruolo.

Siamo stati anatroccoli per qualcuno, che magari nemmeno poteva vederci da lontano e poi ci ha amati, saremo Kookaburra per chi non gradiamo nemmeno dipinto, ma accogliamo quasi per forza, salvo poi convincerci.

È vero, qualcuno potrebbe dire che il Kookaburra potrebbe semplicemente attendere il momento giusto per mangiarsi quel soldo di cacio, ma mi piace pensare che non sarà così, perché in fondo un po’ di fiducia bisogna sempre investirla.

A proposito, in natura, il Kookaburra si distingue perché ha il verso di una risata umana. A volte beffarda. Alle volte, si spera, di pura allegria, per un amico che non si aspettava.

La resistenza gentile



Dicono che nei momenti di guerre o terremoti, quello che colpisce di più sia il silenzio irreale e assordante del “subito dopo”. Per qualche impercettibile secondo, minuto, dopo il crollo di tetti e case, sulle macerie scenda un tacere polveroso.

Poi arriva il dolore e la consapevolezza e tutto quello che da questa parte del mondo sentiamo come echi lontani.

Eppure altrettanto frequente, è la lezione che dovremmo imparare, per trasferirla nelle piccole guerre di ogni giorno, o nei piccoli terremoti esistenziali. E se ci riesce chi ha una casa crollata dietro le spalle, possiamo riuscirci anche noi, cui è crollato un pezzo di vita. 
La lezione è che tutto riprende in maniera quasi tribale, atavica, animalesca. Si ricomincia a non avvolgersi come gatti a leccarsi la ferita sottocoscia. Si fa un bel respiro grave e che mette in solaio quello che non si può ricordare. E si cercano i propri libri di scuola, tra le macerie, i propri oggetti cari salvabili, tra le macerie, i propri pezzi di vita finiti in macerie, tra le macerie. Girano spesso foto di ragazzi che il giorno dopo, ostinati come sani caproni, vanno riprendersi la loro vita di studi nelle case infestate da cecchini e colpi di mortaio.

E poi come una nenia antica, si canta, si ricomincia a sillabare una melodia, si ascoltano note, si cerca un ballo sgraziato, ma che sappia di reazione. Si suona. Lo ha fatto questo signore qui, Vedran Smailovic. E questa è una delle immagini più poetiche del mondo. Vedran che suona tra le macerie di Sarajevo. Era il primo violoncellista del National Theatre, quando scoppiò la guerra, si trovò come tanti, imprigionato tra mura che prima gli erano di famiglia. Un giorno seppe di 22 civili uccisi mentre erano in fila per il pane. Il suo gesto di ribellione, fu allo stesso tempo potente ed aggraziato, delicato come uno schiaffo di nuvole. 
Per 22 giorni, tanti quanti furono i morti, suonò tra le rovine in vari punti della città, ad orari diversi, incurante di chi avrebbe potuto tranciare tutto con una fucilata. Lo fece perchè quel modo era il solo che sapeva per dire: “ora basta, mi avete rotto i coglioni con questo prendervi tutto, anche la vita”. Non so se lo abbia pensato, magari gli sarà uscito in slavo.

Io non so se certe lezioni di resistenza ci possano entrare per endovena, ma sarebbe bello in momenti di guerra esistenziale, molto meno drammatica del mettere il piede su una mina antiuomo, imparare questa forma di ribellione gentile. Saper reagire creandoci uno scenario in cui magari prima guardiamo cosa ci siamo fatti, se siamo del tutto vivi, ci scrolliamo la polvere, recuperiamo ciò che è essenziale, solo quello, per una volta. Solo lo stretto che sta addosso. E poi cantiamo, quella canzone vecchia che ci piaceva tanto, la fischiamo, la intoniamo. E poi, digrigniamo i denti, e piano piano lo trasformiamo in un faticoso, costoso, ineguagliabile sorriso, pensando a chi come Vedran, sfidava pallottole vere, per rispondere con armonia. Possiamo fare lo stesso. Potremmo.

Boris Giuliano, lo sceriffo




Questa è una storia che inizia con una imprecisione sul nome. Il Commissario Boris Giuliano, ottimo poliziotto della squadra mobile, diventatone poi anche capo, non si chiamava Boris. Non di primo nome. Per tutti in famiglia era Giorgio. 

Per i giornalisti Boris era una pennellata nominativa che ben contornava l’intero quadro. Un uomo allegro ma duro, scrupoloso nel suo lavoro con due baffi e un viso da poliziotto americano. Soprannominato non a caso e senza alcuna ironia “lo sceriffo”. Questa è una storia che ricorda vagamente la battaglia delle Termopili. Tra gli anni sessanta e settanta la mafia scatenava tutta la sua potenza di fuoco contro chiunque provasse a contrastarla. Era il periodo dei Corleonesi impegnati a fare pulizia dentro e fuori le cosche. 

A contrastare un esercito invisibile c’erano anche onesti portatori di divise delle forze dell’ordine. Persone che contrariamente a tanti ibridi conoscevano esattamente i confini tra il bene e il male e li difendevano. Boris era uno di questi. Nella gola che separava Palermo dalla sua invasione barbarico-mafiosa c’era anche lui. I giornalisti di cronaca nera che a quei tempi convivevano con gli orari della squadra mobile ricordano con una punta di tenerezza un furgoncino, simbolo della povertà dei mezzi con cui si contrastava il crimine. Era uno dei pochi mezzi civetta usati per il pedinamento. 


C’era poco materiale ma tanto cervello. Boris era uno dei più brillanti. Il problema, più per la mafia che per lui, era che tutto gli riusciva dannatamente facile. Sembrava che avesse le stimmate dell’intuizione, ma aveva anche una dote che alla lunga ne ha fatto il nemico numero uno di Cosa Nostra. Non mollava mai. Per questo ancora adesso le vie che conducono al suo omicidio sono plurime, anche se motivate da unica mano. Indagava alacremente sulla scomparsa di De Mauro, giornalista de “l’Ora”, fu il primo a intuire le implicazioni scomode delle piste che seguiva. Una fra tutte quella che chiariva definitivamente la morte di Enrico Mattei, i suoi mandanti e i motivi che portarono al sabotaggio del suo aereo. Fu tra i primi ad ascoltare il progenitore di tutti i pentiti di mafia, Leonardo Vitale, considerato successivamente pazzo, ma in gradi di snocciolare agli increduli inquirenti un quadro di cosa nostra che Buscetta anni dopo, dovrà solo limitarsi a confermare. 

Il meccanismo della sua eliminazione sembra scattare su un episodio, il ritrovamento di una valigia all’aeroporto contenente denaro a pagamento di una partita di droga. È uno degli elementi su cui Giuliano inizia a verificare tutti i rapporti tra mafia e stupefacenti, collaborando con l’FBI allo smantellamento di una porzione importante dell’asse di traffico italo americano. 


Prima di quel 21 luglio 1979, giorno in cui come dice Daniele Billitteri sul suo libro dedicato al suo amico Commissario Boris Giuliano “voleva pagare solo un caffè al bar Lux e la mafia gli fece pagare tutto”, Boris lascia piccole gocce di episodi allegri. Come quando raccontava che in un paesino i carabinieri stavano indagando su un omicidio e lui stava dando una mano. Il maresciallo incaricato delle indagini aveva in mano un fucile forse usato per il delitto ma sentenziò: “questo fucile non spara da anni!”, Giuliano si accorse che nella stanza insieme a loro c’era anche il sospetto, fermato e lasciato in disparte. 

Gli chiese solo: “sei stato tu?”, risposta “si!” “e perché non l’hai detto?” , “nessuno me lo aveva chiesto”, “con che hai sparato?” , “con quello”. Stava indicando il fucile in mano al Maresciallo, quello che non sparava da anni. Lascia la sua malinconia nel vedere andare via tra il piombo amici e colleghi, dicendo “è il nostro mestiere, dobbiamo aspettarcelo”. Lascia la sua immagine di uomo coraggioso ma non imprudente. 

Aveva paura, ma andava avanti anche se come canta Faletti in “signor tenente”: qui diventa sempre più dura quando ci tocca di fare i conti con il coraggio della paura. Quello che più colpisce è che se ne è andato come uno sceriffo a cavallo. Il suo più grande dramma era proprio quello di trovarsi a cavallo tra una mafia rurale e una che metteva le mani su Palermo con tutti i mezzi. Ma questo non può spaventare uno sceriffo.

Blood Brothers




- Ciao Paolo!
- Ciao Giovanni...
- Qui lo sapevano tutti che saresti venuto, io però non volevo vederti più. O meglio non volevo vederti così presto.
- Lo so, ma prima o poi dovevamo incontrarci di nuovo...poi presto, cinquantasette giorni per me non sono passati, anzi, ogni minuto mi si appiccicava addosso come una vesta surata. Mi dispiace per i miei figli, per il loro volermi bene costretto dal mio mestiere e Agnese, che ora non avrà più me che le racconto una bella storia ogni sera a rinnovare il nostro amore. Ecco, quello mi fa più male. Più di tutto quello che mi è successo.
- Paolo?
- Che vuoi Giovanni?
- Ma tu dimmi se è possibile che per volere bene a un amico devi sperare di non rivederlo...
- Hai ragione, non ti era mai successo?
- Mai Paolo, sono morto una volta sola, come tutti i coraggiosi, ma non avrei mai voluto la tua morte, nemmeno quella volta sola.
- Eppure pensa che forse, se esisteva un modo per svegliare qualcuno, era che chiudessimo gli occhi noi. Beato il paese che non ha bisogno di eroi. Ma noi non ci sentivamo eroi. L’eroe arriva, ha tutti dalla sua parte, mette le cose a posto e salva il mondo.
- Hai ragione Paolo, non eravamo eroi, anche perchè invece del mantello a nuatri n’attuccavanu carte processuali e colleghi invidiosi.
- Senza contare che la nostra paura era pure quella di fare male a chi ci faceva da scorta. Io la prima volta che vidi Emanuela Loi, mi parse così bella che le dissi “ma sei sicura che devi fare tu la scorta a me, mi sa che devo farla io a te”. E poi tutti i ragazzi, almeno loro. Penso ad Agostino Catalano, mischino, vedovo, che si era risposato e aveva due figli, oggi manco ci doveva essere.
- Ah no?
- Ncachì, Giovà, fu che eravamo sotto il numero sufficiente e si offrì, ma penso pure a Vincenzo, a Walter che pure ha sostituito un collega, a Claudio. Alla gente dei palazzi.
- Lo so, Come dissi poco prima di morire, qui per essere credibili bisogna essere deceduti, da vivi ti guardano come fossi una sorta di disturbo, io manco uscivo più a mangiare fuori o al cinema, ogni volta bisognava fare sgomberare tutto. Però sono contento di vederti, o forse dovrei dire scontento.
- Offrimi una sigaretta Giovà, che adesso ci resta solo memoria. E tempo. E quella cosa che sembra che non arrivi mai. E io quando arriverà sorriderò, pure da qui dove sono adesso con te, che almeno ho un buon amico con cui ridiscutere e anche scornarmi, come facevamo ogni tanto, quella cosa la vorrei finalmente vedere e capire come è fatta, ne abbiamo parlato, l'abbiamo chiesta, invocata e pretesa. Ma chissà come è fatta quella cosa.
- Cosa?
- La Giustizia, Giovà! sarebbe pure ora di cominciare a sorridere per giustizia. Amunì, vediamo dove mi hanno sistemato, macari è come in vita e abbiamo le stanze vicine.

La foto mai dimenticata, è di Tony Gentile.

Correttezza



La correttezza è una dea che invochiamo soltanto quando qualcuno ci ha sottratto qualcosa. Se ci fate caso, gli scorretti sono sempre gli altri, quasi mai noi. Raramente sentiamo espressioni di autocritica del tipo “sono stato sleale”, mentre in terza persona è più diffuso della Coca-Cola.

Eppure forse se ci guardiamo bene dentro, ci sarà stata almeno una volta che abbiamo tenuto il piede in due scarpe, che abbiamo soddisfatto il nostro ego a discapito di qualche sentimento sincero che ci è stato dato. Che abbiamo anche noi forse a volte, se non tradito, a volte deluso la buona fede. E forse il confine sta proprio non tra buoni e cattivi, come quando ci serviva questo criterio da bambini, ma tra chi questa slealtà la applica seriamente e serialmente, in maniera quasi scientifica se non premeditata e chi invece ogni tanto sparge un micro seme nel grande campo di cazzate combinate da tutti.

Eppure riflettendo in discorsi tra amici, ho imparato una lezione. La correttezza è qualcosa che ci si ritorce contro. Esatto. La vera lealtà è fare qualcosa che potrebbe non solo compensare i torti, ma addirittura farcela prendere sonoramente e clamorosamente in saccoccia. E forse per questo la pretendiamo dagli altri, ma in noi non è facile imporla con questa possibilità di svantaggio.

Uno degli esempi più classici di questo tipo di correttezza mi è sovvenuto leggendo di Renato Cesarini. Giocatore della Juve anni ‘30, cinque scudetti consecutivi con i bianconeri, famoso per i gol in “zona Cesarini”, espressione usata ancora adesso per indicare le reti realizzate sul fischio finale delle partite. Argentino, in Italia dopo una carriera da giocatore, divenne allenatore della Juve. Conosce un certo Omar Sivori, suo giocatore. Per chi non lo sapesse, Sivori era una sorta di Maradona, più irriverente e sfrontato.

Cesarini lo ama come un figlio, per lui non è solo un giocatore, ma un quasi consanguineo. 
Dopo due anni, Cesarini va via dalla Juve e va al Napoli, Sivori non la prende bene, nel senso che ha perso una parte di cuore. Arriva il momento di Napoli - Juve, partita decisiva per il Napoli, se vince si salva sicuramente, altrimenti è finita.

Sivori dovrebbe giocare contro il suo mentore, quasi padre e maestro. Non la regge proprio. Le prova tutte per non giocare. Non se la sente, ha paura di far male, se gioca come sa, condanna il suo maestro, se gioca male, non sarebbe una bella cosa. Si finge malato. Non vuole proprio mettere piede in campo.

Cesarini viene a saperlo. E dopo un momento di valutazione, per la sua vita, decide che no, così non va. Va trovare Sivori in albergo e gli parla chiaro. Gli dice che il miglior modo per onorare il loro rapporto, è scendere in campo, e che qualsiasi cosa succeda lui deve giocare come sa, perchè solo così, dimostrerà di essere un campione.

Questo è un esempio di correttezza, che va oltre il pensiero di rimetterci, di tasca propria.

A proposito, la partita finì 4-0 per la Juve. Tre gol li fece Sivori. Serve altro? Forse sì, serve questa foto. La partita è appena finita e Sivori abbraccia il suo maestro sconfitto. Credo dica molto. Sulla correttezza.

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