Fil Rouge







domani che giorno sarà?

A guardarlo più attentamente, dopo una lenta stropicciata di occhi disturbati dal sole, era davvero un luogo ottimale per fare un concerto ispirato, amava dire che, di ogni località, per quanto interessante, conosceva soltanto gli alberghi del centro, ma quel paesaggio un po’ gli sapeva di dejà vu, qualcosa del sapore della sua infanzia in Sicilia, di cui aveva nel cuore un pezzo e una reminiscenza di conoscenza dialettale. E poi, l’isola era talmente piccola che era impossibile non conoscerla tutta pur restando solo in centro. Forse era soltanto la familiarità di linguaggio, già nota alle sue orecchie. Il suono di  quelle inflessioni che sentiva nelle bocche dei passanti che lo indicavano, riconoscendolo, gli ricordava le sue estati passate da piccolo a Marsala, così come un vortice di ricordi lo risucchiava nelle analogie nel vedere i pescatori che scrutano il molo per capire che cosa ha da offrirgli il mare, se è il caso di uscire con le reti, patteggiando con le onde una stanca preda o piuttosto avere a che fare con la clemenza azzurra di belle giornate senza risacca.Non sapeva nemmeno cosa lo avesse spinto ad accettare di cantare in quella piccola isoletta scolpita a pochi chilometri di mare. forse il suo atavico legame sincero con quella zona. Forse qualcosa da provare, ignota al patrimonio della sua memoria, utile per saziare la sua fame di apprensione del mondo. Un appetito che una vita sola non avrebbe domato, un pensiero che aveva tradotto in versi dentro una delle sue tante canzoni, aggiungendo una punta di malinconia pensando a tutte quelle cose che "non verranno mai", come i libri non letti e le storie non ascoltate.

Eppure dopo trenta anni di concerti, di persone sotto il palco, di visi, letti, camere d'albergo vissute in buona compagnia o da solo, di convivenza quasi parentale con chi suonava con lui da tanti anni, era ancora capace di stupirsi. Alcune cose venivano da sole, e rimanevano in lui. non che fossero inconfessabili, ma da sempre aveva preferito affidare l'espressione delle sue emozioni ai versi delle sue canzoni che dava in pasto a chi da sotto il palco, le masticava avidamente cantandole in sincrono. Proprio tra le righe non scritte delle assi di un palco aveva capito che le parole erano sue ma per quel breve fiato, il tempo del verso e la strofa sarebbe stata abbrancata del pubblico.
Ognuno dei piccoli e significanti pezzi di quella folla, tracciava la sua esistenza con quelle note in maniera nettamente e indissolubilmente propria. Ognuno vestiva la propria anima con quei versi, ma per ognuno era una evocazione mnemonica diversa.  Una canzone è un piccolo contenitore che nasce per aver dentro qualcosa. ma ognuno di coloro che l'ascoltano ci mette dentro le sue letture, la sua storia e il suo vissuto, ecco che una storia accaduta in un momento preciso e messa in musica, diventa adatta alle storie taciute o dette sottovoce di tanti altri.
Raccontava di se stesso quasi con discrezione, in terza persona, ma anche le sue ferite o i suoi trofei si adattavano come vestiti a percorsi di parte dell'uditorio e canzoni che erano state scritte per moto di pura attrazione e impulso di possedere, avevano un vissuto nel pubblico che quasi lambiva il romanticismo. altre scritte in momenti di malinconia amorosa, avevano accompagnato i suoi ascoltatori quali colonne sonore di notti con valore diametralmente opposto.
Ognuno degli spettatori dava un suo significato alle parole. Forse è vero che l'arte arriva come vuole e l'artista è solo un mezzo, lui intuiva senza presunzione di essere stato vicino a tante persone, di averle accompagnate idealmente e musicalmente anche in momenti difficili,  chi lo ascoltava di lui sapeva tutto ciò che lui stesso rendeva pubblico per un fuoco interiore più forte di lui.


Quando cantava sul palco, si divertiva a osservare la platea, rendendosi conto che in quel momento tutto si cristallizzava. C’era solo lui e il suo pubblico. I libri delle esistenze reciproche si fermavano su una unica pagina comune con una unica stella lucente e buona. Alla fine di quel momento vero ognuno sarebbe tornato alle sue esistenze. A ogni fine concerto, si fermava a pensare a quanti si sarebbero spesi a raccontargli in pochi secondi brani della loro storia personale, quanti l'avrebbero solo illustrata con gli occhi senza avere il coraggio di parlare, limitandosi a salutarlo e a guardarlo con ammirazione. Per tutti aveva un saluto, una punta di malinconia, per non poter ascoltare le storie di ognuno nel profondo .
Era forte in lui il desiderio di arrivare al cuore e non solo alle orecchie, di apprendere e restituire tutte le storie possibili, di fare suoi momenti e racconti, a volte come guidato da un demone esterno e misterioso che lo portava a aggredire le note, a volte facendo da narratore con una punta di poesia. Era un animale da ricezione. ascoltava, rielaborava, sentiva empaticamente se stesso e gli altri come pochi.
Ci sono ricordi che giacciono nella memoria, a volte in piccoli frammenti, già di per sè la parola frammenti, richiama una piccola crasi di altre due parole, frasi più momenti. Ritornano, riemergono e si depositano sulla superficie liquida degli occhi, non un pianto, ma una piccola variazione del proprio stato d'animo, una curva che sale o scende sulla retta della normale umoralità. In quel momento, il proscenio del mare calmo a cui rivolgeva lo sguardo contribuiva a provocargli ondate di ricordi e di strane agitazioni. Niente di negativo o deprimente, una malinconia che lascia cicatrici di cui puoi vantarti con gli amici e con le donne, suscitando ammirazione e invidia.
Era seduto nel retropalco a fumare. Ancora poche ore e avrebbe cantato. Gli strumentisti provavano ancora producendo l'effetto era una base karaoke delle sue canzoni, su cui i primi adepti al concerto allenavano la memoria, altri curiosi, provenivano dalle stradine vicine. Si voltò a guardare il suo chitarrista di una vita on the road, che si concentrava a modo suo. serio e preciso, col cappellino da baseball in testa. ormai i movimenti tra loro durante lo spettacolo erano quelli di attori consumati, i loro sentimenti erano chiari, placcati su blocchi e blocchi di stagioni passate insieme, concerti e partite a pallone. Per un momento solo lo aveva sfiorato un sorriso rivolto verso il palco, l'amicizia prende strade molteplici, quella tra loro era conclamata da momenti di creazione artistica comune e proficua, ma anche tanti silenzi densi di significato e concetti difficili da esprimere. Quando vivi davvero per fare bene il tuo lavoro è inevitabile che la tua comunicazione sia condizionata dalla professione. dicevano gran parte di ciò che avevano, attraverso il linguaggio di chi fa musica, sparso tra palchi e sale di incisione.
Quell’istante di assenza da prove e persone era raro. non si assentava mai o quasi mai da ciò che faceva veramente parte del suo mondo e niente del suo mondo lo lasciava mai veramente solo, nemmeno la notte distrazioni comprese. Non andava mai in vacanza, almeno non come la intendevano gli altri, la banalità del movimento vacanziero lo spaventava, lo atterriva la omologazione col nulla. fosse stato un pittore o uno scultore si poteva definire terrorizzato da una forma di horror vacui. Il nuovo lo intricava, lo stimolava gli creava una vacanza di vita vissuta.
Aveva anche aderito a progetti non proprio vicini alla indole musicale, ma vicini al suo modo di pensarla sul destino. Conduceva una trasmissione dove si ospitavano persone la cui vita avrebbe potuto cambiare anche solo per un piccolo particolare. In ogni puntata veniva riproposta una sorta di seconda vita virtuale. A dimostrazione che il destino influisce, ma l'assuefazione a lasciarlo fare, incide ancora di più. per lui il futuro non doveva essere simile a una belva che sbrana, andava addomesticato e bisognava battersi per non assecondare i suoi capricci.
Troppe volte assisteva a disfacimenti di esistenze lasciate a se stesse, si chiedeva se era riuscito a cambiare o a far riflettere qualcuno con le sue canzoni. Sperava che almeno uno di coloro che ascoltavano rapiti, avesse dato un peso specifico ad alcune parole delle sue canzoni, soprattutto quelle che invitavano a non perdersi in mezzo a un mondo di finti bisogni indotti e asservito al business della paura e del terrore del prossimo. lui che chiuso in casa non stava mai, non sopportava l'idea della paura di comunicare della gente. I mezzi tecnologici presi senza cautela sono solo polmoni artificiali che ci danno aria mefitica da respirare e che tramandiamo beatamente incoscienti ai nostri figli.
Chissà quante delle persone che aveva incrociato nella sua vita di microfono, portava appresso, nel cuore o cucito addosso come una ferita suturata, l'oggetto o la persona o il fatto che gli ha fatto cambiare strada,  lui a volte si fermava a pensare al destino che gli apparteneva sotto forma di bullone di vecchia automobile, fautore inconsapevole dell’incontro tra i suoi genitori, conosciutisi proprio per un guasto, avvenuto alla autovettura dove la sua mamma viaggiava.  Altri vedevano un destino nei propri figli, nella paura atroce che a volte hanno avuto di perderli e nella gioia di stringerli a pericolo scampato, in vecchi e nuovi amori che a volte hanno avuto una svolta proprio sotto il suo palco, vite che si sono incontrate e innamorate, vite che a volte adesso lui incontrava separate in posti diversi. ognuno con la sua nuova esistenza. Altri avevano comprato biglietti per partire e non tornare più, ma portandosi le sua canzoni appresso, magari andandolo a vedere cantare all’interno del palco della loro nuova vita. Anche lui rappresentava un destino o un bivio. Chi avrebbe cantato parole d'amore difficili da dire se lui non ci fosse stato, se suo padre non si fosse fermato a aiutare sua mamma quella sera? Chi avrebbe conosciuto persone che incrociavano i propri sentimenti se lui non avesse messo a disposizione la platea? Chi avrebbe potuto rivolgere un pensiero e molto di più a chi non può stare più accanto a noi, se lui non avesse porto anche il dolore in maniera delicata? Senza presunzione sorrise di se stesso,involontario e abile tessitore di trame, che  si svolgevano sotto i suoi occhi e con le sue note.  la curiosità lo spingeva a scoprire l'ignoto e a cambiare la vita , sua e dei compagni del viaggio che  lo hanno scelto per  guidarli, per un concerto, per una sera o per la vita.
L'isola dove si sarebbe tenuto il concerto offriva un panorama di rara bellezza, lui cercava di apprenderlo a se visivamente, conscio che gli avrebbe rivolto le spalle durante lo spettacolo. ma guardandolo e memorizzandolo, avrebbe avuto un patrimonio di immagini dentro e avrebbe visto e non solo immaginato il mare che produceva onde al ritmo delle sue canzoni. uno spettatore attento e di tutto rispetto, alle sue spalle. Questo lo confortava. Pur essendo nato a Milano, vedeva il viaggio in acqua come la più romantica e antica modalità di arrivare in posti da scoprire. forse perché dentro  batteva un cuore girovago, contornato di cultura classica e amante del mito di Ulisse, come lui uomo sincero nel voler tornare a casa, quanto potenzialmente mentitore nel promettersi stanziale a chiunque provasse ad averlo.
Non gli era possibile anche solo concepirsi ramificato in uno stesso posto. anche se un posto solo per lui significava casa. Milano rappresentava il punto d'approdo, ma non di permanenza. "magari un giorno verrò, rimanere da soli è difficile, ma l'abitudine a correre è troppo forte" era l'ennesimo verso in cui si era forse analizzato. anche se scriveva le sue storie cercando di spersonalizzarsi il più possibile.
Il mare non era agitato, il clima consentiva un tepore insolito e piacevole, pur non negando una parvenza di abbronzatura, il cambio repentino del senso di marcia del vento gli portava una scarica insolita e stordente. era come una epilessia mnemonica, un momento di assenza e di concentrazione insolita. non era paura, ma coscienza del momento.
Si domandò per un attimo cosa governava una felice tanto duratura sensazione che lo pervadeva. forse la coscienza di vivere esattamente come avrebbe voluto. la consapevolezza che tra le tante strade si erano sempre incastrate le combinazioni giuste. forse si meritava davvero una metaforica pacca sulla spalla, il destino gli sorrideva, perchè lui lo seduceva, lo conduceva affabile e involontario verso la strada che  prediligeva. questa complicità estrema col fato, questo farsi benvolere dagli Dei, come si direbbe nella cultura classica, potevano essere solo appannaggio di due categorie di persone, gli artisti e gli incoscienti. non però coloro la cui mancanza di coscienza crea pericoli, ma coloro che sanno giocare d'azzardo, che sanno sfidare la roulette con un ultimo lancio di pallina, mentre tutti gli avventori consigliano di desistere. l'incoscienza di chi non è incosciente ma lo appare, come quando negli scacchi si sacrificano i propri pezzi per circondare il re di pezzi propri e finirlo nella mossa del "matto affogato", ovvero nella distruzione per sua stessa mano. In lui si fondevano entrambi gli aspetti.
Lo irritava tirare un bilancio, preso com'era in mille iniziative e progetti. tutti portati avanti con uno strumento che nelle sue mani ubbidiva docilmente, la scrittura delle canzoni. scriveva ovunque in qualsiasi contesto, se adesso va di moda la scrittura creativa, lui ne possedeva una branca fondamentale, una branchia con cui respirava la realtà, lui aveva la scrittura ricettiva. ascoltava, tutto e di tutto, una bulimia, uditiva e creativa. tanto ascoltava di tutto, tanto sapeva restituirlo ricomposto, poetizzato, con discrezione, inserendo due o tre elementi che facessero riconoscere la storia al suo narratore e lasciando che chi  ascoltava possedesse i brani delle sue composizioni, scegliendo e facendo proprio il pezzo più gradito. Mangiava vita e la dava in pasto, ascoltava realtà e sapeva come porgerla. le storie più crude, i sentimenti più meschini che venivano raccontanti nei suoi versi, avevano veste poetica, ma non per questo si addolcivano nella loro durezza. aveva sempre parlato delle piccole miserie umane, senza nascondersi. la grettezza di chi fa il buon padre di famiglia e poi "con dietro i sedili dei bambini" cerca evasioni che vanno taciute e onor della dignità, gli uomini perdenti evitati dalle coscienze poco attente alla vita, opulente e sposate tra loro, la paura indotta anche di uscire da casa, le trasmissioni televisiva spazzatura date in pasto a un pubblico morboso, fintamente scandalizzato dai reality e realmente interessato.
Era un filtro, un poeta, un uomo con capacità di riconoscersi senza sposare nessuna causa e parrocchia. non un qualunquista, bensì selezionatore assennato di ciò in cui credere davvero, senza colori o finto valore sociale.
Seduto, davanti a un tramonto di fuoco, con odori di ricordo misti a salsedine, guardava avanti a se, un ghigno trasformatosi in un sorriso compiaciuto prese forma dall'angolo della sua bocca. aveva normalmente un'aria seriosa, per questo quando rideva gli si apriva letteralmente il viso, come pagine di un libro rivelatore di umori e sensazioni. aveva cantato sensazioni antiche dell'amore di cui era spettatore, aveva cantato notti di fuochi con la paglia di cui era e sarebbe stato ancora primo attore, aveva cantato tutte le angolazioni più nascoste che era riuscito a scoprire dell'anima, il prisma dell'esistenza con mille sfaccettature lo avrebbe rigirato ancora, con più attenzione e saggezza, ma con la capacità di adeguarsi senza conformarsi. sapeva dire quella che pensava, dava un valore alla comunicazione non per il volume nella quale veniva esplicata, ma nella sostanza non superficiale con cui porgeva le parole. In molti credevano in lui ciecamente, venivano ai suoi concerti, fornendogli una cambiale in bianco, chiedendo a lui di riempire con le parole giuste i loro sentimenti afoni, era lui che spesso riusciva a dare l'aroma giusto ad amori delusi e fatiche gioiose di vita.
Altri ascoltatori li aveva conquistati con il vero e proprio prodotto in vetrina. ai concerti parecchi rimanevano a bocca aperta, perché non si comportava mai come un componente dello star-system, ma come un uomo, che parlava ad altri come lui, soltanto in maniera più musicale.
Il cielo e il mare si univano gradatamente, ricuciti pazientemente dalla linea rossa del tramonto, tra poco tutto sarebbe diventato più soffice, fino a diluirsi e a scendere piano nel buio. il mare gli cullava dolcemente i tanti ricordi, le tante storie, le voci che avrebbe voluto risentire e non avrebbe più sentito. gli conduceva prima all'olfatto e poi davanti agli occhi immagini, istantanee di qualcosa già raccontato o ancora da mettere in musica. quello che componeva il grande romanzo della sua vita stava a metà tra quello che ascoltava all'esterno e quello che il suo cuore argomentava. Si rendeva conto che aveva davvero raccontato gradualmente le vite di tanti, compresa la sua. tutto era lì, rappresentato in quel momento, palco e vita erano quasi inscindibili , tanta era la sua voglia di spendersi ancora, di vendere l'anima per vivere come viveva e aveva vissuto. era lo scorrere della sua esistenza, con qualcosa che poteva far male ma che non potevi fermare, se non in un sogno.

Si voltò per un istante, fece un ideale ponte visivo tra la roccia dove stava seduto e il palco dove avrebbe cantato. vide parecchi volti conosciuti. le persone che venivano a tanti concerti, ognuno con la sua storia, bella o brutta. arrivavano con il loro bagaglio di desideri e voglia di musica. tra un pò, a fine concerto si sarebbe concesso il rituale dei saluti, avrebbe chiacchierato con alcuni degli astanti che avevano composto il suo pubblico, almeno con quelli che si sarebbero fermati. si sorprese di pensare come tanti erano arrivati a seguirlo fin sull'isola. in pratica aveva chiuso in una piccola preziosa e bellissima custodia il suo mondo di musica. lui, il palco, gli strumentisti, termine per lui fin troppo riduttivo per definirli, il pubblico, le facce note e familiari di esso, il tutto tra pareti bellissime di roccia e mare. gli piaceva ritrovare tra angoli della sua memoria tutti gli spettatori che conosceva, sapeva come rendere un individuo singolo e distinto ognuno di loro. c'era chi lo seguiva a ogni concerto in quasi ogni angolo sperduto, ormai presenze storiche di tour, la cui vita vera forse era nel tour stesso, c'era chi era entrato nella sua memoria per una serie di congiunture particolari e non ne era più uscito. storie a lieto fine che lo facevano sorridere quando tra la folla ne riconosceva il possessore, storie che lo facevano salutare. ognuno era una persona. anche per questo non vedeva spettatori e basta, alcuni almeno per una volta avevano cenato con lui o vicino a lui, avevano parlato di qualcosa, avevano raccontato una storia, l'avevano taciuta. di ognuno era in possesso di un frammento. ognuno dei pezzi di quel mosaico si componeva in maniera più o meno eterogenea ogni sera in ogni posto dove cantava.
Si alzò, spense la sigaretta e si fermò a godersi l'ultima luce, voltandosi verso la piazza già riempita nelle prime file dei suoi volti conosciuti, notò curiosamente quante tessere di vita erano inserite nel mosaico che a sua volta componeva il concerto  che stava per cominciare ancora una volta. notò quanti incroci erano stati necessari per generare tutto questo. quel "qui e ora" esisteva per tanti elementi a cui dedicare una rapida occhiata, prima di avviarsi. ecco il mare quello vero che lo aveva fatto approdare alla sua ennesima avventura che avrebbe consegnato al suo cuore marinaio, ecco davanti a lui l'altro mare, il suo pubblico che nello spettacolo bagna e poi lascia le sponde, ecco accanto a se i suoi fidati compagni d'avventura e di musica. con ognuno di quei visi amici, a lui familiari o solo fonte di piccoli ricordi, ha incrociato e fatto un pezzo di strada, ognuno compone una trama fatta di tanti fili sottili che ne formano uno di più largo spessore e di colore rosso. Un fil rouge, ecco come rappresentare quel groviglio di esistenze che si è dipanato nel tempo con lui. Si rivolse l'ultimo sguardo quasi compiaciuto; tutto quello che lo circondava era la conferma di quanto fosse un fantasista della musica, un Peter pan che per qualche sera insegnava a volare restando fermi.
Prima dell'attacco della intro, il cielo ormai era una tenda scura mossa appena dal mare le luci sul palco formavano un cielo ancora più luminoso. curiosamente, sulla sua camicia si era posato un piccolo frammento di stoffa, un filino sottile e resistente. lo guardò nella controluce dei fari e vide che era di un rosso vivo, vivo e acceso, quasi impaziente di esprimere il proprio colore, così come lui era impaziente di far vedere il colore delle sue canzoni e di scoprire di che colore  erano le anime di chi  ascoltava. sarebbero state tante variazioni cromatiche tendenti a un colore che lui sapeva già passionalmente rosso. strinse il filo in mano e cominciò a tessere l'ennesimo frammento del fil rouge che collegava sulla strada di mille piccoli particolari sapientemente intarsiati, la sera prima a  quella sera e poi a quella dopo e poi a quella dopo e poi...

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