Gli scorfani di padre



Mi spiace, quando mi hai chiamato ero così disorientato che ti ho snocciolato un campionario di luoghi comuni. Peggio dei cataloghi di tappezzeria con i colori panza di monaco e topo che corre. Mi spiace che tuo papà abbia deciso che era la sua ora. O chi per lui lo ha deciso. Abbiamo sempre un croupier sopra di noi a cui ogni tanto rode il culo pure se sembra tutto a misurino. Vallo a capire. Mi dici che stai per diventare padre e io penso alla mia malinconia, che non ho un nonno da fornire alla causa come vorrei. E non lo avrai nemmeno tu. Che ti voglio bene lo sai. Perchè ce lo siamo detti pure da persi. Pure da lanciati a fare rimbalzi come pietre piatte lungo questo mare così bello e depravato che è il mondo. No, scusa, vengo al punto. Hai ragione. Non ho avuto il coraggio di richiamarti. Volevo dirti che il giorno dopo CI ho sognato. Ho sognato noi. Io tu e il nostro amico di una vita, il fotografo. Eravamo nel nostro quartiere dove siamo nati, dove non sapevamo che pelle avremmo avuto, se di setola o di squama, se di pace o di brama. E adesso mi viene da ridere. Perchè non immaginerai mai che cazzo mi è uscito da quella pentola sfatta che ho per testa. Ho sognato che avevamo un gruppo musicale. E siccome eravamo tutti e tre senza papà, avevamo deciso di chiamarci "gli scorfani di padre". Sì, facevamo un concerto nel nostro vecchio quartiere, non tanto un concerto. Era più una rimpatriata, però in più tu avevi tuo figlio e tua moglie, io la donna che amo e che ancora mi tollera con un amore al limite della pazienza. Fondevamo il nostro passato e il nostro presente e pregavamo un futuro che si decidesse a non fare la donna profumiera. Vestiti come i Blues Brothers. Io cantavo, tu suonavi piano e sax. E il fotografo la chitarra. Cantavamo una canzone di Mimmo Locasciulli. Intorno a trent'anni, si chiama. Ed eravamo felici. Tanto. Ridevamo quasi ubriachi di amore e di mondo. Non come adesso che penso che un altro nostro pezzo si stacca e io ti voglio bene. Ma non ci trovo un cazzo da ridere. Amico mio.

I Vips e poveri



Quanno uno famoso sta nei guai
Li social so’ n’ posto divertente
Quarcuno nun l’avrebbe detto mai
Quarcuno grida che è  ‘n gran deficiente
Se fanno le battute spiritose
Se scherza oppure se fa er tifo
E più le star so’ ricche e so’ famose
E più se dice quanto fanno schifo
E poi ce sta pure chi difende
Se mette a di’ quanto sia ingiusto
Pijassela così co ‘n innocente
A massacrallo con cattiveria e gusto
Quelli che te dicheno de capillo
C’ha avuto una vita complicata
Piena de sordi, oro e de gioiello
Ma pure tanto, tanto sfortunata
Eppure chi si sgola e sta in difesa
Te grida de capì sto’ caso umano
Però pe’ strada fa la faccia offesa
Se poi er barbone chiede co la mano
Se ‘n omo nun c’ha sordi ed è ‘n cojone
Er suo passato nun fa mai notizia
Se invece è ricco e va in televisione
Va bene tutto, pure l’ingiustizia
La vita c’ha ‘na strana evoluzione
Che a capilla ce divento pazzo
Chi è povero soffre e muore da cojone
Chi è ricco, ha i paladini de stocazzo


Preghiera per la Chape


Scusami, ti sembrerò infantile, ma stavolta voglio una risposta. Del resto chi ha giocato a pallone un po’ infantile lo resta tutta la vita. Specie se ha amato il calcio fatto di polvere in bocca e pietre a sbucciarsi le ginocchia. Dove prima di dribblare l’avversario, dovevi stare attento alle siringhe. Non dico che fosse una favela, ma nemmeno il Parco dei Principi. Lo so che sei impegnato in cose più importanti, ma almeno dammi retta un attimo, in fondo non hai mica un referendum alle porte. La tua baracca regge da migliaia di anni. Vorrei parlarti un attimo di quella squadra. La Chapecoense. Un gruppo di ragazzi della serie A brasiliana. Nel 2009 erano ancora tra i dilettanti, poi una cavalcata trionfale, anno dopo anno, fino ad arrivare alla massima serie. Come se non bastasse, questi antieroi dalle facce sorridenti, continuano ad essere irrispettosi e si qualificano anche per la coppa Sudamericana, con i gol di Bruno Rangel, che sembra Aristoteles, triste, malinconico y letal. Come dire che L’Avellino va in Europa a far danni. Perchè questa squadra di danni ne fa eccome. Appena esordisce fa fuori l’Independiente, una delle squadre più importanti d’Argentina. Ai rigori. Danilo, il portiere fa una parata prodigiosa e li porta in paradiso. Non ancora quello che intendi tu però. Potrebbe bastare, non basta. In semifinale i ragazzi in verde fanno fuori il San Lorenzo de Almagro. La squadra vincitrice della champions sudamericana 2014. E per cui tifa il Papa. Forse abbiamo trovato il nodo. Forse è stata questa irriverenza, questo sfidare blasone e nobiltà a darti fastidio? Veniamo al punto. Il 29 novembre 2016, la squadra del Chapecoense si imbarca su un volo diretto a Medellin. Va a giocare la finale di andata della coppa. Contro l’Atletico Nacional. I tifosi biancoverdi aspettano impazienti, sono oltre il loro sogno più bello. Tutto finisce lì. Poco prima. L’aereo si schianta a sud di Medellin. Muoiono 76 persone. La Chapecoense non esiste più. In un amen. Proprio il caso di dirlo. Il dopo è dolore, ricordo di altre tragedie, come Superga. Ora io non so come ti chiami davvero. Qui ti chiamiamo Dio. Lo so che è una richiesta stupida, ma mi spieghi perchè non li hai fatti almeno giocare? Almeno convincimi che lo hai fatto per loro. Magari avrebbero perso e invece così sono nella leggenda. Anzi, hanno pure vinto. Visto che gli avversari dell’Atletico hanno fatto richiesta ufficiale di assegnargli la coppa, senza giocare. Spiegami perchè. Comunque minimo, adesso là sopra devi fare un torneo. Con il Grande Torino, con il Manchester United. E poi devi far giocare con loro Morosini, Fortunato, Foè, Meroni, Mero, Pisani e tutti quelli che hai deciso di convocare. Perchè caro Dio, o come ti chiami, questo non è giusto. Non è stato bello. E noi ci portiamo via il pallone, che oggi non si gioca. Ecco. No. Non sto piangendo, nessun tifoso piange. Siamo solo allergici alle cipolle, pure a distanza.



"Ti amerò per tutte le vite che vivrò" - L'ultimo messaggio scritto sui social dal capitano Cleber Santana, rivolto alla moglie. Titoli di coda.

Corri, Leonardo, corri



Nessuno vorrebbe avere un ospite di cui non sa il nome e che non sa come trattare. Magari non lo volevi nemmeno e te lo hanno imposto. Quante volte litighiamo con la famiglia per inviti imprevisti con gente che ci mette a disagio. Nessuno vorrebbe ospiti sgraditi. Eppure, il nostro corpo a volte deve accettare ospiti più o meno famelici e importuni. E però, sono imposti, bisogna imparare a conviverci. C'è chi ha epilessie, autismi, sindromi varie. Spesso chi guarda da fuori si muove a compassione e pensa all'ingiustizia, invece chi si porta appresso la dote poco bella da vantare, ha un atteggiamento più costruttivo. E poi ci sono storie come questa, in cui non solo si accetta l'ospite, ma ci si corre anche insieme. Il signore in foto si chiama Leonardo Cenci, ha 44 anni e corre. Quattro anni fa voleva correre la maratona di New York. Voleva. Il 9 agosto del 2012 i medici gli diagnosticano un cancro ai polmoni. Non uno qualsiasi, dei 150 cancri esistenti è il secondo più feroce. Non proprio una passeggiata tra i boschi. Infatti gli danno dai 4 ai 6 mesi di vita. E lui invece di consegnarsi all'ospite con deferenza, lo sfida. E decide di reagire, continua a correre e ad allenarsi. E attenzione, correre con un tumore non è come avere un livido. La terapia prevede un mix di medicinali che abbattono un toro, Leonardo ha avuto pure due imprevisti, un apparecchio per la chemio che gli ha fatto infezione e una gastroenterite. I medicinali provocano astenia, inappetenza e diarrea. Ma lui va oltre. Lui proprio in quel letto non ci si vuole accomodare. Se il tumore vuole stare con lui, deve seguirlo. Leonardo si allena per quattro anni. Alla fine diventa quasi un caso di studio. Già perchè oltre ad avere guadagnato quattro anni di vita, il tumore si è ridotto. Adesso la maratona di New York viene fatta, con una grinta che lascia alle spalle anche molti "sani". E alla fine, stai a vedere che l'ospite sgradito ha anche aiutato a capire la vita. Leonardo ne è convinto e quasi ringrazia di aver avuto questa esperienza, per la consapevolezza che gli ha dato. E alla fine, invece di ribellarsi, l'ospite si è accomodato. Senza quasi più parlare. Speriamo continui, ci spera Leonardo, nel suo silenzio. E anche noi.


Ogni uomo è un'isola




Abbiamo bisogno di essere connessi, anche io e lei, che parliamo a stento mentre siamo costretti in questa sala d'aspetto. Tutti connessi. Con il nostro oblò di sicurezza ben aperto sulle esistenze altrui, purchè non ci costringa a guardarci nel mare che ci si agita nelle pupille. Abbiamo. Bisogno. Per non restare isolati ci isoliamo. Tutto questo fiorire di protesi con tastiera e app. Eppure, eppure. Lo sa che c'era un poeta che diceva che nessun uomo è un'isola? No, non è Tiziano Ferro, quello le isole le vede negli occhi. Beato lui. No, un poeta antico. Voleva dire che facciamo tutti parte di un posto comune, un continente umano. Di incontinenti verbali. Lei lo sa che ho letto una storia? Si chiama Foula. Vuole che gliela racconti? Ma sì, tanto la fila è lunga. Foula è un'isola delle Shetland, quasi ai confini del mondo. Io che sono palermitano le direi "dove ha perso le scarpe il signore". Foula sta in mezzo al mare in tempesta, ci vivono trenta persone. Internet lì va e viene. In compenso puoi chiedere l'amicizia ad una foca. Si suona, si canta. Ci si tiene al caldo. Gli abitanti aspettano le navi con i rifornimenti, vivono di prodotti della terra e di bestiame. Un incubo, vero? Almeno per noi, per lei e per me che abbiamo un uncino smartphone, manco dovessimo leggere i post di Peter Pan ogni minuto. Un incubo. Però, le devo dire, gli abitanti fino a poco tempo fa erano un paio in meno. Due persone avevano lasciato l'isola per andare a fare una vita migliore. Poi sono ritornate. E per uno strano caso, non ce l'hanno fatta ad andare via, non più, hanno capito che forse la vita vera era sottrarre, non aggiungere. Non so che dirle, signore. No, non lo farei. Però, ecco, si ricorda quella storia dell'uomo che non è un'isola? C'è chi sceglie, e scappa per non fuggire da sé. Quindi sa, io le dico che invece ogni uomo è un'isola. Ognuno di noi, una bellissima isola lambita da un mare a volte calmo a volte iracondo. E ha il dovere di essere un'isola ben frequentata, per questo dovrebbe scegliere da chi farsi abitare davvero e non far entrare tutti. Siamo isole, lambite dalle onde, non sente il rumore, proprio adesso? Senta, sssciaff...ah, no, è il suo telefonino, risponda. Scusi se l'ho annoiata.

I chiodi da scalatore




Ognuno di noi ha appigli. Come quei chiodi da scalatore che senti che la parete cede e pensi di non farcela. Poi guardi nelle tasche e c'è quello che ti salva, o che sposta poco poco più in là la perdizione. Non è una cosa sola, a volte non è nemmeno una cosa. E la sottile ironia cialtrona, è che spesso è un piccolo segreto. Qualcosa che a stento abbiamo confidato a noi stessi. Per cui, quando per un motivo assurdo, quel chiodo torna a piantarsi in centro capoccia, noi ridiamo da soli. In metro, in macchina. Come farsi sorprendere a scapperarsi ad un semaforo, bello, schifoso, infantile e tremendamente innocente. Sono evocazioni quasi magiche, per farci venire a prendere al centro dell'ennesimo casino che abbiamo combinato. Ad esempio se mi guardo nelle tasche, io ho una maglietta dell'Iliade di marca Benetton, ormai strappata come una bandiera in guerra, ma non la butto nemmeno se mi si prega in Sanscrito antico con sottotitoli in ucraino. Poi ho un cardigan, mai messo, non mio. Guadagno dieci anni solo a metterlo e non posso permettermelo. Non più. Ma è importante. Ho tatuaggi in sospeso, un ragno, un asterisco, un motto in greco, uno già fatto con un monogramma, un bracciale da pochi euro, un foglio con grafia infantile. Ho due biglietti aerei, uno usato, uno, per fortuna no. Una medicina che è un martelletto da usare in caso di emergenza. Ho una frase con riferimenti biblici che mi fanno ridere. E poi ho due canzoni, una che si intitola "la Vie en rouge", che ha fatto un viaggio particolare, molto simile ad un ottovolante, giù, giù fino all'inferno e poi su. E poi c'è un chiodo che non pensavo di avere. Una volta una persona che mi stava aiutando ad uscire da una serie di curve prese malamente, mi disse che quel giorno era l'ultimo che ci vedevamo. Mi chiese, visto che amavo molto la musica, quale canzone mi sentissi dentro in quel momento. Io sorpresi lei e me, di colpo e senza pensare dissi "Siamo solo noi". Vasco Rossi. Dipingeva esattamente un momento atroce e da mettere nello scaffale più alto del solaio che nemmeno si pensa di avere. Quel chiodo viene ogni volta che mi gratto la testa, per elettricità varie. Sta lì a ricordarmi, che grazie a quel chiodo, non sono caduto. E come canta Vasco dal vivo: "siamo solo noi quelli che poi muoiono presto, quelli che però è lo stesso, poi fatti i cazzi tuoi.". E ridiamone, di cazzi nostri che ci hanno fatto sfiorare l'asfalto col mento, che siamo ancora qui.


Il treno




Buon pomeriggio signore, mi dà il suo biglietto? Sa che non è la prima volta che la vedo qui? Lei viaggia spesso. No, non è lavoro. Da cosa lo capisco? Dal suo viso. Ha l'espressione di chi ha preso le cicatrici e le bestemmie di una giornata, le ha convocate ad una pessima riunione e ha intimato a tutti di prendersi un giorno di ferie. Non ne ha più. Si vede che è arrivato. Però ha anche quel tratto disteso, quegli occhi di taglio di chi desidera solo tranquillità. Lei non mi inganna caro signore, sta viaggiando per andare da chi ama. Ha scelto una storia di resistenza e di viaggi. Parafrasando Gaber, lei vuole una quotidianità conquistata a fatica. Caro Signore, per lei abbiamo dei privilegi in più. No, non il wi
fi, qui non funziona nemmeno se cala Nostro Signore e collega un ripetitore nell'alto dei cieli. No, le possiamo dare due pietanze da vip. Un cibo che per molti è difficilissimo da cucinare. Noi abbiamo chef che potrebbero prepararlo su un piede solo durante una frenata brusca del treno. Le offriamo un piatto di coraggio che viene dal cuore con contorno di pommes de terre e poi il nostro piatto forte. L'abitudine con insalata mista. No, non creda che sia brutto o amaro da mangiare. L'abitudine è quella sensazione bella di tornare a casa e capirsi al volo, anche sfancularsi in due secondi con chi si divide la vita, perchè no. Però dà quella sensazione di sentirsi conosciuti, protetti anche con critiche sterili fatte solo per dire in maniera banale che ci si conosce a memoria. No, non è un cibo di cattivo sapore. L'abitudine fa trovare ad occhi chiusi, come due attaccanti scafati che giocano da anni nella stessa squadra, e mentre uno abbassa gli occhi a guardare la palla, l'altro sa dove la manderà. Sì, è rimasta l'ultima porzione. No, non è fortuna, sapevamo che avrebbe avuto fame di questo, glielo abbiamo tenuto da parte apposta. Non ringrazi, siamo noi che siamo onorati di averla a bordo.

Dani dal cuore grande



La difficoltà di classificazione ha sempre fregato tutti. Necessità di definire per forza una persona e chiuderla nella gabbia delle nostre convinzioni. Ci fa comodo ogni volta che si esprime. Nel bene e nel male. Invece c’è chi sorprende. Perché può avere la faccia e il temperamento di chi non vorresti incrociare. Ma poi, proprio perchè più terreno e prosaico, arriva dritto al punto senza troppe cerimonie. Come questo ragazzo qui. Lo conoscono in tanti, si chiama Dani Alves. Giocatore brasiliano in forza alla Juventus. 

Il ragazzo impara presto la fatica, con il padre e lo zio va a raccogliere frutta in un campo da bambino, mentre lavora, gioca. Si inventa un amico immaginario che ha il nome di un frutto. 

Dani è uno di quelli che raramente le manda dire, figuratevi a fare. Fa prima lui di ogni trombone burocratico. Ed ha un grande cuore, sporco di terra ed erba. Qualche esempio? L’anno scorso prima del derby con L’Espanyol quando giocava nel Barcellona, la squadra sta per farsi la rituale foto iniziale. Dani nota un ragazzo non vedente seduto in tribuna, Carlos. Non ci pensa un attimo, lo prende in braccio e lo porta in campo, per farsi la foto con i suoi idoli. Come da foto. E non contento, poi ha commentato sui social “Carlos è un esempio dei veri valori della vita una dimostrazione che dobbiamo goderci tutto quello che abbiamo, Dobbiamo comprendere quanto fortunati siamo a detenere tutti i sensi di una persona senza handicap. Mi ha emozionato vedere Carlos in lacrime accanto a noi che siamo i suoi idoli, grazie Carlos per averci mostrato che la felicità a volte è semplice da raggiungere.”. Basta così? No, Dani è incontenibile, fuori e dentro un campo. 

Eric Abidal, ex compagno di Dani Alves, ha combattuto una battaglia contro un tumore al fegato, ebbene, Dani senza dire nulla, si era offerto di donare una parte del suo fegato per Eric. Venne svelato molto dopo da Abidal, Alves non voleva si sapesse. E badate bene, donare un pezzo di fegato non è una passeggiata, specie il dopo. Tante cose sono precluse anche per il donatore. Ve lo garantisco per esperienza personale. 

Ancora? Ok. 27 aprile 2014, durante la partita con il Villareal, Dani sta battendo un calcio d’angolo. Un tifoso avversario gli tira una banana, per offenderlo e dargli, ovviamente della scimmia. Lui non si scompone, prende la banana, la mangia e poi batte il calcio d’angolo. Quando gli chiesero del gesto disse solo: “l’ho fatto automaticamente, non volevo dimostrare nulla, è che mi sono ricordato di mio papà, lui mi diceva sempre di mangiare banane che fa bene contro i crampi”. Il problema fu il dopo. L’autore del gesto, David Campayo, venne individuato, allontanato dallo stadio e licenziato. Giustizia è fatta? No. Dani apprende il fatto e dice che si sta esagerando. “Il ragazzo ha fatto una bravata, uno scherzo e suo malgrado ha scatenato un pandemonio, mi adopererò perché abbia di nuovo il suo lavoro”. 

Ma Dani non si fa mancare proprio nulla, finanzia personalmente e in segreto parecchie iniziative benefiche e che quando è stato scelto come testimonial per la campagna Tour n’Cure, contro l’epatite C, ha talmente preso a cuore l’iniziativa che trecento pazienti meno abbienti li curerà a sue spese (trecento!). 

Certo, è sempre un pazzoide che alla cerimonia del pallone d’oro si è presentato con una giacca che aveva come toppe cucite due foglie di Marijuana. Ma che quando va ad ecenti di beneficenza sceglie un sobrio grigio. 

E poi quello che dice a chiosa: “Odio tutto ciò che circonda il calcio. Vivo in questo mondo, ho un ruolo, ma non ne faccio pienamente parte, non sempre sono a mio agio. Ho i miei difetti, ma sono onesto”. Non mi vedo nel mondo del calcio dopo il ritiro, non farò l’allenatore. Ho altri interessi, la mia intenzione è quella di mettermi uno zaino in spalla e andare in giro per il mondo”.

Semplicemente un uomo. Senza gabbie. Grande Dani. 

Ishq




Credo non ci sia sentimento più difficile con parole definitive di quello che chiamiamo amore. Parola abusata da poeti virtuali, usata per puntarla e conficcarla contro cuori che hanno una data di scadenza come lo yogurt. 

Lo si spaccia per sentimento eterno e bigotto, fedeltà e coerenza A chi a volte mi chiede lumi, magari giudicandomi più esperto anche solo per età, io guardo smarrito. Su molti tempi sono fallace e disorientato. Non sono la guida con la lanterna, sono il pellegrino che si è perso in una direzione diversa. 

Due o tre cose, anche facendo tesoro delle parole degli altri le ho capite. Una è che l’amore non stride. Non fa rumore di gesso sulla lavagna, ma a volte passano interminabili momenti in cui quella lavagna rimane vuota di parole e piena di errori da cancellare. 

L’altra è che non è un monologo. Una esibizione monotematica senza contrasto e battute in risposta. Anzi, troppo spesso diventa un coro seduttivo a cui bisogna sfuggire, come Ulisse alle Sirene. 

Infine ho capito che a volte, una notte di dubbi trova una mappa nelle parole antiche. recentemente ho scoperto che da tempo immemore, nella lingua araba la parola “amore” in senso stretto non esiste, esistono delle definizioni che gli girano intorno. Una delle più usate è una parola iraniana antichissima, bivalente. Ishq. Ishq è non amore vero e proprio, ma malattia o delirio amoroso, di sentimenti. Qualcosa di patologico che cambia le membra e il comportamento. 

E la parola, ha origine e "radice" da quanto di più poetico e terrestre si possa pensare. Deriva da Ashaqah. Una vite che si aggrappa all’albero. E piano piano gli porta via la linfa vitale prosciugandolo, oppure si unisce a lui. E l’amore può prendere due strade da uno stesso gesto. O prosciugare definitivamente e far annullare e perire, oppure, nella sua sublime bellezza, far rifiorire una nuova pianta in simbiosi, prosciugando solo l’egoismo e i brutti sentimenti. Ecco, forse, in una sola parola, amore potrebbe essere Ishq, con i suoi pericoli e le sue possibilità. Forse.r


Quel sottile filo rosa e granata




Da: La Repubblica del 16 ottobre 2016


  • Sediamoci, ecco i nostri posti, dai ora posa quello smartphone. 
  • Ma papà, a me non interessa vedere la partita, sei tu che mi hai voluto portare. 
  • A cosa stai giocando? 
  • Un gioco fantastico, io sono un gladiatore che deve vincere delle battaglie in un mondo immaginario. 
  • E se ti dicessi che anche qui, in questo rettangolo verde, c’è un mondo, con tante storie di personaggi fantastici?
  • In questa partita? Qui e adesso? 
  • Anche qui, con queste due squadre che giocano oggi, Palermo contro Torino. Ognuna di loro ha avuto calciatori con storie belle e incredibili. A partire da tanto tempo fa, fino ad ora. 
  • Non ci credo. 
  • Ah no? Posa lo Smartphone e ti racconto. Hai mai sentito parlare di Valentino?
  • No, chi è? 
  • Vedi quei giocatori con la maglia di colore rosso scuro? Ecco quel colore si chiama granata. Con quella maglia giocava Valentino Mazzola, in un Torino di tanti anni fa. Era una squadra che vinceva sempre e contro chiunque, fortissima. Ma a volte le cose non andavano bene, la partita stava finendo e ancora non si vinceva. Allora…
  • Allora? Continua!
  • Allora Valentino tirava fuori i suoi super poteri, un trombettiere suonava dagli spalti una musica da battaglia e lui si rimboccava le maniche, le alzava fin su il gomito. E con questo gesto il toro mansueto si inferociva, i compagni si davano da fare e battevano gli avversari. Pensa, non li fermava nessuno. Fino a che un aereo dove viaggiavano, non precipitò, portandoli tutti via con sè, di ritorno da una partita
  • E ce ne sono ancora di giocatori con storie così?
  • Sai, in questi giorni ricorre un anniversario, la morte di una farfalla. 
  • Una farfalla? 
  • Sì, colorata di granata anche lei, si chiamava Gigi, Meroni. Un giocatore che aveva una leggerezza e un talento incredibili, così bravo da sembrare che volasse. Ma era stravagante, pensa, camminava con una gallina al guinzaglio. 
  • Davvero??
  • Sì, e dipingeva. Si era innamorato di una ragazza che lavorava al luna park. 
  • E perchè è morto? 
  • Perchè una macchina lo investì una notte, tu pensa che i suoi compagni dovevano giocare una partita importantissima pochi giorni dopo ed erano distrutti. Non avevano più chi sapeva farli volare. 
  • E non volarono più?
  • Volarono eccome, fecero una partita bellissima, il suo migliore amico, che si chiamava Combin, fece tre gol avendo la febbre alta e segnò anche la riserva di Meroni che aveva il suo numero sulla schiena. Alla fine disse che gli sembrava di essere guidato. 
  • Da una farfalla?
  • Forse sì, una farfalla fortissima. Ma non è finita qui, vedi quegli altri che stanno entrando in maglia rosanero?
  • Il Palermo? Che colori strani. Il rosa è da femmine. 
  • No, è il colore del dolce, per noi, come il nero è l’amaro. Siamo a metà, come i mutanti che ti piacciono tanto.
  • Bello! Due opposti!
  • Esatto. E dentro quegli opposti si agitano storie che non immagini.
  • Dai dimmele!
  • Ti potrei dire che con questi colori c’era chi è arrivato in cima al mondo. E non ci credeva nemmeno lui. Fabio Grosso. Pensa, era partito dal giocare nei dilettanti, ma aveva anche lui un super potere. L’umiltà. 
  • Davvero è un potere?
  • Il più grande. Fabio è riuscito prima a giocare con questa maglia, facendo cose molto buone e poi ad andare a giocare un mondiale, con la nazionale. Ma non è tutto. 
  • No? Che successe? 
  • Lui quel mondiale non solo lo vinse, ma segnò un bellissimo gol contro la squadra di casa fortissima, la Germania. E poi in finale, contro la Francia, segnò il rigore decisivo.
  • E ci sono altre storie?
  • Tante, per esempio Bronèe, un giocatore danese che una volta fece un autogol per fare un dispetto al suo allenatore che lo rimproverava, o Bovo, che ha giocato nel Palermo e nel Torino, che quando si è sposato invece di ricevere regali ha fatto una donazione per l’ospedale che cura i bimbi da malattie difficili. O Brienza, che ha giocato nel Palermo e lo amava così tanto che quando tornava qui con altre squadre era sempre commosso. Una volta stava andando a fare gol contro i rosanero, ma due avversari si sono scontrati facendosi male tra loro, lui si è fermato e ha buttato fuori la palla per farli soccorrere. Oppure Donsah, che è arrivato qui con un barcone di rifugiati, che per giocare non aveva nemmeno le scarpe e gliele regalò un giocatore della prima squadra, Acquah. O Vassallo, un peruviano che non giocò mai e che fu convocato solo una volta, perche “si era comportato bene”. Dittgen, un giocatore tedesco che litigava con la moglie perchè rientrava tardi, l’allenatore lo faceva stare da solo a fare allenamenti e lei non ci credeva, che si infortunò facendo giardinaggio, pensa, con la spina di una rosa in un occhio. Ma anche magie allo stato puro. 
  • Magie? 
  • Sì, di giocatori che accendono la fantasia, argentini magri e talentuosi, uruguagi col colpo in canna, piccoletti che avevano il pallone calamitato ai piedi e partite che ci hanno fatto sognare e credere che a volte la felicità è fatta anche di una vittoria conquistata a fatica, contro avversari molto molto più forti, ma anche di finali perse per un soffio. Una squadra che, pensa, ad un certo punto non è esistita più, cancellata, poi l’hanno rimessa in piedi ed eccola qui. 
  • Sai che mi piacciono quei colori insieme, a pensarci? 
  • Sono felice, sono colori che dovrebbero anche essere di insegnamento alla vita, come diceva una vecchia pubblicità. 
  • Che diceva? 
  • Che quando tutti vedono nero, qualcuno vede anche il rosa. Bisogna cercare sempre il dolce, oltre l’amaro. 
  • Sì, papà, ora zitto, che stanno per giocare e io voglio sentire da loro come continua la storia. 



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