Il signor G

lungo il viale così lontano la mano piccola nella grande mano
e chi dei due guidava l'altro io non so dirtelo..




Il signor G amava raccontare nelle cene tra amici che una volta per salvare un porcospino che attraversava una strada trafficata a Palermo rischiando di essere investito, scese fino all’argine del fiume che la costeggiava per depositarlo lì. A poche centinaia di metri da lui c’era un’auto carbonizzata ma non se ne accorse. Dentro c’era un cadavere, lo seppe il giorno dopo leggendo il giornale. Vallo a spiegare alla polizia se arrivava in quel momento che lui era li per amore degli animali. Ma animali di altro genere. 
Ha iniziato che si voleva fare prete, per una delusione d’amore ma poi diventò comunista e ateo, ma sempre con quel prurito alla coscienza che lo faceva grattare all’altezza del cuore.
Era sempre con la testa tra le nuvole. Un giorno perse tempo a posteggiare mentre la famiglia si avviava a prendere i posti in una sala all’aperto per uno spettacolo di Gigi Proietti. Una volta entrato anche lui, lo spettacolo era già cominciato, al buio non riuscendo a vedere dove erano seduti moglie e figlio, si mise su una piattaforma sopraelevata, senza capire che era il palco. Non si accorse di avere Proietti al suo fianco, fino a quando tra le risate generali si voltò, trovandoselo accanto, per nulla scomposto il Signor G disse “non trovo i miei”, Proietti rispose, “faccia con comodo tutti nun s’aspettava che lei quanno se siede se comincia, è un po’ in ritardo, me stavo a preoccupà”
Una volta ospitò due tedeschi a casa sua, conosciuti per caso in treno e poi questi finirono in una inchiesta sul terrorismo eversivo ma in seguito furono prosciolti. Lo seppe perché un commissario gli telefonò a casa una sera dicendogli che aveva avuto il telefono sotto controllo, che lo avevano capito che non c’entrava, che sapevano che aveva un figlio piccolo e che gli facevano le condoglianze perché dalle telefonate intercettate avevano sentito che gli era morta la madre. Così il figlio seppe che era morta la nonna. Altrimenti chissà quando glielo avrebbero detto. Grazie al commissario. Il bello è che lui aveva capito quanto fosssero ingenui i teutonici in questione, visto che quando li salutò gli dissero: “crazie, ora noi sapere ke italiani tutti vieni kasa mia” e il signor G disse “no..non è proprio così..attento”. 
Non poté andare ai funerali di Berlinguer per impegni di lavoro, allora in lacrime disse a un amico al telefono “alza il pugno anche per me”. Si commosse un’altra volta quando l’amico gli raccontò che al passaggio del feretro le suore si facevano il segno della croce, pur sapendo chi c’era dentro.
Amava le donne per la poesia che sapevano dargli nelle giornate e sapeva corteggiarle come un uomo d’altri tempi, tanto da andarle a prendere fin sotto casa, aprire lo sportello, spostare la sedia vestirsi in giacca e cravatta anche solo per una pizza. Era un uomo capace di superare Platone come amori platonici, fatti di sensazioni
Odiava il calcio, si dice perché non sapesse giocare, diceva che era uno sport in cui “22 miliardari in mutande allietano una massa pecorona correndo appresso a una palla”. Il signor G diceva anche che uno dei maggiori castighi che la vita gli aveva inflitto era un figlio che lo amava, il calcio.
Gli piaceva “capelli” di Niccolò Fabi, la colonna sonora di “mediterraneo” oltre al film, i film di Troisi, le canzoni Stefano Rosso, poi si domandava spesso che cosa avesse Vasco per piacergli tanto, lo ascoltava volentieri, in particolare “vita spericolata” perché lo faceva ridere che una canzone ribelle fosse diventata il jingle nello spot della Chicco.
Faceva sempre confusione tra Eros Ramazzotti ed Enrico Ruggeri, quando ne parlava, diceva che era perché avevano le stesse iniziali..non gli piaceva “certe notti” di Ligabue, “mi sembra la canzone di un perditempo che la notte non ha nulla di meglio da fare” diceva.
Si è annullato d’amore, imparando che anche amare può essere devastante se il destinatario del sentimento non ne coglie la grandezza. Ha comunque amato l’unica manifestazione tangibile dell’unico momento d’amore, lo ha fatto per tutta la vita e lo continua a fare. In una parola: figlio
Se gli facevano notare con stizza che donne molto giovani lo corteggiavano, rispondeva all’invidioso che a lui piaceva la carne fresca. Un modo di dire palermitano che è anche un pochino erotico se ci si pensa bene.
Non era professore ma insegnante. Perché professore lo sei solo in orario scolastico.
I primi anni 70 faceva l’insegnante in Sardegna e donò per un mese intero il suo sangue a un bimbo malato di anemia mediterranea scoprendo che aveva il suo stesso gruppo sanguigno. Lo aveva conosciuto in spiaggia e non lo aveva mai visto prima. Il bimbo fu curato e lui non ne seppe più nulla.
Piangeva in silenzio  e senza lacrime ma con tanto dolore tutti gli uomini che hanno lottato per Palermo e hanno vinto a costo della vita. Si è fatto quasi tutti i funerali, anche perché molti di loro li conosceva personalmente.
Era un buon docente ma non voleva fare lezione prima delle 10, perché il suo organismo fino a quell’ora rinnegava pure il creato. Quando un anno scolastico gli misero le lezioni alle 8 usciva la mattina con aria pesta sussurrando “mi farei dare punti di sutura nel culo, piuttosto che subire questo”.
Parlava per aforismi spesso involontariamente. Quando il figlio gli scofanò un paio di chili di polpette che a suo avviso dovevano durare per un paio di giorni disse: “se un illustratore di bibbie ti avesse conosciuto alla piaga delle locuste avrebbe dato le tue sembianze”.
Sponsorizzava le fidanzate del figlio che secondo il suo metro di giudizio erano carine, gli piaceva vedere per casa una boccata d’aria fresca, ma se percepiva il figlio soffrire per loro le rinnegava. Potevano anche ricordare lontanamente miss universo, erano comunque out.
Amava guardare il Commissario Montalbano in TV, ma a condizione di non essere solo. Se suo figlio era in casa non esisteva nulla e nessuno fino a fine del film. Il figlio del signor G pur in preda a frequenti crisi sentimentali, maturava improvvisamente e disdiceva impegni pur di vedere il Commissario Montalbano col padre.
Non era capace di amare sé stesso, ma quel poco di amore che sapeva provare lo elargiva ogni giorno al figlio, raccogliendolo attentamente come un cercatore d’oro di fronte a una vena esaurita ma non del tutto.
A volte aveva il male di vivere, parole sue.
Un giorno mentre pranzava accanto al figlio in una panca lunga in cucina, piena estate; gli urtò la gamba e notò quanto fosse pelosa, allora esclamò: “non c’è bisogno che ti metti l’abito Principe di Galles per pranzare informalmente con tuo padre”.
Non amava le parole roboanti, credeva più nei gesti, l’affetto per lui era nei pensieri minimali, come farti trovare la pietanza o la bevanda che ti piace senza che la tua bocca abbia proferito verbo ma i tuoi occhi avevano scritto il menù dettagliato. Ah..il signor G cucinava da Dio. E per lui, tranne il figlio, tutti erano importanti ma nessuno indispensabile.
Gradiva lo sformato di patate e la pasta al forno, ma a due condizioni: se cucinate da lui e se con il bordo pericolosamente vicino all’incenerimento. Il signor G chiamava questo stato di carbonizzazione del cibo “incutrunimento”.
Aveva la pazienza di farti sbagliare e la saggezza di medicarti quando sbattevi il naso sull’errore duro come il macigno.
Non volle più guardare in vita sua due film che vide una volta sola: “un borghese piccolo piccolo” con Alberto Sordi e “la stanza del figlio” di Moretti: “non posso vedere qualcosa in cui un padre sopravvive a un figlio” disse.
Fece l’ultimo bagno al mare a Favignana, c’era una giornata bellissima e un sole caldo, si buttò da una barca presa in affitto in un mare limpidissimo, prontamente seguito dal figlio e dagli improperi sull’acqua fredda che i restanti passeggeri della barca urlavano ai due incoscienti. Piccolo particolare, era il 25 novembre 2001, si sarebbe ammalato il giorno della madonna, 8 dicembre.
Non sapeva odiare, ma sbandava anche in amore distribuendolo a chi non è che lo meritasse più di tanto.
Un giorno ha provato a uccidersi, ma non avendo o non trovando il coraggio per spingere fino in fondo alla gola una scheggia di vetro di finestra che aveva mandato in frantumi, chiamò il figlio al cellulare e con la gola tagliata si fece portare in ospedale dicendo a dottori e figlio di essere caduto, però la scena che si presentò all’arrivo del figlio era raccapricciante, sangue dappertutto misto a pezzi di vetro, ma non sembrava un incidente. La ferita era meno grave del previsto, merito della codardia: “è stato veramente che sei caduto o c'è altro?” domandò il figlio all’uscita dal pronto soccorso, “tu non capisci, non puoi capire” disse il Signor G piangendo.
Non piangeva spesso, ma quando il figlio gli disse che era prontissimo a donargli il fegato per sconfiggere il tumore che lo attanagliava con un trapianto tra vivi, le lacrime furono un fiume. “non ti prendi nemmeno il tempo per riflettere?, almeno pensaci su” diceva contento e preoccupato insieme, perché sapeva che a quella operazione non ci sarebbe mai arrivato. Ma che così il figlio non l’avrebbero aperto rischiandone la vita.
Non fece testamento in maniera classica, ma di fronte alle scene di un film che amava, “per grazia ricevuta” con Nino Manfredi, qualche mese prima di andarsene disse: “forse da ateo anche io accetterei l’estrema unzione, mi fotto di paura su quello che c’è dopo, poi non voglio vestiti lussuosi, voglio andare davanti a Dio anche in pigiama se muoio così, infine ricordati che cadavere significa carne data ai vermi, non voglio casse foderate di zinco e voglio stare a terra, il mio corpo deve diventare polvere”.
Se ne andò con tutta la delicatezza possibile, il giorno dopo la festività novembrina dei morti. Forse sapeva che in giorno di festa il cimitero sarebbe stato intasato e lui non amava il casino.
Avrebbe voluto ascoltare qualche giorno prima “sotto la pioggia” di Venditti, nessuno capì il perché di quella richiesta, visto che non è che Venditti fosse in cima alle sue preferenze. Poi il giorno del suo funerale piovve e chi sapeva della richiesta non seppe spiegarselo.
Non lasciò parole solenni, quando se ne andò, l’ultima cosa che disse prima di entrare in coma fu “smettila di tormentarmi con tutte queste cure, non c’è bisogno”. Il signor G aspettò che fossi con lui prima di morire. Fu la prima persona che ho visto spirare e spero sia l’ultima, nonostante tutta la poesia e l’assenza di lacrime che non riuscivano a venirmi.
L’ho sognato una sola volta, nel sogno ci trovavamo in un paesaggio surreale e grottesco, eravamo in un vagone intorno a noi solo rifiuti e desolazione, poi giunti a destinazione io finisco nelle sabbie mobili e lui invece va in cima a una montagna e mi guarda da lassù, dietro di lui un sole bellissimo e accecante, caldo e confortevole. Gli allungo la mano per non affondare. Lui risponde “no, fino qui ti ci ho portato, adesso te la cavi da solo”. Qualche giorno dopo nasceva mio figlio.
Se potessi avere un desiderio da realizzare, vorrei vedere il Signor G interagire con mio figlio anche solo per pochi minuti.
Mi ha lasciato in eredità, la sua voglia di scrivere, la sua indignazione, il suo senso civico, l’amore per Palermo, la capacità di essere padre dubitando di sé stessi ma non di quello che si prova, giudici, poliziotti e uomini coraggiosi uccisi dalla mafia, un gatto scampato all’attentato di Borsellino, il suo male di vivere che io sfogo sulle mie storie, un profondo senso di mutilazione dato dalla sua assenza, il mio impegno a non fare mai provare lo stesso sentimento a mio figlio, la consapevolezza che se fosse ancora qui non avrei mai capito cosa significa crescere, non mi sarei laureato, non avrei scritto di lui, non avrei un figlio che faccio crescere anche con la sua benedizione e che ho fatto solo perché ho lasciato il posto dove vivevo. Non mi ha lasciato la sua voglia di piantarla e farla finita con questo mondo che io non ne ho ancora abbastanza, nonostante per una malattia psicogena che si chiama bulimia le penne ho rischiato di lasciarcele diverse volte prima di guarire per essere un padre decente. Mi ha lasciato una famiglia putativa dove corro ogni volta che voglio sentire qualcosa di lui da due persone che lo hanno amato profondamente.
Mi ha insegnato che famiglia può essere anche padre e figlio, ha sopperito ad assenze affettive di altri che avevano altro da fare e ha messo in piedi quasi da solo un uomo decente.
Sapeva amare anche chi non capiva che lingua parlasse il suo cuore e non voleva mai restituito un grammo di sentimento indietro.
Il signor G era mio padre, G come Giovanni. E gli ho voluto bene. E dopo quasi dieci anni riesco a scrivere di lui senza fermarmi a piangere. Va beh..quasi senza fermarmi a piangere



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