La notte porta consiglio





Ti guardo dormire. Tutto tace.
Questo silenzio mi piace, non è mai assenza di suoni. Il tuo respiro regolare è come un’onda notturna e calma su una spiaggia tiepida. Mi piace anche quando parli. Dalle prime parole di quando avevi un anno ai tuoi ragionamenti squinternati ma logici dei tuoi cinque anni. 
Vorrei farmi fantasma, in finta afonia guidarti nell’inconscio, non facendomi vedere, ma non sarebbe giusto. Devi imparare da solo e questo mi atterrisce. 
Posso insegnarti le strade, non come percorrerle. Questa notte di pace liquida e densa nell’anima mi rilassa i tendini. Non so quale sarà la prima cosa vera che ti insegnerò. Forse una regola di sopravvivenza, una canzone che mi ha fatto piangere, la frase di un libro, il valore di un’amicizia. 
Guardo il tuo viso che brandisce e rilascia sonno in respiri, penso all’ipocrisia del giorno che cela suoni così belli stordendoci con rumori da chitarra elettrica suonata da un dilettante. Allora vorrei insegnarti il valore del silenzio. Moneta multiforme. Nella mia città è un conio svalutato. Palermo si ciba di silenzi, voluti da chi le fa del male e ci resta. Chi la ama come me, troppo spesso va via. 
C’è un modo di tacere che si chiama omertà. Quello, ti prego, sfuggilo. Poi c’è anche chi non parla, ma fa qualcosa di grande, che crea invidie e rancori, vendette. Il tacere operoso di chi sacrifica davvero la sua vita senza avere niente in cambio, se non la certezza di uno spettro di giustizia. Il silenzio degli eroi, troppo spesso ricambiato con il nero tacere di chi dimentica. 
Giovanni, Paolo, altri di cui vorrei insegnarti nomi e cognomi erano uomini di poche parole, portatori sani di onestà e speranza. Portati via dal cupi suoni che hanno fatto da ciambellani al silenzio della morte e degli anni che si sono accumulati come la polvere. Potrei non parlarti di tutto questo. Tu non sei nato lì, il mio tacere non ti darebbe alcun cordone ombelicale con quella terra, aspra e dolce come gli agrumi per cui era celebre. Ma come si fa a non dirti di una parte sanguigna di me. come mutilarmi di qualcosa che non dicendo non sarebbe comunque nascosta?
Come mio padre, non riuscì a nasconderla a me.
A volte amore mio i tuoi genitori parlano troppo. Parlare è un modo per non agire. Il gesto è l’antitesi della parola, per questo si fa in silenzio ma si spiega molto meglio che ore di chiacchiere. Quando racconto alla tua mamma della mia terra, leggo un velato timore. Quello di non collaborare con lei a tenerti sotto una campana priva di ogni pericolo. La notte scorsa non era silenziosa come questa. Ieri ci facevamo domande mentre tu dormivi. Oggi sono solo a cercare la risposta a una di quelle domande.
Mio padre mi amava molto, nelle pause di ogni battito del suo cuore c’ero io, ma vivevamo in una città che assassinava chi voleva amarla onestamente. Imparai presto e con un nome e cognome il significato della morte. Fu la prima volta che sentii quella parola che nessuno dice, sempre ricoperta dal lenzuolo dell’omertà. Non si può nascondere la violenza che un bimbo vede con le sue pupille.
Piuttosto che arrampicarsi su ripidi scogli di silenzio mio padre mi spiegò.
Mi disse che non tutto il silenzio è onesto, che la violenza mette a tacere chi vuole parlare, che la parola genera sempre attenzione, mentre il silenzio illegale ottunde.
Qualche anno dopo fu ucciso un uomo, importante, insieme alla moglie e al povero cristo della scorta, composta da un solo uomo, un simbolo della lotta al silenzio connivente. I loro corpi giacevano in una delle troppe strade di Palermo in cui di lì a poco sarebbe sorta una lapide “in memoria” di chi verrà sepolto in angoli remoti del tempo.

Mio padre, appresa la notizia tornò a casa, posò la sua borsa da professore. “vado a vedere quello che è successo”-disse-
“vengo con te” –risposi-
La sua bocca disse “no, sei ancora troppo piccolo”, il suo sguardo scrutava il mio, per dire sì senza dirlo. Andai con lui.
Un giorno parlavamo di coscienza civica, da trasmettere per non tacere di fronte alle ingiustizie. Io insistevo che dovevi essere un uomo che capisse e che provasse a battersi per cambiare le cose. La domanda arrivò colpendomi di taglio.
“se tuo figlio ti chiedesse la stessa cosa che hai chiesto tu a tuo padre che faresti?”
Mi sono tenuto da parte questa notte fintamente priva di suoni per rispondere. Devo legittimare un silenzio collettivo solo per proteggerti dall’orrore o devo trasmetterti quella luce che il mio sguardo ha quando vedo le ferite inferte nel buio e nell’ovattamento, alla mia terra e a tante altre?
Il padre tace, l’uomo anche. Ma sono due silenzi diversi. L’amore contro la coscienza, le tue mani piccole che cresceranno, contro la speranza che crescendo, capiscano cosa stringere.
A quella domanda so cosa rispondere, ma non oso. Decifra tu che qualità ha il mio silenzio, quando e se sarà il momento. Deciderai tu che significato dare al silenzio, però prima di sbilanciarti guardami negli occhi, la risposta sarà lì, non nel mio labiale e forse qualcuno si arrabbierà tanto perchè sembra che non ti proteggo, perchè sembra che ti mando a petto nudo contro le lance. Buonanotte amore mio, il tuo ritmo di respiro frantuma ogni tipo di assenza di suono. 

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