Antieroi Antimafia - Carlo Alberto Dalla Chiesa





Oggi il sole scalda la pelle. Mi piace. Allora avverto forte la nostalgia di Palermo e cerco il cielo con la tonalità giusta, del tutto simile al blu della mia infanzia. Tuffarsi nel passato con questo caldo è refrigerante. Mai indulgere ai ricordi col maltempo. La pioggia stinge l’ottimismo e ci trasforma in aspiranti Baudelaire. Mai raccontare un fatto di cronaca con coinvolgimento personale, specie se è difficile spiegare cosa potrebbe collegarmi a Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nulla che sia comprovabile oggettivamente. Di sicuro.  La cronaca racconta di una vittima sacrificale. Anzi tre. L’altare scelto per immolarli fu una via di Palermo, mai stata così famosa come da allora. Incastrata tra il Teatro Politeama e Via Libertà. Via Isidoro Carini. Molti palermitani seppero i dati anagrafici di quella strada in quel 3 settembre 1982 e per sempre associarono il Prefetto dei cento giorni a Palermo con quella data e quella via. 
Una cantilena ripetitiva.TresettembreottantadueviaCariniDallaChiesa. Addirittura Giovanni Falcone grazie a quella strada potè capire di avere a che fare con un falso pentito. Un uomo che si presentò dicendo di avere assistito all'eccidio. Falcone aveva qualche sospetto, confermato quando decise di far portare l'uomo in un'altra via di Palermo, simile come nome, Via Carini. E quello descrisse la scena come se fosse stata vista in quel posto e Falcone ebbe la conferma della menzogna.


Io ero tra quelli.  Uccidere il generale Dalla Chiesa fu la prova che la mafia sapeva colpire preventivamente. Praticamente le cosche spararono a un leone addormentato, per paura del suo risveglio e delle sue azioni post-letargo. In questo caso la prevenzione fu agevolata. Dalla Chiesa chiedeva da tempo poteri che il governo tardava a concedere. Nel frattempo i migliori killer venivano precettati per l’azione. Quell’uomo non poteva e doveva nuocere come nella lotta al terrorismo. La leggenda narra di un discorso ai Cantieri Navali. Il Generale parlò di legalità e senso dello stato.


Un operaio gli chiese: “Eccellenza, ma vuole fare la rivoluzione?“, “No,voglio far funzionare lo Stato a Palermo“. “E questa secondo lei non è rivoluzione?“.


Urgeva una azione esemplare, anche a costo di violare la regola sacra di non toccare le donne, anche a costo di uccidere la numerosissima scorta, composta da un uomo solo, che viaggiava nell’altra macchina. Domenico Russo.  Io ricordo. La mia memoria storica scivola come una essenza nel fiume della mia vita. Il primo omicidio di mafia che ricordo nitidamente con immagini familiari.Rivedo mio padre tornare a casa di corsa, furibondo.


Nel viso l’espressione di chi aveva subito una mutilazione fresca della propria speranza di legalità. Amareggiato, aveva sprecato la sua rabbia perché non trovava la casa degli amici da cui doveva andare a cena, adesso la rivoleva tutta per riversarla su quella strada insanguinata. Era iracondo. Mio padre non si arrabbiava mai, al massimo ironizzava disilluso e con citazioni colte da professore quale era.



Cos’è una leggenda? Un bellissimo fiore acquatico che viene a galla raramente e per poco, non fai in tempo a fotografarlo che subito scompare. Puoi solo raccontarlo, sperando che ti credano.  Qualche anno dopo frequentavo il liceo classico “Meli” di Palermo. Avevo come dirimpettai di corridoio molti figli di magistrati, Grasso, Guarnotta, Borsellino.
Mi ero guadagnato un soprannome che era un tatuaggio: il nipote del preside. Una etichetta che creava problemi, più che con i miei compagni, con mio zio che per non dare adito a favoritismi mi trattava peggio degli altri. Adesso lo ringrazio, prima un po’ meno.
La mia timidezza e il mio amore per greco e storia dell’arte, rendeva completo il ritratto del perfetto imbranato.  In una estate persa nel tempo ero a Roma con mio padre e mia madre. Quel giorno a pranzo in un ristorante vicino al Pantheon magnificavo a mia madre che non era venuta con noi, le bellezze dei Musei Vaticani, percorsi tutti d’un fiato con mio padre stremato dietro di me.
Raccontavo l’avidità con cui avevo divorato il patrimonio artistico. Guardo a quel momento come si guarda un ritratto a olio e china di un raro momento di serenità e unità familiare.  Si alzò un uomo dal tavolo vicino. Aria da nobiluomo, modi e posture idem. “Permettete? Siciliani?” “Palermitani!“- Rispondiamo noi, non specificando ma puntualizzando, in una protervia dei confini propria a i baschi e ai siciliani, mai regionalizzare con noi.
“Volevo complimentarmi con voi, ho involontariamente ascoltato i vostri discorsi avete un figlio che mi ha ridato fiducia nella vostra terra, mi ero ripromesso di non parlare mai più con un siciliano, mi avete portato via delle persone care. Oggi faccio pace volentieri con voi. Complimenti. Permettete? Setti-Carraro"
Segue baciamano discreto a mia madre.  Setti-Carraro, come Emanuela, moglie del Generale Dalla Chiesa.  Ricordo i miei in estasi, in particolare mio padre felice come un bimbo davanti al giocattolo a lungo ambito. I sentimenti estremi in lui erano sempre più rari, li diluiva frequentemente nella malinconia, che pian piano lo avrebbe portato via e che gli rendeva gli occhi sempre più liquidi e tristi.  Io a volte sono assalito dai dubbi, che quell’uomo fosse un mitomane o un millantatore, oppure che tutto questo non fosse successo come lo ricordo io. A prescindere, ci restituiva una dignità che ci meritavamo, noi che vivevamo in quella terra martoriata eravamo i primi a volerla amata dal prossimo come da noi stessi.In ogni caso è una leggenda, che personalizza fino all’estremo un fatto di cronaca che più di altri mi ricordo. Mai farsi coinvolgere personalmente da quello che si scrive. Mettere sempre una barriera emotiva. Attenersi ai fatti. Mai piazzare un campanello proprio vicino al posto dove dormono alcuni ricordi. Prima o poi qualcuno lo suonerà e tutto si risveglierà. Cronaca e foto di famiglia in un ristorante. 


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