la bellezza claudicante




Una volta appurai che la vera bellezza non è perfetta. La vera bellezza è claudicante. A volte segnata nell’anima da sofferenze ed errori rinfacciati oltre ogni umana sopportazione, a volte per ferite. Colpi di sciabola non voluti che tranciano le esistenze all’altezza dello stomaco e delle speranze. Oppure semplice tempo che passa. Perchè è giusto così. Perchè altrimenti bisognerebbe scomparire da giovani e belli e lasciare quell’immagine per sempre. Ci sono due immagini che oggi si sovrappongono nella mia mente. Veronica Sogni e Starsky e Hutch. 

Veronica a 24 anni si era trovata davanti un mostro che nessuno meriterebbe mai di fronteggiare. Un tumore al seno, nel 2012. 
Veronica nel frattempo si spegneva, con coraggio. Era stata finalista di Miss Italia, aveva sfiorato le finali di X-Factor, questo per il personaggio. La persona era molto, molto altro. Una donna che coraggiosamente ha combattuto la malattia, che ha fatto innamorare di sè per la sua tenacia i dottori che l’hanno assistita, che non ha perso un grammo della sua bellezza in chemio. Anzi, ha detto che aveva provato così tante pettinature che finalmente aveva trovato il look giusto. Che diceva di sentirsi una guerriera Masai. Quando la malattia la aggredì ancora lavorava per qualche marchio, bellezza claudicante e splendida. Non ce l’ha fatta. Morta pochi giorni fa. Un mese fa il suo compagno da dieci anni, l’ha sposata e ora le ha detto addio con dignità rara. Veronica che rende onore al suo cognome, portando i Sogni in alto. 

Mi commuove altrettanto, per la bellezza del ricordo e quella dell’attualità del gesto, vedere gli attori che interpretavano Starsky e Hutch, uno in sedia a rotelle e l’altro che spinge, mentre si recano ad una convention. A metà tra il ruolo ancora incastonato di poliziotti che si sostengono e quello di amici che hanno ormai levato tutta la polvere e la forfora del successo passato e non più ritornato. Li guardi e rosichi. Perchè non stai pensando solo a loro e ai loro 73 anni portati con dignità, pensi a te e al tempo che comunque a volte è passato, a volte ti ha proprio camminato addosso senza rispetto. Ti ricordi quei telefilm, ma guardandoli li disincastri dal video e li vedi normali, nella vita in cui non fanno finta di schiantarsi con la macchina o con una pistola in mano. E non fai più lo sguardo di stupore, ma di ricordo.

Perchè forse per un attimo, Veronica, Starsky ed Hutch, comunicano che resta una bellezza molto più importante dell’aspetto fisico. Quella claudicante, un po’ malferma di chi ad esistere ci ha provato davvero. A modo suo.

Dark soul



Non ho mai creduto agli esseri umani con una linea continua. Quelli che si sforzano di apparire sempre fedeli a se stessi, coerenti e pronti a dispensare perle di saggezza e di esperienza, così come non credo al loro specchio sempre pulito. Credo invece ad una Dark Soul, una stanza buia in cui ogni essere umano suda i propri desideri, o si raggomitola in un angolo come quando era bambino ed una tenebra di piovra inchiostrata lo aggrediva e guai se piangeva. Ormai è un’epoca in cui vai fuori e sopporti l’onda d’urto, ma torni a casa e non sai perchè a volte ti viene da sorridere, altre guardi la tua stanza con il desiderio di non uscire più dalle coperte, è la vita bellezza, che ti piaccia o no, ogni giorno è un sorteggio, una riffa manovrata male, un gioco delle tre carte. Ma il più delle volte tieni botta, eccome. A volte tiri fuori le zanne, a volte torni a casa con la scapola piena di denti del predatore di turno. Per questo non credo alle serpi delle buone maniere fluenti, per questo, mentre magari leggo un giornale e sento un nome, mi piace capire che cosa sia la musica che sente, che traino abbia per continuare la sua storia quell’essere umano.
Ad esempio ne leggevo sulla rivista Contra-Ataque di questo signore qui, si chiama Eduardo Dos Reis Carvalho, per gli amici Eduardo e basta. Fa il portiere. Di nazionalità portoghese. Uno di quelli che il suo filo lo stava stendendo bene, onesta carriera, vita senza note particolari. Anzi, quel filo stava diventando un ottimo cordone da scalata, visto che ad un certo punto, nel 2010, il mondo si accorse di lui. Ottimo portiere con la sua nazionale. Sguardo attento, concentrato. Guadagna l’onore delle armi, perchè la squadra verrà eliminata da quella che poi sarà campione del mondo, la Spagna. Insomma, perdere di misura contro chi si arrampicherà spesso sul tetto del mondo ci può stare. Ma c’è sempre quella stanza, quella dark soul. Eduardo decide per una nuova squadra, dove andare a dispensare sicurezza e classe. Il Genoa.
Invece quello che arriverà sotto la lanterna, sarà la controfigura sbiadita del portiere autorevole e sicuro che si era visto. I tifosi leggono in lui uno sguardo triste, la squadra lo sostiene, lui non dirà mai nulla sopra le righe. Eppure sarà quello il momento in cui finalmente verrà fuori qualcosa. In molti cercheranno una spiegazione di questo inceppamento, in molti vorranno capire, forse un collegamento c’è. Quando il trauma ritorna, è come un fulmine che ti colpisce sempre e ovunque, ma non sai mai quando. Eduardo, da ragazzino a 16 anni, stava viaggiando col padre, per andare a comprare dei guanti da portiere nuovi. Un destino travisato da incidente stradale sorteggerà lui come fortunato, chiedendo però in tributo suo padre. Qualcosa che lento, ha macinato dentro di lui. Eduardo non nega e non afferma, ma qualcosa si spezza e quella sicurezza sfugge come un topo dispettoso nella tana. Adesso convive con la sua stanza buia, guardando trionfi altrui come portiere di riserva.
Come dissi, non credo a nessuno che abbia una linea continua e incorruttibile, credo molto di più a fragilità che a volte dipendono da una stanza buia spalancata, a volte mitigate da una porta socchiusa, a volte, quella porta è da calcio. Come per Eduardo.

Label Town



Benvenuti a Label Town. 
Il paese delle etichette. Qui tutto deve avere una definizione, dobbiamo stare tranquilli. A Label Town il colpevole passa prima di tutto dall’alta corte del tribunale dei Social. Prima di tutto sarà la tastiera e il suo possessore a decidere della sorte. Tra pena di morte e chi lo vuole innocente. A Label Town, a volte c’è un mostro che fa qualcosa di orribile, allora tutti vogliono che sia subito preso, perchè tra poco c’è la partita e vogliamo guardarcela in pace, mica possiamo stare con il cruccio. Ma nel frattempo abbiamo scritto la nostra, che non si sa mai perdiamo credibilità a non esprimerci.
A Label Town l’indignazione è come la scoreggia, per farsi sentire deve essere rumorosa e volgare, ma poi non si ha tempo di vederne gli effetti, una volta fatta. Se qualche giovane fa qualcosa di male, Label Town si riempie la bocca di valori, famiglia, genitori. Nel frattempo i genitori intervengono dicendo quanto il figlio non avesse mai ucciso nessuno prima, che era la prima volta ed è sempre stato un bravo ragazzo. Spesso si fa cannibalismo, ci sono bellissime trasmissioni pomeridiane, dove si pasteggia col corpo della vittima e si giudica il colpevole, pazienza se poi non era lui, qui bisogna fare in fretta.
Chi ruba ha sempre fiducia nella magistratura, la stessa che pensava di fregare rubando. A Label Town poi, abbiamo la memoria corta. Il processo, il giudizio e la sentenza si fanno su facebook nel giro di pochi giorni, poi non si ha tempo di seguire le notizie, o la magistratura, che tanto si ha fiducia che faccia un buon lavoro.
I colpevoli sono sempre gli altri, quelli che non appartengono al nostro gruppo, si parte da un paese diverso, si arriva al condominio, gli altri, la peggiore specie. Per i reati abbiamo sempre una soluzione, qui, pene esemplari. Fino a quando al giudizio di Label Town non finisce uno di noi, allora abbiamo fiducia. E giustificazioni, per cui c’è una spiegazione. Per cui era a nostra insaputa.
E poi era una brava persona, sorrideva e salutava.
A Label Town si regalano case, conti in banca, non si paga al ristorante, tutto a nostra insaputa. E poi proviamo a chiedere favori, raccomandazioni, che qualcuno ci timbri il cartellino al posto nostro, ma a nostra insaputa.
Facciamo cose che non si possono dire a Label Town, andiamo in posti dove certe cose sono consentite, ci lamentiamo delle libertà negate in altri paesi, dove si ottengono piaceri a poco prezzo, vogliamo le libertà della donna, ma poi abbiamo cifre da record di donne uccise e percosse. Ma i colpevoli sono sempre gli altri. Siamo tutti insegnanti di rispetto e valori, umiltà e virtù. Con armadi capienti e scheletri stagionati come prosciutti.
Se succede un fatto grave, monta una rabbia sorda e cieca, per cui dobbiamo dire quello che pensiamo subito, a volte con tanto odio, che la linea tra noi e chi odia di professione qualsiasi cosa, sembra molto invisibile.
A Label Town attacchiamo etichette, portiamo al giudizio colpevoli, sappiamo che formazione mettere in campo, abbiamo la soluzione giusta per governare, sappiamo come non farci fregare, siamo furbi e arrivisti ma con senso della famiglia. Viviamo bellissime storie d’amore, poi finisce l’orario di lavoro e rientriamo dalla nostra famiglia chiudendo la chat. A Label Town attacchiamo etichette, proprio come si fa con i cadaveri negli obitori, a volte lo siamo un po’ morti dentro. Vieni anche tu, potrebbe ricordarti l’Italia, ma è solo suggestione.

E la vita, la vita




E la vita, la vita. E la vita l'è bela.
Una canzone ironica e allegra, perché ognuno l'amarezza la combatte come può.  Anche ridendo. Anche in maniera surreale.
C'è chi dopo un lutto ha fatto l'amore
Chi continua a cantare per ore.
C'è chi chiama un amico lontano.
E gli spiega un progetto un po' strano.
E l'amico magari poi parte, ma dove arriva se parte.
Strano modo a volte di assecondare l'anima,  senza rimorsi, quella di assolversi dalla paura di non farcela. E dirsi che tanto dentro di sé,  c'è la stanza del " prima o poi qualcosa arriva".
La bellezza di quando magari sei veramente a uno sputo dal mollare tutto, poi ti telefona un amico che ti parla di Carlo Marx e della creatività,  oppure che ti viene un'idea bizzarra e chiami chi potrebbe darti una mano. E quello dice subito di sì.
O c'è sempre lì quello che parte.
Che chiama da Barcellona perché sa che ti piacciono le maglie da calcio e te ne sta comprando una.
"Ti pensavo, sono qui, poi te la porto, lavala in acqua fredda". Sempre così,  mesi a non sentirsi e poi una telefonata che pare ieri.
C'è chi passa giornate un po' strane.
C'è chi manda tutto a puttane.
C'è chi in fondo sa avere successo
Chi è rimasto incastrato nel cesso.
E c'è sempre lì quello che parte.
Ognuno combatte il momento difficile come può.
La canzone "e la vita, la vita", cantata da Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto, fu scritta con Beppe Viola. Un giornalista sportivo geniale e dissacrante, morto di emorragia cerebrale a 43 anni. Per quella canzone, Renato Pozzetto fu talmente contento che si sfiló il suo orologio e lo regalò a Beppe.
Beppe lo portò tutta la vita. Al momento dell'addio,  la moglie non pianse, ma prima di salutarlo del tutto, sfiló l'orologio dal polso.
Un momento tragico e il simbolo di una canzone esilarante.
Perché abbiamo strani modi di combattere contro tutte le tempeste. Ognuno a modo suo.
E c'è sempre lì quello che parte, ma dove arriva se parte, ciao.
E la vita, la vita.

La brutta bestia



Brutta bestia l'umiltà. Un morbo che per alcuni è da debellare. Come si permette costui a rifuggire da complimenti sperticati, che arroganza lo spinge a non saziare il suo ego anche semplicemente avendo fatto nulla? Eppure succede. Una setta segreta cerca ancora di fare senza arie da flatulenza, ostentando azione invece di fare ostentazione, stranamente poi, non parla male del vicino o del collega, del fratello e del consanguineo. Non perché non voglia, è che non ha tempo. Tempo fa mi è balzata all'occhio la storia di Ricardo Giusti. Calciatore argentino di umili origini, i compagni lo descrivono come sempre solare e trascinante. 
Non un fenomeno, eppure, proprio per il suo carattere mite e portato ad aiutare, venne premiato, con la convocazione per il mondiale 1986. Jorge Valdano, suo compagno, lo ricorda sempre come uno pronto a spronare i più forti e a dirgli che senza di loro non sarebbero andati avanti. Giusti vinse quel campionato del mondo in campo, lottando con grinta per sopperire ai suoi mezzi. Ma il bello fu dopo, tornato al suo paese d'origine, Giusti fu accolto come un idolo, ma lui evitò sempre ogni celebrazione eccessiva. 
Da allora però fece una cosa. Organizzare una partita tra amici ogni volta in cui riusciva a tornare a casa. Gli amici arrivavano all'orario della partita. Lui arrivava 4 ore prima. E da solo falciava il prato del campo, puliva gli spogliatoi e preparava il necessario per la grigliata dopo la partita. Lo faceva e lo continua a fare. E quando gli hanno chiesto perché, lui semplicemente ha detto che trova giusto che i suoi amici abbiano una bella giornata. Non bisogna nemmeno azzardarsi a ricordargli che un campione del mondo non dovrebbe fare questo. Si rischierebbe di fargli perdere il sorriso e guadagnare una brutta occhiataccia. Brutta bestia l'umiltà. Ti fa arrivare in cima al mondo, ma poi ti fa spolverare bene quella cima. Hai visto mai venga gente, mica può trovare tutto in disordine, con la scusa di essere i migliori.


Io sono Morgana




Mi chiamo Morgana. Sì, come la fata. E anche come il miraggio del deserto. Il nome me l'ha messo appena nata la mia famiglia, quasi all'unanimità. Diciamo che mio papà, aveva più in testa la storia greca e voleva chiamarmi Gorgo, come la moglie di Leonida. Come tutti i piccoli, anche io ho imparato guardando. Ho iniziato a gattonare quasi subito. E la frase è quanto mai pertinente. Per me il papà e la mamma non sono solo quelli che mi nutrono e mi amano. Sono una sorta di capibranco. Più la mamma però. Se la mamma va da qualche parte, io non riesco a mettermela via. Quando ero piccola piccola non potevo uscire, allora con il mio provare a parlare incomprensibile, le avrei voluto fare mille domande, dove andava, con chi era, quando tornava. Quando tornava era la più fondamentale di tutte. Anche papà mi piace, molto con la testa tra le nuvole, però ha anche i piedi ben piantati a terra. Crescendo ho messo su un bel caratterino, molto ribelle. 

Ho cominciato a litigare con i miei coetanei e anche con quelli più grandi di me. Non sopporto i bulli e i prepotenti. Eppure qualcosa mi avvolge la notte. Non riesco proprio a farmela passare. Ci sono piccole spille di paura del buio, non so, non mi spiego. Però ad una certa ora sveglio papà. Il giorno ci scontriamo spesso. Lui è dispettoso, ogni tanto viene lì e mi stuzzica, mi fa il solletico e io non lo sopporto, tanto che rispondo subito male. Ma so che è il suo modo di volermi bene. La notte se lui non è via per lavoro, preferisco dormirgli accanto. Arrivo e gli picchetto la spalla e gli chiedo di farmi spazio nel lettone. Poi appoggio la mia testa sulla sua mano e dormo. E tutto quello che non so spiegare passa. Come passa tutto quando gioco con mamma, a volte sono io a provocarla, se la vedo triste la sfruculio e le chiedo di insegnarmi qualche gioco nuovo. Io mi chiamo Morgana. E ho circa dieci anni. Per voi umani. Ma per noi gatti è solo un anno e mezzo. Purtroppo la mia inquietudine e voglia di avventura non è tanto comprensibile in questa realtà. Il mio papà  dice sempre che non è un mondo a misura di cuccioli e di deboli. E quando lui parla di cuccioli, intende proprio bambini e bestiole. Perchè dice sempre che il suo papà lo ha educato così, che chiunque resti indietro o sia bisognoso di protezione, va accudito. Non importa se sia uomo, animale, o Leocorno. E dice anche che la sofferenza parte dal basso. In tutti i sensi. Se sappiamo guardare chi non è alla nostra altezza e sappiamo ascoltare anche laggiù. Sono stata imprudente e una macchina non si è fermata. Ora non ci sono più e quello che mi spiace è che so che mamma e papà umani ci staranno un po' male. 

Ma io come faccio a spiegargli che come gatta ho sette vite e che se n'è andata solo una? Molti penseranno che è ridicolo soffrire così per un animale. Ma per fortuna a casa mia si è amato e si ama e basta. Senza chiedere i documenti o l'essenza. Mio papà da un paio di giorni ha in testa una scena, che gli serve a stare meno male. È il finale del film "se Dio vuole". Marco Giallini guarda un frutto, pensando ad un amico in ospedale che ha avuto un brutto incidente e non si sa se vivrà. Il suo amico gli aveva insegnato che quando arriva il momento le cose accadono. Non ci si può fare nulla, gli aveva indicato una pera che pendeva dall'albero. Dicendo che prima o poi sarebbe caduta perchè è giusto che cada. Giallini è lì che aspetta notizie. 

La pera si stacca dall'albero. E lui sorride e se la fa andare bene così, poi inizia una bellissima canzone di De Gregori. Cose. Doveva succedere. Fa un po' male, come tutti i dolori che ci accadono accanto. Fa più male. Senza distinzioni di uomini animali e Leocorni. Si è fatto tardi, io vado. Qui sopra ho trovato un signore affettuoso che dice di essere il papà del mio papà capobranco. Penso che lo seguirò, anche lui parla bene di uomini e gatti. Divertitevi lì sotto. 

C'è qualcuno che bussa e muove la coda. 
C'è qualcosa che passa, in questa stanza vuota.

Il san Valentino di Marco


L’anima è costretta in un corpo, quando diventa leggenda, l’anima deve andarsene dal corpo. È facile, un ragionamento logico. Possono attaccare il tuo corpo, possono farlo ingrassare, dimagrire o invecchiare. L’anima non possono toccarla.
Possono dire che sei fasullo, possono dire che ti imbottivi di schifezze, ma avranno solo il guscio. Possono prendermi un braccio, una gamba, possono dirmi che non farò più un metro senza qualcuno che mi accompagni, possono chiudermi in un ospizio e prendere la chiave , darmi semolino e farmi vedere il parco un’ora al giorno. Ma non potranno fare nulla a lei. Lei potrà sentirsi degradata, si agiterà come una lucertola schiacciata, ma a differenza di una lucertola a lei possono portare via anche la testa, ne avrà subito una nuova. E un’altra e un’altra. È lei che soffia dentro questa carcassa è di lei che sento il grido in questa notte di silenzi, è solo lei che mi chiama al telefono mentre sto attaccato alla tazza del cesso, è solo lei che tratta con me il prezzo della tenebra che ci avvolge.
Noi eravamo una cosa unica, la sentivo, avvolgermi con il suo calore nelle vette innevate, darmi aria nelle strade cotte e liquefatte dal sole. Lei era lì, dietro di me se c’era da spingere, davanti a me se c’era da incitare. Anche quando non c’era nessuno lei c’era. Anzi quando non c’era nessuno era meglio. Chi vince è sempre solo? No, c’è lei. Lei anche da soli si metteva accanto a me e si strusciava come un gatto. Era buona, non mi faceva mai pesare quanto dovessi tutto a lei e a lei sola.  Lei è con me, tra queste mura, permeante, avvolgente.
Lei non le mie gambe, lei non il mio sponsor, lei non la mia testa, lei lei lei. Senza uno scopo, senza un utilizzo, lei esisteva e io vincevo, io ero il motore che muoveva quelle due ruote, ma lei era il carburante. Nonno, non è in me che hai acceso un lumicino poi diventato incendio, ma in lei, che cercava la maniera di venir fuori, tu l’hai istigata, incitata, sei il mandante di questo trionfo improbabile, tu mi hai dato per primo una bici, il veicolo che mi ha fatto metà uomo e metà Dio, il più scassato degli Dei, quello che più di tutti si fa troppe domande. Se fossi nato archivista, nonno, nessuno mi avrebbe imitato. Nessuno avrebbe avuto lacrime di gioia per me, nessuno a rasarsi i capelli o farsi il pizzetto biondo. Nessuno avrebbe qualcosa da dire se io da domani decidessi di non svegliare più questa carcassa.
Se fossi archivista. Non amori tra onde di folla non il mio nome tra giganti, ma scartoffie, faldoni e il dna di un padre che farà un figlio a sua volta archivista.
Non sono cresciuto, non sono invecchiato, non sono partito, non sono tornato, non ho mai vinto né perso, ha fatto tutto lei. Non a caso è femmina e come tutte le femmine decide anche per il più grande degli uomini.
Si sta facendo tardi e mi gira la testa, adesso che sto in questa stanza calda e accogliente, una stanza piccola quanto un ventre di madre, che mi accoglie e mi fa rinascere. Non archivista, non leggenda, ma neanche quello che è stato dopo.
Io non posso fermare lo stillicidio del tempo e dei miei detrattori, non posso dire più cosa sia giusto e cosa sbagliato.
Io non devo giudicare chi mi giudica, io perdono chi non perdona. Io ti guardo e mi sento un po’ te, vorrei venire con te, ma prima mangio un boccone. A pancia piena ragiono meglio, mi si sazia il dubbio e l’incertezza, adesso che ho mangiato lo so. Io che sono unico, vorrei essere te che mi hai reso unico. Vorrei essere la mia anima e staccarmi da me e magari incrociare Cupido che in questa notte di S. Valentino vaga per la città, se mi affaccio al balcone siete tutti innamorati, per stasera mi sembra che ognuno abbia qualcuno che lo capisce, che lo comprende ma che è anche pronto a criticare se fa una cazzata. Io avevo sempre ragione, vincevo e avevo ragione, stravincevo e avevo ragione e amici e persone che volevano essere come me che vorrei essere come te, adesso. Nessuno che mi abbia mai detto “hai fatto una cazzata”. Io non so se ne ho fatte, non so se chi prendeva il mio braccio e mi proteggeva lo faceva per sbranarmi, io non ho mai lasciato la presa per primo, anche quando potevo piantare le tende del mio impero sulle pance di chi mi voleva far fuori. Io sono stato più forte di tutto, io sono indistruttibile, non temo i gatti neri che mi attraversano la strada, io sputo per terra indifferente levandomi di dosso i parafanghi delle macchine che mi investono. Io reggo il gioco, ma non sono io. È lei. Papà, mamma, amore mio, chiunque mi abbia conosciuto, adesso avete un guscio, che parla, fa la sua parte dice una battuta e ascolta l’effetto. Ho perso il sostegno, la stampella. Vedo che va via, adesso. Lo aveva detto tante volte che sarebbe andata via, adesso invece lo fa. È non potrei riacchiapparla nemmeno se ridiventassi “il pirata”. Lei ha la mia bandana, lei si veste di giallo, lei vince il Giro e il Tour, lei. Io sono solo un corpo che hanno chiamato Marco e adesso chiudo gli occhi e mi butto al suo inseguimento e non torno più in questa che adesso è una ostile bara di muri che reclama e avrà il mio corpo ma non me che volo come lei e macinerò ruote e metri, come quando ero il pirata e nessuno mi raggiungeva e non c’era Pordoi che mi resistesse.  Sono ancora qui e non mollo, dovessi arrivare fino in cielo per battere, almeno una volta in volata, la mia anima.


Sogni premonitori




Te lo giuro, te lo avrei detto. Ti avrei raccontato i sogni che ho fatto in questi giorni, solo che forse il lavoro mi ha portato via tempo, o forse non abbiamo più tempo che vogliamo investire in novità senza senso, come sognare.
Però giuro ero lì per dirtelo l’altra sera a cena, ma poi abbiamo affettato giudizi insieme a quel buon pane. Io affettavo i miei e tu i tuoi.
Con tanti stereotipi, che quando sento questa parola mi immagino sempre un impianto stereo con casse potentissime.
Io non so se i sogni sbagliano o azzeccano, ogni tanto si dice siano ciò che vogliamo, ogni tanto ciò che prevediamo. Tante volte sono ciò che avremmo detto ma non abbiamo avuto il coraggio.
Anche dopo cena, giuro, avrei voluto raccontarti, ma poi abbiamo litigato. Non ce la faccio a fare come dicono gli psicologi delle riviste, quelli che in pochi semplici passi ci dicono come dobbiamo fare per abbattere anche la peggiore delle ansie.
Ci provo, parto dai loro ragionamenti, dalle loro analisi ma poi mi perdo.
Mi perdo anche con te. Ogni mattina guardo quanto sei bella, mi sveglio prima di te, mi sorprendo quasi a voler trovare qualcosa di brutto in quello che vedo. Quasi come se finalmente si scoprisse il trucco e io capissi che mi ero sbagliato, che non eri tutto questo incanto. Ma questo trucco non si svela mai, nemmeno in nuove rughe o smagliature che trovo mentre dormi, mi sembrano ulteriori segni di erotismo, mi attirano anche le tue imperfezioni.
Forse avrei dovuto dirti questo, magari il potere della parola avrebbe disteso i tratti, ci avrebbe avvicinati. Tu avresti premuto il tuo corpo sul mio e ci saremmo disfatti del sipario di inutile pudicizia che sono i vestiti.
Però ecco, prima che mi perda, c’erano questi tre sogni che ho fatto. Tre notti di seguito.
La prima notte ho sognato di baciarti a lungo, di sentire il tuo sapore buono, che non mi stanco mai di assaggiare. Quel sapore che deriva dal profumo naturale della pelle, che quando è buono batte tutti i profumi.
La seconda notte ho sognato di scrivere una canzone che ti era dedicata, poi un racconto, poi una poesia, poi un romanzo. E tutto filava benissimo, li avevo chiari in testa, sapevo nel sogno che sarebbe bastato svegliarmi e scrivere tutto, poi invece mi sono svegliato, mi sono perso nel gioco di trovarti un difetto, mi sono ricordato che io non so scrivere. Nè canzoni, nè poesie, tantomeno romanzi. A dire la verità non saprei dire nemmeno quale qualità ti ha portato ad accorgerti di me. Certo non qualche mio talento. Forse qualche dote. Non so. So che mi sono dimenticato le parole che usavi per descrivermi e questo penso sia grave.
Non lo so se è grave, so che è proprio dalle piccole crepe, dalle dimenticanze, dalle attenzioni che non ci sono più, giustificate da “ma tanto lo sai che ti amo, no?”, che cominciano i cedimenti strutturali. I cambi di parentela, quelli in cui quasi ci si vuole bene come fratello e sorella.
Sono i momenti in cui il più sveglio dei due paradossalmente è quello più innamorato. I tuoi occhi guardano con più interesse tutto il mondo, osservano e compiacciono, sorridono e si complimentano. Il tutto fino a quando si posano su di me, allora si spengono, faticano a trovare spontaneità. Spuntano quelle rughe strane, che sono tanto attraenti, ma sembrano strade verso qualcosa che somiglia a un orizzonte lontano.
Ma prima di qualsiasi altra parola volevo dirti dell’ultimo sogno.
Ieri ho sognato che ti conoscevo fin dall’asilo. Curioso, visto che noi ci siamo conosciuti adulti e feriti.
In ogni posto in cui andassi, ti incontravo, ma non era questo il bello. Ovunque, dall’asilo alle elementari, fino all’università, ti incontravo sempre il primo giorno. E poi anche alle inaugurazioni, al cinema, in libreria. A teatro.
E ogni volta succedeva la stessa cosa, mentre nel frattempo tu diventavi sempre più bella e adulta.
Ogni volta che dovevo sedermi, il posto libero, l’unico posto libero era sempre accanto a te. Ogni volta mi sedevo al tuo fianco, ogni volta con un tuo sorriso e basta, come fosse la cosa più naturale del mondo.
Poi nel bel mezzo del sogno prendevo un caffè con mio padre, buonanima. E gli raccontavo che non mancava occasione da anni che mi trovavo sempre seduto accanto a te. Mi piaceva parlare con lui.
Gli chiedevo come mai mi capitasse questa stranezza. Di avere sempre un posto vicino al tuo ovunque andassi. E lui rispondeva con il suo vocione: “ma possibile che sei sempre il solito testone? Ma non capisci? È un segno, significa che il tuo destino è stare accanto a lei, è il posto che ti riserva la vita, per natura, per chimica, perchè non so, ma magari da qualche parte è scritto così, tu devi stare al suo fianco.”.
Mi ero svegliato bene, bel sogno, bella l’interpretazione che mio padre mi aveva dato dentro il sogno. Bello pensare di essere cresciuti insieme, con quel posto sempre accanto.
Avrei voluto raccontarti questo sogno.
Ma non penso avrebbe risolto nulla, mentre ci dicevamo addio, mentre caricavo le mie valigie in macchina, mentre tu mi dicevi “ne abbiamo già parlato troppe volte, ormai non abbiamo più niente da dirci.”.
Mi sembrava fuori posto, dirti che io dovevo sedermi in quel posto accanto a te, quello che adesso è rimasto vuoto.

La protezione incoffessabile




Non lo avrebbe confessato mai. Mi accudiva da lontano, facendo finta di niente. Era capitato che da un momento all'altro, mio padre si trovasse da solo a vivere con un figlio non proprio ragazzino ma nemmeno adulto fatto e finito. Come se d'improvviso, dovesse fare anche un ruolo che non gli competeva. Erano le prime uscite da patentato, i primi raid notturni senza dare orari. Dapprima provò con una tattica che adesso definirei degna di Trump. Innalzamento dei muri e coprifuoco. Un giorno venne con gli occhi di bragia e mi disse:"da ora in poi in questa casa si fa come dico io e guai se disubbidisci!". Capirai, io abituato da anni a vederlo come la parte conciliante e tollerante della famiglia lo guardai con meraviglia, come se avessi realizzato che un alano piovuto dal cielo ci avesse cagato in salotto. E gli risi fragorosamente e irrispettosamente in faccia. E lui sportivamente disse: "io ci ho provato, essere autoritario non è cosa mia". La sua non era educazione presa dai manuali, erano tentativi fatti a volte col cuore a volte a cazzo. Ma mai con cattiveria. Appurato che non riusciva ad imporsi, mio padre iniziò a far finta di lasciarmi fare. Quando uscivo faceva la parte del padre moderno e menefreghista, ci mancava mi salutasse col cinque e mi dicesse "bella fratello". Appena uscito, iniziava un giro di telefonate ai miei amici, per poi farsi dire che era tutto a posto. Il sublime lo raggiunse un giorno. Io andai all'università. Al ritorno incontrai una ragazza. E si sa, a volte in queste occasioni gli esseri umani perdono la cognizione del tempo e rinnegano tutto, famiglia, amici e addirittura si vocifera, compagni di calcetto. Lei mi chiese di fare strada insieme, ma abitava da tutt'altra parte, rispetto a me. Per cui non tornai a pranzo. Arrivai verso le quattro del pomeriggio. Lui mi guardò quasi superficialmente. "Ah, sei tornato, eri fuori?". Io quasi mi offesi, per questa mancanza di attenzione. Andai nella mia stanza. Da lì sentii un mormorio sommesso, mio padre al telefono che diceva: "grazie, sì, è tornato a casa, stai tranquillo, a posto.". Uscii che lo sorpresi col telefono in mano ancora caldo di misfatto. Gli chiesi chi era tornato e con chi stava parlando. Confessò che era preoccupato dal non vedermi tornare, allora aveva chiamato un suo amico poliziotto, per dirgli se poteva magari controllare un pochino. Poi mi disse: "è che non voglio farti sentire un ragazzino, ma mi preoccupo quando non ci sei e non so come proteggerti.". Forse mi sono dilungato, ma è solo per dire che quella sensazione di fianco coperto non l'ho più provata. E forse è giusto così. Mica da adulti si può pretendere qualcuno che ti ami così e ti dica che andrà tutto bene? E con questa discrezione poi.

Le montagne degli adulti



Com'era il proverbio? Se la montagna non va da Maometto, e via dicendo. Questa è una di quelle storie in cui si sono incontrate a metà strada montagne apparentemente insormontabili e anime che vogliono capire. Siamo a Sarajevo, città multietnica e martoriata che a fatica sta riconquistando la sua vita dopo un conflitto sanguinoso tra vicini di casa. Un film già visto e che adesso si propone a qualche chilometro di distanza. C'è un bimbo che si chiama Zejd, lo vedete al centro della foto. L'anno scorso la mamma ha deciso che il bimbo andasse a scuola pubblica in prima elementare. Il bimbo ha un problema. È sordo fin dalla nascita. Questo lo limita fortemente nello stare con gli altri bimbi. Il problema di Zejd non è risolvibile, lui però conosce il linguaggio dei segni. Gli altri bimbi, allora prendono atto che la montagna non può muoversi più di così. Vanno dalla maestra e dopo rapida valutazione decidono meglio degli adulti. C'è chi eleva muri, loro passano le montagne. Decidono di imparare il linguaggio dei segni. Potranno così capire e giocare con Zejd. Vanno a casa e chiedono ai genitori di fare un piccolo sforzo economico per pagare un esperto. E in più, aiutano loro a casa a far imparare alle loro famiglie il linguaggio dei segni. Zejd è felice. E sicuramente lo sono anche i bimbi suoi compagni. E i muri di incomprensione meglio lasciarli agli adulti, a cui sembra piacciano tanto.

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