Le tigri siberiane




Glielo dissi, glielo dissi proprio. “Sei sicura?”.
Lei di sì mi disse. 
Quando un mese fa cominciammo a pianificare la nostra breve visita a Palermo, parlando con Linda, dovemmo valutare dove andare a dormire. L’ultima volta andammo da cari amici, perchè prevalse la mia teoria, che la mia famiglia la penso come una tigre siberiana affamata. Ovvero, bellissima da vedere, ma da lontano. Visite brevi, simili più ad un blitz di forze speciali affettive. Baci abbracci, due aggiornamenti e via. Invece stavolta si decise: Andiamo da mia zia. 

Che poi non è proprio così, diciamo che ho la resistenza di una bistecca lasciata fuori dal frigo ad agosto. Primo periodo tutto bellissimo, poi arriva il momento dello stravolgimento storico degli avvenimenti accaduti in passato. Un torneo di rincitrullimenti a spolverare chincaglierie emotive accadute ere giurassiche prima. Poi arriva la parentesi orrorifica, specie se io sono compagnamunito. Il racconto di tutte le mie malefatte. Ora, ci vuole poco a capire che io non è che sia un englishman in New York, per comportamenti ed aplomb. Ma descrivere accuratamente la mia cacca fino ad arrivare alle delusioni amorose snocciolando nomi e cognomi, manco un collaboratore di giustizia arriverebbe a tanto. Diamine. 

Mia zia sì, può sfiorare vette di ricordi che nemmeno Coppi avrebbe osato affrontare. Così chiesi a Linda: “amore sei sicura che vuoi che andiamo a dormire da lei?”. Linda, con la sicumera che la contraddistingue quando non conosce il rischio disse che sì, che voleva lei, che era giusto così. E io, ancora una volta, feci come i carabinieri. Uso ad obbedir tacendo. Linda, amore mio, non conosce alcune cose e le affronta con la leggerezza di una cavia che passeggia in una gabbia di cobra. Per lei il traffico del Raccordo anulare di Roma la mattina non richiede due ore di levataccia per arrivare puntuali. Per lei un’ora di tempo per attraversare Palermo è “abbastanza”. Laureata in Trafficologia del centro sud, minimo. 

Prima di andare, pregai Linda di non dire nulla fino a tre giorni dalla partenza, svelare la missione con congruo anticipo avrebbe dato tempo a mia zia di elucubrare piani alimentari degni di un Cracco sotto Crack. A lei scappò di riferirlo diciassette giorni prima. Diciassette agonie. Mia zia, sapendo che io avrei reagito da belva ferita ad ogni suo tentativo di programmare i miei pasti di mezzo mese dopo, non mi chiamò e stilò il menù con Linda. Per mia zia anche se peso una piotta, sono sempre “spitittato”, per cui il primo giorno a 40 gradi all’ombra voleva farmi una teglia intera di sformato di patate. Sono riuscito a sventare tutto con un servizio di intelligence. Il suo sformato fu reso celebre dalle imperiture parole di mio padre: “rende onore al suo nome, sformato appunto, senza forma”. Sembra un plastico di Bruno Vespa di un ottovolante crollato.

Inoltre mi ha chiesto candida cosa venissi a fare a Palermo, le ho detto che venivo per la presentazione di un racconto ad un evento letterario importante. “E verrà gente? Hai avvertito? Non è che sei solo?”. Ho pazientemente spiegato l’uso dei social e della loro capacità di raggiungere (quasi) tutti, prima di bruciare la cornetta come un drago con il catarro. Quando le dissi che sarebbe stato domenica mi ha risposto “la domenica però a Palermo c’è tutto chiuso, sei sicuro che non hai sbagliato giorno?”. E ancora non avevo messo piede in terra sicula. 

La permanenza da lei è cominciata nel migliore dei modi. Noi che abbiamo passeggiato a piedi per Palermo, non dandole orario di arrivo per lasciarla tranquilla, ci sbagliavamo. Arrivati sotto casa, veniamo anticipati nella scampanellata, dalla sua apertura di porta, era stata in temperature da deserto del Gobi, affacciata alla finestra, chiamando mia madre ogni mezz’ora a 1000 km di distanza. Se avessimo ritardato un altro po’, mi sarei trovato la Sciarelli a fiutarmi le chiappe. E non sarebbe stato bello. Per lei. Una apprensione a metà tra amore e Shining. Appena entrati ha mostrato a Linda la casa, in un impeto di ciceronismo le ha anche detto “questa è la doccia, il bidet, il lavabo, servono per pulirsi”, come se lei venisse dal pianeta Nobidet e si lavasse con le cortecce di frassino. 
Venuto il momento di uscire di nuovo, non ha voluto darmi le chiavi. “ti apro io così so che sei tornato”. Il mio essere genitore da tempo, con un’età per cui non c’è bisogno che mi mettano il seggiolino in macchina, ha subito una brusca incrinatura di autostima. Infine in casa non potevamo muovere un passo che lei arrivava ad accudirci. Io andavo a bere in punta di piedi all’alba, mentre dormiva, pur di non sentirmi chiedere “che c’è Ettore, tutto bene?”. 

la ciliegina è stata quando le ho detto prima della presentazione “domani vieni allora a vedermi?”, la sua risposta disorientata: “perchè domani che c’è? Io devo andare a messa, se posso poi vengo”. 

Perchè lei è così, mi ha sempre cercato di fare da mamma con una apprensione degna di genitori in zone di guerra. Mi ha sempre visto sottonutrito, ha sempre visto come un allegro gioco le cose che non rientrino in mestieri importanti. Mi voleva avvocato. Tuttavia è anche la donna che non si vizia con cose che si meriterebbe per poterci stare vicino il più possibile, che compra tre copie del mio racconto a prezzo pieno, non facendo pagare me e che alla fine quando mi saluta mi dice: “la più bella ricompensa è di vederti sorridere, sei sempre incazzato”. 

Perchè ogni famiglia è una tigre siberiana. Però ogni tanto te ne fotti e corri il rischio, e la abbracci, sicuro che non ti divorerà.

Fata Morgana


La fata Morgana è una forma insolita di miraggio. Per il suo realismo può essere scambiato per vera e propria realtà, anche perchè, contrariamente al classico miraggio, si muove e sembra animato. La tradizione dice che fosse talmente realistico, da indurre a morte i marinai che lo vedevano per mare.
Una realtà complessa e semplice, un gioco di ombre e luci per cui rimani stordito e guardi come sotto effetto di allucinogeni. La fata Morgana, può mostrarsi in varie forme e nel corso del tempo presentarsi a chi ha sangue misto ad acqua di mare o sabbia. A chi impara a misurare il tempo salato o polveroso, come fanno le clessidre.

Può portare via definitivamente una persona che irrimediabilmente sceglierà di varcare confini inaccettabili da un sano di mente. Perchè sono strade di corruzione e clientelismo, un bellissimo panorama pagato a prezzo dello sfregio, della legge del più forte. Perchè mentre si ha l’impressione che il miraggio dorma, in realtà lui guarda e se parli male di alcune sue parti, la testa sa tutto, la coda a volte agisce.
Il miraggio può essere ovunque, spesso però riproduce città, splendide, struggenti, bellissime città. Sotto incantesimo. Se tu vi entri dentro, sarai un animale del posto, respirerai l’aria mefitica del demonio e delle pestilenze secolari, sentirai spiriti arabi e normanni ragionare e convivere contro ogni legge moderna, ti sembrerà di vivere nella culla del sapere e della memoria, ma è un attimo, il normanno sparisce per dare posto ad una belva sanguinaria apparentemente placida. Involontariamente chiamata Gattopardo.

Un termine senza tempo, una veste con cui elegantemente si è giustificato l’ozio, il sollazzo, lo scialo, lo scialare. Un termine con cui sorridendo si sono fatti favori che sanno di ruggine, perchè servono a non far cambiare il meccanismo, anzi ad incancrenirlo. E i nuovi orologiai della città miraggio, le regole devono saperle prima di far girare le lancette. Anzi, prima di sedercisi sopra e fermarle. Ma non sempre ci riescono, a volte gli orologi ripartono e la fata Morgana si muove, ed ecco che sì, l’immondizia è ovunque, ma anche la bellezza, lo sporco e la poesia convivono.
Se dovessimo parlare di una femmina, diremmo che è bellissima guardata davanti, tanti vogliono arrivare dal mare e goderne la bellezza estasiati, ma poi sembra, sembra, che chi la possiede davvero le ha visto il culo. E allora gli piace tanto prenderla da dietro, e lei pare che resiste, a volte schiaffeggia e tira calci, si fa male. A volte forse si fa fare tutto, perchè...non si sa perchè. Non si sa. Chi la ama davvero ha due strade, stentare e lavorarci, aver fortuna e viverci. Ho detto due? ce n’è una terza.

Quella di chi capisce il miraggio e va via, perchè non basta, non basta più. Allora lavori altrove, vivi altrove, ami altrove, spargi il seme altrove. E cerchi di trasmettere a figli di sangue mischiato, cosa era per te quella terra fatta tutta di sangue mischiato, di contraddizioni dove niente è quello che sembra, dove tutto è quello che non è. 
E allora Capaci, via D’Amelio, ma anche altre vie che la memoria della città stravolge e modifica, ma manco si ricorda più chi ci è morto.
Ma voi credete che chi se ne va è felice? Intanto la fata Morgana trattiene anche mentre te ne vai, perchè poi lo capisce che ami il miraggio e non vuoi andartene e allora ti tenta: “ma forse il lavoro c’è, ma aspetta un attimo”. Poi no, non ce la fai, Perchè guardi da fuori, come un acquario e lì dentro vedi i tuoi amici fraterni, Vedi chi ha scelto senza saperlo di andarsene, che accanto a te magari ci tornerà se ne avrà voglia. E chi è arrivato.

Nel frattempo tu ti dai dello scemo da solo. Perchè sei tornato, perchè hai resistito un giorno, ma il giorno dopo questa femmina biedda che è Palermo ha provato a sedurti. 
E ci è riuscita. 
Lei, la città più fata Morgana del mondo, ti ha ingannato di nuovo. E tornerai, oh se tornerai.
Nella foto di Linda Smeraldi: la via di Palermo da me percorsa spesso per tornare a casa mia, a pochi passi da lì, dietro il Castello della Zisa.

Egregio Dottor Falcone




Egregio Dottor Falcone. Dopo anni le do del lei, ho capito di avere sbagliato. Darle del tu è un atto di confidenza che solo chi davvero condivideva il pericolo e la vita blindata con lei, poteva e doveva concedersi. Persone più autorevoli di me, che leggo spesso, mi hanno fatto riflettere, lei per noi è il Dottor Falcone, glielo devo dopo 25 anni. Sa, mio padre i suoi ultimi giorni di vita, mi chiamava sempre “dottore”, anche se mi dava fastidio. Ma lui diceva “che ti ho fatto studiare a fare, se non posso chiamarti dottore?”. Aveva ragione. 

le volevo dire che ho capito. A noi quell’attentato ha spostato tutto. Il giorno che lei, la Dottoressa Morvillo e gli agenti Montinaro, Dicillo e Schifani, perdevate la vita a Capaci, si è spostato tutto. Intanto si è spostato il luogo. Tutti la chiamano la strage di Capaci, ma in effetti è avvenuta allo svincolo, dove ancora il paese non viene sfiorato, ma tant’è. Quel cartello che indica una direzione ormai contornata da monumenti e guard rail rosso, è cristallizzata. Poi ha spostato l’attenzione. Sì perchè, Dottore, finalmente ci siamo accorti che lei stava davvero realizzando un teorema quasi matematico. Quell’attentato, era la prova empirica che cosa nostra esisteva, non solo per Cassazione, ma per fenomeno viscoso. E noi forse ci siamo concentrati in quel periodo, abbiamo guardato meglio e ci siamo spolverati la coscienza. Sì perchè sa, ora sappiamo pronunciare tutti la parola “legalità”, ma a quei tempi, prima che lei si dedicasse a noi, mica eravamo così concentrati, anzi, sembravamo pacificamente rassegnati a vivere con il morto ammazzato ogni giorno. 

Addirittura qualcuno si lamentava pure di lei, del fatto che metteva in pericolo gli onesti cittadini, lei con le sue sirene dava fastidio, la mafia no. E quando mai ha dato fastidio. Da quel momento abbiamo guardato a lei come un eroe che si è sacrificato per noi. Il botto ci ha svegliati. Per un po’. Lei mi ha ricordato sempre Leonida, il capo degli spartani, che mentre il resto della terra ellenica si crogiolava negli ozi e nel suo narcisismo, andava fisicamente a combattere l’orda persiana, morendo, con le frecce che oscuravano il sole, ma rallentando il fenomeno invasivo. Un eroe di altri tempi. 

Ha spostato, dicevo, anche l’attenzione sulla sua persona. In tanti le abbiamo fatto visita, non tutti con buone intenzioni. Abbiamo sublimato il suo amore per Francesca, ci siamo esibiti in virtuosismi letterari, inchieste, libri, raccontando cosa amava, cosa odiava, le battute, il realismo di dire a sua moglie di non fare figli per non generare orfani, la sua capacità di raccontare barzellette e la sua amicizia con il Dottor Paolo Borsellino, vittima sacrificale da ricordare più in là, che aveva teoremi molto interessanti che sono volati via con lui, sul fenomeno incipiente di una nuova Cosa Nostra. Litigavate, con il Dottor Bosellino, lo raccontava Antonino Caponnetto, che venivano poi fuori bellissimi teoremi giudiziari da quelle male parole urlate negli uffici del palazzo di giustizia. Siamo diventati tutti suoi intimi, Dottore, tutti sappiamo qualcosa, a volte anche per raccontare di lei ai nostri figli, a volte a ragazzi delle scuole che nemmeno erano nati, quando lei andava via. 

Lei ha spostato anche noi, Dottore. Tanti palermitani, sono comunque andati via da una città tanto buttana quanto bella, perchè non trovavano lavoro, siamo più diffusi della Coca Cola, parafrasando la battuta di un film. Però ci siamo portati nella valigia il suo ricordo, e fa uno strano effetto, vedere i nostri figli che quando torniamo giù con loro, dicono guardandola in foto “guarda papà, Giovanni Falcone!”. Sì, perchè a loro, ai bambini, Dottore, lo concedeva di non darle del lei. Questo mi sento di dirlo.  

Insomma da quel 23 maggio sono state spostate tante cose, Dottore. Ad esempio le posso dire che a me ha spostato il mio orgoglio di appartenere alla sua stessa terra, quella parte sana di palermitudine onesta. Mi ha spostato la mia voglia di mandare a fare in culo, me lo conceda Dottore, tutti quelli che fanno battutine allusive fingendo di sapere il nostro dialetto e chiamandoci mafiosi. Sì, ci sono ancora, i luoghi comuni sono duri a morire. Ha spostato il mio cuore e le mie scelte di quel 23 maggio 1992. Stavo andando a confessare ad una mia fidanzata che non è che fossi così convinto di stare insieme, che forse avevo fatto una cazzata. Il suo nome, la sua casa, me li ricorderò per sempre. Alle 17 e 58. Ha spostato la data del mio matrimonio, tanti anni dopo. Mi volevo sposare proprio un sabato 23 maggio, per renderle onore. E pensi che ci scherzavo sopra, dicendo che così compensavo una data brutta con una bella, senza sapere che le avrei ricordate entrambe con un umore pessimo. Ma questa è un’altra storia. 

Sì perchè, Dottor Falcone, a volte spostare significa anche allontanarsi. Invece sarebbe ora che ci riavvicinassimo e dandole del lei, cominciassimo a rispettarla agendo, facendo qualcosa per cambiare davvero. Non ricordando e spostando di un anno ancora, la nostra comprensione. Sarebbe ora, no? Altrimenti come direbbe mio padre: “a che è servito fare tutto questo sacrificio?”. Con rispetto. 


Dammi un minuto




In un minuto possono succedere tante cose. Un minuto è prezioso, è una nota incastrata nella musica ignobile o armonica dell'esistenza.

In un minuto decollano 58 aerei, nel mondo.
Si creano e distruggono 120 milioni di globuli rossi nel nostro corpo. Non facciamoci il sangue amaro.
116 persone si sposano, felici di farlo. Magari il minuto dopo un po’ meno.
Circa due persone divorziano. Ma non sono quelle che un minuto dopo ci hanno ripensato.
2 milioni e passa di persone cercheranno qualcosa su Google. E si può immaginare con che prevalenza di preferenze.
Si consumeranno 25 milioni di prodotti della Coca cola. Pensate i rutti.
Il sole produce 83,33 terawatt di energia.
Si consegneranno 11.000 pacchi, aspettati da persone che magari ricevono un libro o un sex toy, quindi il minuto dopo, lo passeranno comunque molto più gradevolmente.
83.000 persone faranno l’amore. E qualcuno si chiederà perchè minchia non rientra mai in quel numero.
produrremo 2.468.000 kg di spazzatura, pensando che tanto “se lo butto lì, non cambia un cazzo, va tutto dalla stessa parte”.
Caricheremo 243.000 foto su Facebook, lo chiamano anche “effetto bocca a culo di gallina”, per motivi misteriosi.
Cadranno 1,38 micrometri di pioggia, se li conservassimo, riempiremmo 4,7 miliardi di vasche da bagno al minuto, ma quello accanto a voi non lo sa e continuerà a non lavarsi le ascelle.
Batteranno quasi all’unisono 7 miliardi e passa di cuori, per motivi svariati avranno velocità diverse, ma se soltanto pensate alla poesia roboante del suono, forse cogliete qualche scheggia di bellezza della vita.
6000 fulmini colpiranno la terra, ma nessuno finirà dove pregate tanto che finisca. Non sperateci.
Moriranno 108 persone, altre 144 cambieranno casa. E questo è un po’ come far morire comunque una parte di sè.
258 bambini nasceranno, speriamo fortemente voluti. 258 miracoli in un minuto.
si svilupperanno 250mila neuroni nel cervello di un bimbo in formazione. Poi ne verranno usati molti, molti di meno in maniera assennata, ma quella è un’altra storia.
La terra si farà il mazzo a girare intorno al sole per 1800 km. E nonostante la distanza sarà sempre tonda. E non dimagrirà, per fortuna nostra.
Tutto questo in un minuto.
Pensate che bellezza.
Potremmo coglierne tutta la poesia.

Peccato che quello stesso minuto, qualcuno lo impiegherà per cagarci il cazzo. E così, addio poesia.

Paulo e il suo cuore



Si può vincere in molti modi. Uno di questi è non entrando neanche in un campo da gioco, anzi facendo di tutto per nascondersi. Si dirà: “ma come? Il requisito fondamentale è metterci la faccia e il nome, in ogni traguardo.”.

Invece alcune volte la discrezione porta a gesti inaspettati, molto più belli di quelli sbandierati. E vengono da persone che sono riuscite ad educare il loro essere protagonisti, che vengono dalla strada, che sanno cosa significa fare sacrifici. Paulo Dybala è uno di questi. Già per origine, visto che il nonno è dovuto fuggire dalla Polonia per riparare in Argentina all’alba del conflitto mondiale. E perchè a 15 anni Paulo perde il padre che lo sognava calciatore, per un tumore. Il papà si faceva un’ora di macchina per portarlo agli allenamenti ogni giorno, perchè Paulo senza un pallone non viveva.

Il resto è attuale, ma c’è una parte nascosta, venuta fuori per caso. Dybala è sempre il primo a partecipare ad eventi benefici della Juve, va spesso all’ospedale Regina Margherita a Torino a trovare i bimbi ricoverati in oncologia. Si può solo immaginare per chi ha nel cuore il ragazzo argentino e la voglia di somigliargli, cosa significa, la botta di adrenalina, in più finanzia e contribuisce a molte iniziative, non volendo però che si sappia, infatti sono voci di corridoio autorevoli. Ma questo, e già sarebbe abbastanza, è il Dybala ufficiale.

Ma Paulo è uno che fermo non ci sa stare proprio. L’inverno scorso ha coinvolto anche Manuel Iturbe del Toro a farsi un giro con lui. Felpa, jeans e senza farsi riconoscere hanno camminato per le strade di Torino insieme alla comunità di Sant’Egidio, per dare conforto ai clochard della città, insieme a del cibo caldo. Lo ha fatto senza pubblicità. Ma al ritorno a casa, di una delle sue scorribande anonime di volontariato, lo hanno riconosciuto e gli hanno chiesto di fare una foto, dicendogli se potevano dire cosa faceva. Paulo si è fatto due conti e ha detto di sì, se non altro così sperava, come ha detto lui stesso di sensibilizzare sul tema. Ma non è tutto. Oltre al volontariato anonimo, Paulo ogni tanto prende quello che ha nella credenza di casa e va in giro con la fidanzata a offrire cibo e una parola a chi vive la notte povera di una città. Spesso senza farsi riconoscere.

Vero, a volte meglio non dire chi sei, se fai del bene. Tanto vale il gesto, enorme, di un ragazzo che non ha perso di vista il mondo. A proposito, se lo incontrate per strada e lo fermate, lui accetta volentieri, fa autografi e foto. Odia solo una cosa, che lo disturbino mentre pranza con la famiglia, in ristorante. Accetta lo stesso tutto, ma non sorridendo. Vagli a dare torto, no?

Il pescatore che insegna gli addii



Quando ci rendiamo conto che un rapporto è alla fine, si innesca spesso un meccanismo perverso. Attaccarsi agli sfilacciamenti, non rassegnarsi al fatto che ormai bisognerebbe solo tatuare la parola fine e lasciare tutto il più possibile integro. Niente recriminazioni, niente versioni parziali della storia per avere un pubblico consenziente.

Esistono molti modi di dire addio, alcuni sono psicodrammi veri e propri, il termine di amicizie e amori viene innalzato a crimine contro l’umanità. Noi siamo la parte lesa, i martiri. Uno dei modi meno cruenti del salutare qualcosa di bello, forse è togliere gradualmente. Accorgersi che alcune tessere non coincidono, che il mosaico non sta venendo come vorremmo e pian piano provare a recuperare qualcosa di nostro. Può succedere ogni giorno, per una frase sbagliata, un comportamento rivelatore, una condotta che non ci trova d’accordo. Nessuno ha ragione e nessuno ha torto, solo non si è confluenti e non si sente quella simbiosi di fiducia e sentimento. vale ovunque, nel lavoro, nella vita a due, ovunque. Se si è bravi e misurati, ci si ferma in posti più riparati.

Che ogni tipo di realtà sia a volte da alleggerire fino all’osso, ce lo può insegnare questo signore qui. Josè Salvador Alvarenga. Un giorno di novembre del 2012, Josè parte per fare il suo mestiere, il pescatore. Da Costa Azul in Messico, fa i suoi bagagli per una battuta di un giorno e mezzo. Porta un aiutante. Ezequiel Cordoba, definito in maniera poco ottimistica più bravo come calciatore che a pescare. Scoppia una tempesta e i due uomini diventano la pallina del flipper oceanico. Sballottati ovunque. In quel frangente iniziano le prime operazioni di rinuncia per salvarsi. Attrezzatura, vestiti, casse per contenere il pescato, tutto in mare.

Calmatasi la bufera, i due si trovano a fare i conti con quello che c’è, raccolgono recipienti di plastica in mare per bere acqua piovana, pescano a mani nude e mangiano pesci crudi. Il ragazzo più bravo a calcio che a pescare, muore per avvelenamento alimentare. Josè non si rassegna, come quegli innamorati che ancora si sentono parte di un amore vivo. Gli continua a parlare per giorni, continua a raccontargli storie. Finchè un giorno si bagna i capelli per riprendersi dal sole cocente, realizza che è finita e lo butta in mare. Dopo vari momenti di sconforto, Josè decide che se proprio questa è la vita che lo aspetta, non vuole assecondare una morte lenta. Amplifica i suoi sensi e comincia a far muovere la barca “sentendo le onde”, come educano in Polinesia.

A quel punto comincia una storia surreale. Una navigazione di 6700 miglia per 438 giorni, fino all’approdo in Micronesia. Vivo e irriconoscibile e tra i più begli episodi, le conversazioni con uno squalo balena, che si avvicina alla barca e si lascia toccare e accarezzare. Josè, che gli squali li cacciava, inizia a fare amicizia col “diverso”, che gli dà un aiuto insperato e un sostegno involontario. Fino al suo salvataggio.

La sua normalità dopo quel viaggio gli risultò pesante pari a quella di Ulisse, diceva che il soffitto di casa lo metteva a disagio, al contrario della volta di stelle vista per più di un anno. Josè non era più quello che era partito.

Forse è di lui che dovremmo ricordare le gesta. Quando nella nostra navigazione quotidiana si rende necessario il distacco. Alleggerire da ciò che serviva ma ora fa male, rassegnarsi che chi abbiamo davanti non è più come ci aspettavamo, magari non per forza per colpa sua. E non arrendersi, che magari qualcosa di bello, un amico insperato ed un cielo di stelle, sono lì a farci da stampella. Sta a vedere che impariamo come sopravvivere alla vita di sempre, da un pescatore itinerante.

Cara Nessie




Cara Nessie. Così ti chiamano, visto che pensano che tu sia femmina. Da secoli sei la vita nascosta di un lago suggestivo. Loch Ness. Scozia. Leggenda vuole che tu fossi un animale preistorico rimasto incastrato nel lago, anche se a questo punto sarebbe meglio pensare almeno ad una coppia. Ma tant’è, sulle leggende non si fa i precinsinimaestrini. E certo l’immagine di due elasmosauri Che si accoppiano non è proprio conciliante il sonno. Già perchè questo dovresti essere. Un elasmosauro. Imparai questo termine a sette anni, leggendo libri sugli animali preistorici. Volevo fare l’archeologo, pensa tu.

Dicono tu sia un mostro. Perchè sai, qui siamo facili ad etichettare. Il mostro saresti tu e dovresti inquietare e fare paura, ma anche suggestione. Sì, se esistessi davvero, la gente dovrebbe aver paura per la mole e per la cattiveria. Perchè leggenda ti dipinge non sempre di buon umore. Eppure dalla notte dei tempi, non uno ha avuto guai con te, da quando parlano di averti avvistato. Anzi uno sì, ma parliamo del 566, un monaco racconta di una bestia enorme che aggredì un uomo. E poi un santo scongiurò che essa continuasse la strage. Non è che nel 566 l’informazione fosse precisa e celere come adesso. Ma è bastato per fare di te un mostro capace di uccidere. Gli avvistamenti successivi ti dipingono placida nuotatrice. Ma non basta. Sei un mostro.

Da che pulpito, potresti risponderci. Noi ti diamo del mostro, noi che ingessati in abiti gessati, ubbidiamo a regole strane, noi che decidiamo se uno è buono o cattivo soltanto perchè viene da una direzione piuttosto che da un’altra. Noi che dimentichiamo i figli immersi nei loro battesimi del fuoco con questo mondo, perchè dobbiamo aggiornare il profilo social in cui diciamo quanto amiamo i nostri figli. Che consideriamo la donna un oggetto da possedere tanto da disporne di diritto di vita, ma poi critichiamo i paesi dove la donna è un oggetto da possedere tanto da disporne di diritto di vita. Che basiamo le nostre amicizie sull’appartenenza politica, perchè i pregi e i difetti di una persona sono concentrati in una tessera con una sigla, non nell’uomo. E a me viene in mente l’amicizia tra Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che erano di idee politiche opposte, ma chi se ne accorgeva.

Gli studiosi nel corso del tempo si sono sperticati a dimostrare le tante ragioni per cui non dovresti esistere, scarso cibo, mole troppo grossa, età avanzata. Già perchè se non restiamo ancorati alla realtà non siamo tranquilli, se anche ci sia una parvenza di sogno o di favola che ci fa stare un po’ tesi. No, meglio la realtà che è molto molto peggio.
Per tanto tempo non ti sei fatta vedere, forse eri stanca, o forse avevi paura, magari sai come gira da queste parti e ritieni che startene nelle tue caverne sia di gran lunga meglio, chissà, se esisti sei anche madre, figurati se ti trovano che fanno. Sono capaci di celebrarti mentre ti vivisezionano, cercheranno nel tuo privato, se hai avuto una vita onesta, o se magari ogni tanto hai fatto affondare un battello perchè in fondo si dimostri che sei una potenziale assassina. Questo si fa qui, sappilo. Ti elogiano, ma per capire dove colpirti, ti esaltano, ma poi ti odiano per averti portato in alto. Ti blandiscono e poi raggiunto quello che vogliono vanno via.

Proprio in questi ultimi giorni due turisti hanno detto di averti vista, ti hanno anche filmata. Ti parlo col cuore in mano Nessie, non farti vedere, non mostrarti nemmeno per sbaglio. Perchè se ti trovano ti servirà un coraggio al limite estremo per affrontare la bestia peggiore, il mostro bipede e intelligente, noi. Lascia perdere, non vale la pena, se esisti, rintanati.

Perchè è meglio così, cerca di essere come il bello dell’animo umano, nessuno sa se ci sia davvero, ma ogni tanto appare, così, per caso. Come te.


Un calzino

Un calzino restò solo
nel lavaggio prese il volo
il compagno di una vita
la sua parte assortita
lo cercò senza successo
Sconfortato disse “e adesso?”
Venne a lui una maglia nera
“che succede questa sera?”
Il calzino disse solo
“mio fratello ha preso il volo
era bianco, immacolato
come un cane mi ha lasciato
ma non sono affari tuoi
sai il proverbio “moglie e buoi?”
E la maglia si intristì
a sentirsi dir così
lei sentiva di aiutare
non sfiducia provocare.
arrivò una canottiera
chiacchierona e salottiera
di un colore rosso acceso
e il calzino vide teso
“forse ho visto dove è andato
tuo fratello sventurato”
ma la frase non finì
che il calzino la aggredì
“chiesto ho forse il tuo parlare?
Non mi devi aiutare
non ti voglio accanto a me
Non mi fido e sai perchè?
Il colore tuo vivace
non lo voglio, non mi piace
sei invadente e macchi tutto
io divento stinto e brutto
mio fratello era bianco
di vedervi era stanco
di sicuro è scappato
prima d’esser poi macchiato.
E il colpevole chi è?
Non son io, sei te e te!”
additati, i due vestiti
se ne andarono contriti.
Il calzino cercò ancora
fino a quando, alla buon’ora
spuntò fuori suo fratello
con sorriso molto bello
il fratello contrariato
disse quanto capitato
dell’aiuto rifiutato
dal diverso maltrattato
il fratello male prese
che il calzino fu scortese
disse “caro mio fratello arcigno
se l’aiuto è benigno
rifiutarlo ha un brutto verso
con la scusa del diverso
questa vita, mamma mia
è una lavabiancheria
ci sballotta e ci disperde
c’è chi vince e c’è chi perde
ma fratello mio col cuore
non vedrai solo un colore
Dentro al mare, in un battello
non c’è solo tuo fratello
ci son tanti altri colori
che si vedono da fuori
ogni tinta che si unisce
poi non stinge, ma fiorisce
la tempesta in un cestello
poi finisce e torna il bello
e con cielo più sereno
noi saremo arcobaleno

Un quarto d'ora




Un quarto d'ora.
In un quarto d'ora finisce un amore, viene sbattuta al mondo una vita dopo le contrazioni di madre.
In un quarto d'ora si chiudono porte lasciate aperte alle persone sbagliate. Un quarto d'ora serve a capire un tradimento, una gioia realizzata, un traguardo. Esce sangue, entra aria. Viene vita. Vieni, per aver fatto l'amore. Un quarto d'ora chiede presenza, è un tempo che stringe ma non troppo, una vita che spinge senza intoppi.
Un quarto d'ora ha un traguardo breve, lontano ma non troppo, vicino per chi guida ma beve. In un quarto d'ora nasce una sciocchezza e muore la bellezza, si spegne un sorriso, in un quarto d'ora. Realizzi che hai perso, che il cielo è più terso. Che la tua vita cambia, ma non come volevi. Scrivi una poesia dopo l'amore, in quel quarto di vita. Puoi scegliere quel tempo come vuoi, in un quarto d'ora, ma non devi perderlo. O fare come Valentino. Non devi perdere. In un quarto d'ora, se il Toro stava perdendo, Valentino Mazzola capiva e sentiva. Capiva che doveva rimboccarsi le maniche e sentiva lo squillo di tromba mandato dalla curva. Era il segnale che bisognava scatenarsi.
Il Grande Torino finiva di guardarsi allo specchio e bearsi. E si sporcava le mani giocando con addosso un fantasma benefico e agguerrito. Incarognito e poco indulgente. In quel quarto d'ora il Grande Torino non ballava sulle punte e pungeva sui tacchetti. E metteva le cose a posto. Come piacerebbe fare a noi uomini tutti. In un quarto d'ora. Ma questo è consentito solo agli eroi. Un quarto d'ora di cui non sapremo mai i pensieri, quello che toccò le 17.05. Le lancette portarono le ali dell'aereo della squadra a Superga, dove si schiantarono. Annientando una leggenda. Il resto è storia. 4 maggio 1949.
Senza fine e senza perdita di memoria. Nemmeno di un quarto d'ora.

Roar





Guardatemi bene.
Lo so, l’immagine è sfocata, ma dovreste leggere qualcosa nei miei occhi. Un carattere scritto già scheggiato, ma chiaro. Un vetro incrinato ma non rotto in cui è stata scritta una parola.

La mia è una storia di salvezza. Sono una tigre siberiana. Mi chiamo Filippa. Sì, forse non è un nome da tigre, ma chi se ne frega. Tanto appena trovo le mie simili, ho già deciso il nome con cui mi battezzerò tuffandomi in un acquitrino, l’acqua che per voi esseri umani è sporca e fangosa, per me sarà pura e cristallina.

Due anni fa, hanno ucciso la mia mamma. Ognuno ha i suoi problemi. Voi uomini dal cuore buono avete i vampiri emotivi che vi stressano e vi prosciugano l’energia, avete i manipolatori, i dittatori narcisisti, le mine antiuomo travestite da democrazia, le frustrazioni personali travestite da politica. Noi abbiamo i bracconieri. Mi hanno trovato che ero piccola. Non sapevo se fidarmi, le mie ferite emotive un po’ le dovreste aver provate anche voi. Vi allungano una mano e voi soffiate e mordete, perchè è meglio difendersi comunque, anche da chi vuole solo salvarci.

Per fortuna gli uomini dal cuore buono, non si sono fermati al mio soffio di cucciolo spaurito. E mi hanno presa. Sapete, a volte è necessaria un pochino di autorità, piuttosto che far mettere nei guai una sprovveduta. Come ero io.
Mi hanno curato, con amore, mi hanno dato un nome. Mi piace, per carità, ma se a volte incrocio uno specchio d’acqua e mi guardo, vedo un essere sempre più possente. Io ho già deciso il mio nome.

Qualche giorno fa gli uomini dal cuore buono, mi hanno chiuso dentro una gabbia. E io sinceramente non ho capito. Mi sono riprese le paranoie. Io avevo una mia distinzione in testa. Per voi la vita è un fiume di esseri umani con tantissimi alvei. Avete tanti tipi di persone per bene e tanti tipi di esseri ignobili. Il mio mondo è più semplice, o sei un uomo dal cuore buono, o sei un bracconiere.

Ho avuto paura, guardavo fuori dalla feritoia della gabbia, una giornata di maggio in Russia non può dirsi proprio calda, ma io dentro di me sentivo calore, sentivo profumi che mi richiamavano qualcosa dei miei padri, dei miei nonni, della mia mamma. Dallo spiraglio emergevano posti che in altre vite da tigre conoscevo a memoria. I miei posti. Solo che stavolta mi hanno portato in una riserva protetta, mi hanno promesso che nessuno mi farà del male e io mi fido delle promesse degli uomini dal cuore buono.

Hanno aperto la gabbia, non volevo uscire, ma poi qualcosa di più forte, della paura, del sangue raffreddato dal panico, dei fantasmi dei fucili dei bracconieri. Qualcosa è arrivato. Qualcosa che mi ha detto che io sono oltre tutto questo, sono balzata fuori dalla gabbia, con uno sguardo affamato di vita nuova e vecchia insieme.

Ora guardatemi bene, uomini. Imparate da me. Io ho scelto di affrontare la vita d’istinto, io ho scelto di non fare la tigre da salotto e non sarò addomesticata in un circo. Io ho scelto di affrontare il “fuori”. E voi? Dove siete voi adesso? Quale circo vi fa saltare nel cerchio di fuoco, quale uomo vi impone il suo volere arbitrario? Mentre ci pensate, io a maggio del 2017 sono diventata nuovamente una tigre. E non mi chiamo più Filippa. Ma Roar. Nella mia lingua vuol dire libertà, adesso svelatemi come si dice libertà nella vostra. Datele un nome.


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