Tenacia




- Papà che significa "tenace"?
- Tenace è chi vuole ottenere un risultato a tutti i costi e non si arrende.
- Allora chi è tenace vince sempre?
- No, a volte ci si mette di mezzo qualcosa che è più forte di lui, oppure un imprevisto.
- Fammi capire, gli imprevisti possono distruggere chi è tenace?
- No, ma lo possono far sbagliare, o non pensare bene.
- Mi faresti qualche esempio?
- Certo, vieni, siediti qui, ti racconto una storia di calcio, che è bello proprio perchè a volte vince chi è più tenace, a volte arriva una farfalla capace di creare un maremoto. Ti parlo del Liverpool.
- Ci avrei scommesso che mi raccontavi qualcosa di calcio, Liverpool? Intendi la città?
- No, la squadra della città, hanno una divisa rossa, e una storia di luci e ombre. In più hanno una particolarità, ogni volta che entrano in campo, il pubblico intona una canzone che dice che non saranno mai soli, che saranno sempre sostenuti, You'll never walk alone.
- E che c'entra il Liverpool con la tenacia?
- C'entra perchè devi sapere che il Liverpool una volta giocò una finale contro il Milan, tu non eri ancora nato. Alla fine del primo tempo, il Milan vinceva 3-0.
- E che successe?
- Successe che nel secondo tempo, Il Liverpool scese in campo con più tenacia, e rimontò i tre gol, poi andò a vincere ai calci di rigore, e pensa, questa cosa non gli era mai successa, non avevano mai recuperato tre gol in 124 anni di storia. Fu la prima volta.
- Allora è questa la tenacia che porta a vincere.
- Sì, ma come ti dicevo, a volte potrebbe non servire. Qualche anno dopo, il Liverpool giocava contro il Sunderland.
- Ha rimontato di nuovo tre gol?
- No, stavolta durante la partita, un giocatore del Sunderland tirò verso la porta del Liverpool, un tiro normale, si poteva parare.
- E che successe?
- Non ci crederai, ma dentro il campo, era appena caduto un pallone da spiaggia, uno di quelli leggeri che volano col vento, il pallone fu scagliato contro quel giocattolo e deviò la traiettoria, insomma fecero gol. un gol che non si era mai visto su un campo e che difficilmente si rivedrà.
- E poi la tenacia del Liverpool li ha fatti vincere?
- Questo è il punto, no. Nonostante tutti gli sforzi, dopo quel gol non ne fecero più. Stavolta la tenacia aveva sbattuto contro qualcosa di assurdo.
- Allora serve essere tenaci?
- Ti dico una cosa, bisogna sempre cercare di realizzare i propri sogni, con onestà e impegno vero, a volte ce la farai contro ogni possibilità, a volte quando pensi che sia tutto facile, beh, un pallone da spiaggia si metterà tra te e loro.
- In quel caso che faccio, papà?
- Nulla, se non aspettare un attimo, fare un bel respiro e ricominciare a correre, questa è la tenacia, anche contro l'assurdo che si oppone ai tuoi sogni.

La vita riprende


Ci sarà fame e freddo, calma e guerra. 
E profughi e spettatori appena arrivati a terra.
E mancheranno le chiese e la Coca-Cola.
E merendine di cellophane da portare a scuola.
Anime pellegrine o stanziali.
Anime acculturate o animali.
Vento sull'erba, tempesta sul barrio, sole in cortile.
Vita di soldi e strafighe, vita da schifo che stride.
Mondo che scappa e non porge la mano.
O che pietoso dà carità, ma da troppo lontano.
Potrà esserci tutto questo o mancare.
Ma ovunque i bambini saranno a giocare.
Basta un pallone di stracci e uno spiazzo.
E la vita riprende, fottendo ogni strazio.

Ricordi e Regali




Ci pensavo mentre guardavo la fine della serie tv "la mafia uccide solo d'estate". Pensavo a voi, a quelle analogie strane. Non fosse che c'era una sorella in più, quella famiglia poteva benissimo essere la nostra. Ci pensavo mentre sotto l'albero di natale ho immaginato il vostro regalo. Sono lontani i tempi in cui l'albero si faceva con amore, con tutte le lucine e la vecchia presa per le luci intermittenti "come i nostri più segreti sentimenti".

Lontano il presepe fatto sfidando il tornado dei gatti, che da noi imperavano quando ancora non occupavano i social. Grazie per il regalo che solo adesso ho capito di avere avuto. Grazie per avermi fatto capire fin da subito che i genitori non sono un fiume tranquillo dove navigare, ma più un mare, a volte accogliente a volte con tempeste non proprio del tutto belle a guardarsi. Mi avete regalato un sangue onesto, fino all'autolesionismo. Una famiglia dove la moralità e il senso del dovere, hanno fatto a pugni con i contrasti interni. So quante volte nella nostra Palermo, vi hanno mostrato la strada più facile, o vi hanno chiesto con tono perentorio di fare e agire come non avete fatto o agito.

Pagando di tasca vostra. Mi avete insegnato nomi che per altri erano da leggere nella cronaca appena fischiava il piombo o ululava il tritolo, ma a casa nostra erano telefonate e chiamate per nome. Pio La Torre, Rocco Chinnici. Su tutti. Il vostro impegno politico e sindacale. Perchè voi al riscatto dei lavoratori ci avete creduto sul serio. E la bandiera che avevate a casa non era ancora solo un feticcio con falce e martello disegnati. Per avermi insegnato che a Palermo si sceglieva ogni giorno, tra il rosa dell'onestà pastello e il nero della collusione. E questa scelta ho provato a continuare a farla. Ma mi avete anche insegnato che chi vive non proprio onestamente non è disonesto del tutto e chi sta in parti non proprio sane, a volte ha solo un concetto sbagliato di amore, che lo porterà in brutte strade.

Mi avete dato una vita di quartiere umile, di voci e parolacce che scomodavano l'albero genealogico. E quella è tatuata a sangue sulla mia pelle, con i pochi amici che faranno parte di me finchè campo. E che sanno che se hanno bisogno io mollo tutto e vado. Per avermi fatto una brava persona. Certo, non eccelsa, non coerente e salda del tutto. Ma due o tre cose le tengo strette oltre me stesso, magari sbandando, ma ancora reggo. Per Stefano Rosso ascoltato a sei anni, ma capito nella sua malinconia tanti anni dopo, per il mio primo concerto a cinque anni, in cui vi chiesi di portarmi da Rino Gaetano. Altro che Zecchino d'oro. Per la macchina distrutta. Ma mi insegnaste a ritornare a guidare, perchè chi cade da cavallo deve subito risalirci. Per tutto quello che avete provato come uomo e come donna, oltre che come padre e madre e avete cercato di nascondere. Per non sembrare tremendamente fragili.

Grazie per avermi fatto capire che la vita può essere meravigliosa, anche se non percorsa dritta e netta. Perchè nessuno di noi lo ha fatto. E ne abbiamo i segni. O forse sono medaglie e non lo sappiamo. Grazie per avermi dato una cosa che i più chiamano coscienza. Che mi fa indignare pensando a chi è morto per rendere migliore la nostra città, ma che mi fa commuovere anche se ripenso alla nostra vita da sempre piena di gatti.

Sarò retorico, ma, nonostante tutto, grazie papà e mamma, per non avermi nascosto quanto difficile sia vivere. Un bel regalo che ho imparato a scartare.

L'uomo dei giorni dispari



Stavo correndo. Cuffiette nelle orecchie, quelle corse in cui attraversi la città e butti fuori sudore misto a riflessioni. Passo davanti a una pizzeria. Sento una voce di quelle boomerang. Ti vengono lanciate alle spalle, potrebbero non parlare a te, ma ti giri, chiamato in causa. E nove su dieci l’istinto non ti tradisce.
Era il pizzaiolo, seduto a un tavolo del suo locale. Mi guarda con la testa inclinata per permettersi di scavalcare gli occhiali.
- diceva a me? - chiedo.
- Dicevo a lei, sì, oggi non è mercoledì -
Per un attimo penso che potremmo cominciare un dialogo surreale e saremmo gli unici testimoni della nostra follia di una sera di provincia.
Kafka è ancora tra noi, e vive facendo il pizzaiolo.
- No, non è mercoledì -
Dovrei continuare a correre e ignorarlo.
Fanculo. Non ce la faccio. Rimango a fissarlo con un punto interrogativo tatuato sulla faccia.
- Stia tranquillo, non sono pazzo -
- se lo dice lei mi fido - 
Sforza gli occhi per capire se sta effettivamente parlando al suo uomo del mercoledì. Robinson Crusoe ha anticipato il giorno, e vive facendo il pizzaiolo.
- Sa, io sto sempre seduto qui fuori, ascolto canzoni nostalgiche di anni passati e guardo lo scorrere del tempo -
Elvis Presley è tra noi, non è morto e vive facendo il pizzaiolo.
- Lei passa sempre da qui i giorni dispari, va di corsa, arriva a un punto poco più avanti e ripassa, ha sempre l’espressione di uno che sta provando a capire qualcosa. L’ha capita? -
- Mi sa che quel “qualcosa”, è una esistenza che è peggio di un romanzo da 900 pagine, per chiunque provi a capirla davvero -
- Io però non la vedo arrabbiato, non mi sembra uno che ha male -
- No, mi rivolgo a buoni esorcisti, le persone a cui voglio bene, poche -
- Non essere soli, aiuta a correre meglio, allora -
- Non essere soli aiuta a uscire senza ferirsi, quando provi a camminare sopra i cocci dei sogni che ti si infrangono -
- Sa, io quando la vedo passare ho la certezza che è un giorno dispari -
- Sarebbe un bene? -
- Non so, è un modo di dire che un’altra giornata è andata, bene o male è passata, ad un certo punto lei passa e io mi dico che quella giornata passata, era un lunedì o un mercoledì. Il lunedì mi fa stare bene, sono
contento di vederla correre e chiudere la serata -
- Sono felice di darle questa certezza -
- Sì, è un modo cretino di credere a qualcosa -
- No, è un modo intelligente di non sopravvivere e basta, lei ragiona e riflette, e ascolta musica nostalgica, e si affida a piccole certezze, che non è detto ci siano sempre -
- Perchè ? -
- Potrei non passare un lunedì o un mercoledì-
- Vero, ma ciò non toglie che il successivo potrebbe, altrimenti cercherò qualcosa di
diverso a cui affidare il tempo che passa e una sera che se ne va -
- Giusto. Sa come dicevano i Greci? O mitos deloi -
- che significa? -
- La favola insegna, quello che ci siamo detti insegna che a volte, per andare avanti, bastano piccole certezze, e a volte nemmeno solide-
- Almeno gradevoli, che si rida se ci sono -
- Almeno gradevoli, che si rida, se ci sono, sa a me lei ricorda Babbo Natale invece, e io non ci ho mai creduto, ma se penso al Natale, credo sia uno dei pochi giorni in cui mi fermo
davvero con una tranquillità diversa. Uno dei giorni in cui non corro, non mi affanno-
- Allora a Natale non la aspetto, se è un giorno dispari, ma lei aspetterà me, e i regali-
- Esatto, nel frattempo speriamo di darci una certezza reciproca, piccola e precaria, stia bene, e abbia cura di lei -
- anche lei, un giorno pari passi e si mangi una pizza qui -

Babbo Natale esiste, crede nei giorni dispari e, per 364 giorni all’anno, fa il pizzaiolo. E io
ci credo.


Io sono Morgana



Mi chiamo Morgana. Sì, come la fata. E anche come il miraggio del deserto. Il nome me l'ha messo appena nata la mia famiglia, quasi all'unanimità. Diciamo che mio papà, aveva più in testa la storia greca e voleva chiamarmi Gorgo, come la moglie di Leonida. Come tutti i piccoli, anche io ho imparato guardando. Ho iniziato a gattonare quasi subito. E la frase è quanto mai pertinente. Per me il papà e la mamma non sono solo quelli che mi nutrono e mi amano. Sono una sorta di capibranco. Più la mamma però. Se la mamma va da qualche parte, io non riesco a mettermela via. Quando ero piccola piccola non potevo uscire, allora con il mio provare a parlare incomprensibile, le avrei voluto fare mille domande, dove andava, con chi era, quando tornava. Quando tornava era la più fondamentale di tutte. Anche papà mi piace, molto con la testa tra le nuvole, però ha anche i piedi ben piantati a terra. Crescendo ho messo su un bel caratterino, molto ribelle. 

Ho cominciato a litigare con i miei coetanei e anche con quelli più grandi di me. Non sopporto i bulli e i prepotenti. Eppure qualcosa mi avvolge la notte. Non riesco proprio a farmela passare. Ci sono piccole spille di paura del buio, non so, non mi spiego. Però ad una certa ora sveglio papà. Il giorno ci scontriamo spesso. Lui è dispettoso, ogni tanto viene lì e mi stuzzica, mi fa il solletico e io non lo sopporto, tanto che rispondo subito male. Ma so che è il suo modo di volermi bene. La notte se lui non è via per lavoro, preferisco dormirgli accanto. Arrivo e gli picchetto la spalla e gli chiedo di farmi spazio nel lettone. Poi appoggio la mia testa sulla sua mano e dormo. E tutto quello che non so spiegare passa. Come passa tutto quando gioco con mamma, a volte sono io a provocarla, se la vedo triste la sfruculio e le chiedo di insegnarmi qualche gioco nuovo. Io mi chiamo Morgana. E ho circa dieci anni. Per voi umani. Ma per noi gatti è solo un anno e mezzo. Purtroppo la mia inquietudine e voglia di avventura non è tanto comprensibile in questa realtà. Il mio papà  dice sempre che non è un mondo a misura di cuccioli e di deboli. E quando lui parla di cuccioli, intende proprio bambini e bestiole. Perchè dice sempre che il suo papà lo ha educato così, che chiunque resti indietro o sia bisognoso di protezione, va accudito. Non importa se sia uomo, animale, o Leocorno. E dice anche che la sofferenza parte dal basso. In tutti i sensi. Se sappiamo guardare chi non è alla nostra altezza e sappiamo ascoltare anche laggiù. Sono stata imprudente e una macchina non si è fermata. Ora non ci sono più e quello che mi spiace è che so che mamma e papà umani ci staranno un po' male. 

Ma io come faccio a spiegargli che come gatta ho sette vite e che se n'è andata solo una? Molti penseranno che è ridicolo soffrire così per un animale. Ma per fortuna a casa mia si è amato e si ama e basta. Senza chiedere i documenti o l'essenza. Mio papà da un paio di giorni ha in testa una scena, che gli serve a stare meno male. È il finale del film "se Dio vuole". Marco Giallini guarda un frutto, pensando ad un amico in ospedale che ha avuto un brutto incidente e non si sa se vivrà. Il suo amico gli aveva insegnato che quando arriva il momento le cose accadono. Non ci si può fare nulla, gli aveva indicato una pera che pendeva dall'albero. Dicendo che prima o poi sarebbe caduta perchè è giusto che cada. Giallini è lì che aspetta notizie. 

La pera si stacca dall'albero. E lui sorride e se la fa andare bene così, poi inizia una bellissima canzone di De Gregori. Cose. Doveva succedere. Fa un po' male, come tutti i dolori che ci accadono accanto. Fa più male. Senza distinzioni di uomini animali e Leocorni. Si è fatto tardi, io vado. Qui sopra ho trovato un signore affettuoso che dice di essere il papà del mio papà capobranco. Penso che lo seguirò, anche lui parla bene di uomini e gatti. Divertitevi lì sotto. 

C'è qualcuno che bussa e muove la coda. 
C'è qualcosa che passa, in questa stanza vuota.

Gli scorfani di padre



Mi spiace, quando mi hai chiamato ero così disorientato che ti ho snocciolato un campionario di luoghi comuni. Peggio dei cataloghi di tappezzeria con i colori panza di monaco e topo che corre. Mi spiace che tuo papà abbia deciso che era la sua ora. O chi per lui lo ha deciso. Abbiamo sempre un croupier sopra di noi a cui ogni tanto rode il culo pure se sembra tutto a misurino. Vallo a capire. Mi dici che stai per diventare padre e io penso alla mia malinconia, che non ho un nonno da fornire alla causa come vorrei. E non lo avrai nemmeno tu. Che ti voglio bene lo sai. Perchè ce lo siamo detti pure da persi. Pure da lanciati a fare rimbalzi come pietre piatte lungo questo mare così bello e depravato che è il mondo. No, scusa, vengo al punto. Hai ragione. Non ho avuto il coraggio di richiamarti. Volevo dirti che il giorno dopo CI ho sognato. Ho sognato noi. Io tu e il nostro amico di una vita, il fotografo. Eravamo nel nostro quartiere dove siamo nati, dove non sapevamo che pelle avremmo avuto, se di setola o di squama, se di pace o di brama. E adesso mi viene da ridere. Perchè non immaginerai mai che cazzo mi è uscito da quella pentola sfatta che ho per testa. Ho sognato che avevamo un gruppo musicale. E siccome eravamo tutti e tre senza papà, avevamo deciso di chiamarci "gli scorfani di padre". Sì, facevamo un concerto nel nostro vecchio quartiere, non tanto un concerto. Era più una rimpatriata, però in più tu avevi tuo figlio e tua moglie, io la donna che amo e che ancora mi tollera con un amore al limite della pazienza. Fondevamo il nostro passato e il nostro presente e pregavamo un futuro che si decidesse a non fare la donna profumiera. Vestiti come i Blues Brothers. Io cantavo, tu suonavi piano e sax. E il fotografo la chitarra. Cantavamo una canzone di Mimmo Locasciulli. Intorno a trent'anni, si chiama. Ed eravamo felici. Tanto. Ridevamo quasi ubriachi di amore e di mondo. Non come adesso che penso che un altro nostro pezzo si stacca e io ti voglio bene. Ma non ci trovo un cazzo da ridere. Amico mio.

I Vips e poveri



Quanno uno famoso sta nei guai
Li social so’ n’ posto divertente
Quarcuno nun l’avrebbe detto mai
Quarcuno grida che è  ‘n gran deficiente
Se fanno le battute spiritose
Se scherza oppure se fa er tifo
E più le star so’ ricche e so’ famose
E più se dice quanto fanno schifo
E poi ce sta pure chi difende
Se mette a di’ quanto sia ingiusto
Pijassela così co ‘n innocente
A massacrallo con cattiveria e gusto
Quelli che te dicheno de capillo
C’ha avuto una vita complicata
Piena de sordi, oro e de gioiello
Ma pure tanto, tanto sfortunata
Eppure chi si sgola e sta in difesa
Te grida de capì sto’ caso umano
Però pe’ strada fa la faccia offesa
Se poi er barbone chiede co la mano
Se ‘n omo nun c’ha sordi ed è ‘n cojone
Er suo passato nun fa mai notizia
Se invece è ricco e va in televisione
Va bene tutto, pure l’ingiustizia
La vita c’ha ‘na strana evoluzione
Che a capilla ce divento pazzo
Chi è povero soffre e muore da cojone
Chi è ricco, ha i paladini de stocazzo


Preghiera per la Chape


Scusami, ti sembrerò infantile, ma stavolta voglio una risposta. Del resto chi ha giocato a pallone un po’ infantile lo resta tutta la vita. Specie se ha amato il calcio fatto di polvere in bocca e pietre a sbucciarsi le ginocchia. Dove prima di dribblare l’avversario, dovevi stare attento alle siringhe. Non dico che fosse una favela, ma nemmeno il Parco dei Principi. Lo so che sei impegnato in cose più importanti, ma almeno dammi retta un attimo, in fondo non hai mica un referendum alle porte. La tua baracca regge da migliaia di anni. Vorrei parlarti un attimo di quella squadra. La Chapecoense. Un gruppo di ragazzi della serie A brasiliana. Nel 2009 erano ancora tra i dilettanti, poi una cavalcata trionfale, anno dopo anno, fino ad arrivare alla massima serie. Come se non bastasse, questi antieroi dalle facce sorridenti, continuano ad essere irrispettosi e si qualificano anche per la coppa Sudamericana, con i gol di Bruno Rangel, che sembra Aristoteles, triste, malinconico y letal. Come dire che L’Avellino va in Europa a far danni. Perchè questa squadra di danni ne fa eccome. Appena esordisce fa fuori l’Independiente, una delle squadre più importanti d’Argentina. Ai rigori. Danilo, il portiere fa una parata prodigiosa e li porta in paradiso. Non ancora quello che intendi tu però. Potrebbe bastare, non basta. In semifinale i ragazzi in verde fanno fuori il San Lorenzo de Almagro. La squadra vincitrice della champions sudamericana 2014. E per cui tifa il Papa. Forse abbiamo trovato il nodo. Forse è stata questa irriverenza, questo sfidare blasone e nobiltà a darti fastidio? Veniamo al punto. Il 29 novembre 2016, la squadra del Chapecoense si imbarca su un volo diretto a Medellin. Va a giocare la finale di andata della coppa. Contro l’Atletico Nacional. I tifosi biancoverdi aspettano impazienti, sono oltre il loro sogno più bello. Tutto finisce lì. Poco prima. L’aereo si schianta a sud di Medellin. Muoiono 76 persone. La Chapecoense non esiste più. In un amen. Proprio il caso di dirlo. Il dopo è dolore, ricordo di altre tragedie, come Superga. Ora io non so come ti chiami davvero. Qui ti chiamiamo Dio. Lo so che è una richiesta stupida, ma mi spieghi perchè non li hai fatti almeno giocare? Almeno convincimi che lo hai fatto per loro. Magari avrebbero perso e invece così sono nella leggenda. Anzi, hanno pure vinto. Visto che gli avversari dell’Atletico hanno fatto richiesta ufficiale di assegnargli la coppa, senza giocare. Spiegami perchè. Comunque minimo, adesso là sopra devi fare un torneo. Con il Grande Torino, con il Manchester United. E poi devi far giocare con loro Morosini, Fortunato, Foè, Meroni, Mero, Pisani e tutti quelli che hai deciso di convocare. Perchè caro Dio, o come ti chiami, questo non è giusto. Non è stato bello. E noi ci portiamo via il pallone, che oggi non si gioca. Ecco. No. Non sto piangendo, nessun tifoso piange. Siamo solo allergici alle cipolle, pure a distanza.



"Ti amerò per tutte le vite che vivrò" - L'ultimo messaggio scritto sui social dal capitano Cleber Santana, rivolto alla moglie. Titoli di coda.

Corri, Leonardo, corri



Nessuno vorrebbe avere un ospite di cui non sa il nome e che non sa come trattare. Magari non lo volevi nemmeno e te lo hanno imposto. Quante volte litighiamo con la famiglia per inviti imprevisti con gente che ci mette a disagio. Nessuno vorrebbe ospiti sgraditi. Eppure, il nostro corpo a volte deve accettare ospiti più o meno famelici e importuni. E però, sono imposti, bisogna imparare a conviverci. C'è chi ha epilessie, autismi, sindromi varie. Spesso chi guarda da fuori si muove a compassione e pensa all'ingiustizia, invece chi si porta appresso la dote poco bella da vantare, ha un atteggiamento più costruttivo. E poi ci sono storie come questa, in cui non solo si accetta l'ospite, ma ci si corre anche insieme. Il signore in foto si chiama Leonardo Cenci, ha 44 anni e corre. Quattro anni fa voleva correre la maratona di New York. Voleva. Il 9 agosto del 2012 i medici gli diagnosticano un cancro ai polmoni. Non uno qualsiasi, dei 150 cancri esistenti è il secondo più feroce. Non proprio una passeggiata tra i boschi. Infatti gli danno dai 4 ai 6 mesi di vita. E lui invece di consegnarsi all'ospite con deferenza, lo sfida. E decide di reagire, continua a correre e ad allenarsi. E attenzione, correre con un tumore non è come avere un livido. La terapia prevede un mix di medicinali che abbattono un toro, Leonardo ha avuto pure due imprevisti, un apparecchio per la chemio che gli ha fatto infezione e una gastroenterite. I medicinali provocano astenia, inappetenza e diarrea. Ma lui va oltre. Lui proprio in quel letto non ci si vuole accomodare. Se il tumore vuole stare con lui, deve seguirlo. Leonardo si allena per quattro anni. Alla fine diventa quasi un caso di studio. Già perchè oltre ad avere guadagnato quattro anni di vita, il tumore si è ridotto. Adesso la maratona di New York viene fatta, con una grinta che lascia alle spalle anche molti "sani". E alla fine, stai a vedere che l'ospite sgradito ha anche aiutato a capire la vita. Leonardo ne è convinto e quasi ringrazia di aver avuto questa esperienza, per la consapevolezza che gli ha dato. E alla fine, invece di ribellarsi, l'ospite si è accomodato. Senza quasi più parlare. Speriamo continui, ci spera Leonardo, nel suo silenzio. E anche noi.


Ogni uomo è un'isola




Abbiamo bisogno di essere connessi, anche io e lei, che parliamo a stento mentre siamo costretti in questa sala d'aspetto. Tutti connessi. Con il nostro oblò di sicurezza ben aperto sulle esistenze altrui, purchè non ci costringa a guardarci nel mare che ci si agita nelle pupille. Abbiamo. Bisogno. Per non restare isolati ci isoliamo. Tutto questo fiorire di protesi con tastiera e app. Eppure, eppure. Lo sa che c'era un poeta che diceva che nessun uomo è un'isola? No, non è Tiziano Ferro, quello le isole le vede negli occhi. Beato lui. No, un poeta antico. Voleva dire che facciamo tutti parte di un posto comune, un continente umano. Di incontinenti verbali. Lei lo sa che ho letto una storia? Si chiama Foula. Vuole che gliela racconti? Ma sì, tanto la fila è lunga. Foula è un'isola delle Shetland, quasi ai confini del mondo. Io che sono palermitano le direi "dove ha perso le scarpe il signore". Foula sta in mezzo al mare in tempesta, ci vivono trenta persone. Internet lì va e viene. In compenso puoi chiedere l'amicizia ad una foca. Si suona, si canta. Ci si tiene al caldo. Gli abitanti aspettano le navi con i rifornimenti, vivono di prodotti della terra e di bestiame. Un incubo, vero? Almeno per noi, per lei e per me che abbiamo un uncino smartphone, manco dovessimo leggere i post di Peter Pan ogni minuto. Un incubo. Però, le devo dire, gli abitanti fino a poco tempo fa erano un paio in meno. Due persone avevano lasciato l'isola per andare a fare una vita migliore. Poi sono ritornate. E per uno strano caso, non ce l'hanno fatta ad andare via, non più, hanno capito che forse la vita vera era sottrarre, non aggiungere. Non so che dirle, signore. No, non lo farei. Però, ecco, si ricorda quella storia dell'uomo che non è un'isola? C'è chi sceglie, e scappa per non fuggire da sé. Quindi sa, io le dico che invece ogni uomo è un'isola. Ognuno di noi, una bellissima isola lambita da un mare a volte calmo a volte iracondo. E ha il dovere di essere un'isola ben frequentata, per questo dovrebbe scegliere da chi farsi abitare davvero e non far entrare tutti. Siamo isole, lambite dalle onde, non sente il rumore, proprio adesso? Senta, sssciaff...ah, no, è il suo telefonino, risponda. Scusi se l'ho annoiata.

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