Se incontri il tuo Buddha per la strada uccidilo





Le mogli non comprendono, non colgono la pericolosità del costringere i mariti a fare ordine tra le loro cose. A lavare o sistemare gli indumenti dentro borse da calcio, stracci puzzolenti di capra morta secondo loro, maglie che testimoniano l’entità dell’impegno messo in campo e un odore intenso di spogliatoio secondo noi.




- hai troppe maglie dentro quell’armadio, potresti darne qualcuna via

A loro sembra facile, poi guardi e in quella scatola si sono mischiate le tue passioni e le tue battaglie.

La maglia in lanaccia della squadra del liceo, eterna seconda dei tornei studenteschi, dove avevo capito che il mio nome, Ettore, nascondeva una cultura della sconfitta e della cicatrice notevole. In un campionato si votava anche il miglior giocatore, non per doti tecniche, ma per abnegazione, impegno e spirito di sacrificio

Qualcuno queste doti che pensavo insuperabili, essendo inguardabile esteticamente col pallone tra i piedi, le aveva più di me, lui primo io secondo.

La maglia di estenuanti partite a calcetto del lunedì e del giovedì alla periferia marittima di Palermo, Sferracavallo. Anche li si decise un anno di fare una classifica, votare i migliori 5 giocatori della stagione e dargli il premio, un piccolo trofeo. Ovviamente arrivai sesto.


Ma ci sono anche le maglie delle squadre di serie A, comprate perchè esteticamente belle, o perchè ti piace l’idea di quella squadra in quel momento. La maglia del Genoa che sconfisse il Liverpool a Anfield road, salvo poi impattare con l’Ajax, il Toro di Lucarelli e Ferrante, 2001/02 che mimava le corna e la corrida a ogni gol ( e quanto fece incazzare Maresca che lo imitò in un derby finito 2-2..) o il 3-3 del derby di andata con recupero epocale del Toro e  con rigore di Salas mandato alle stelle, colpa di Maspero che aveva sabotato il dischetto...

- hai finito?
- non ancora!

Prima mi dice di mettere a posto e poi non capisce che liberarsi di ricordi così vischiosi è complicatissimo. Resto seduto a terra come quando ero bambino, ma a quei tempi le gambe si addormentavano di meno.

E capiti tu. La maglia della juve, epoca primo scudetto Lippi, le maglie non si cambiavano ogni anno, prima. L’anno dopo sarà lo stesso modello, cambierà lo sponsor, Sony invece di Danone. Io ho in mano la maglia juve, sponsor Sony. 1995-96. L’anno della coppa campioni, ormai Champions league pulita e netta, non quella sporcata da 39 gocce di sangue dell’Heysel. La prima vera Coppa Campioni, non la farsa (inteso come finta e inteso in romanesco proprio come “falsa”). Non a caso Michel Platini disse la frase “quando gli acrobati muoiono, nel circo entrano i clown”, per sottolineare la buffonata di prendersi quel trofeo.
Alessandro Del Piero

Quella juventus fin troppo discussa dopo per una serie di pratiche poco chiare, aveva un’anima lottatrice. Fin troppo col senno di poi. Nasceva la stella di Pinturicchio Del Piero che oscurava Baggio costringendolo ad andare al Milan, Alex risultava determinante per lo scudetto con gol da antologia. Io rimasi colpito come sempre non dalle stelle ma dai gregari. Mi meravigliò una sorta di Pirlo esteticamente più bello a vedersi, in effetti non me ne voglia Pirlo, ma somiglia a Mauro Repetto, il muto degli 883 quando erano due che si limitava a ballare,lui era un metronomo che risultò determinante per lo scudetto. 
Paulo Sousa


Paulo Sousa, quello che le donne chiamerebbero un Figo della Madonna. Colui che molte tifose granata forse sognavano e non osavano confessarlo. Riscuoteva un certo successo trasversale. Il suo stile di gioco, unito allo sfiancamento che faceva per ricucire e tappare me lo fecero piacere, il mio modello di giocatore era questa faccia d’angelo in piedi di serpe. Ma Sousa era fin troppo Dandy, pur se incarognito per uno come me. Un viso così armonico non poteva essere un riferimento. Non per uno come me con piedi troppo maleducati, che ha per viso un quadro di Mirò con cui deve andare d’accordo ogni mattina che l’universo creato manda in terra. Allora scelsi lui.

La scintilla scoccò nel 1995, a settembre. Segnò un gol all’esordio in champions, contro il Borussia, primo atto di una serie di partite dove venne coniata “la mattonella di Del Piero, un punto preciso della sinistra in prossimità dell’area di rigore dove questo giovane gnomo malefico si tirava fuori reti impossibili all’incrocio opposto in fotocopia. Qualche partita dopo, fece un gol uguale contro i Rangers di Glasgow, in più fece quella che venne definita “coda di vacca”, finta a trascinare il pallone e sedere gli avversari. 

Alessandro Del Piero contro il Borussia Dortmund


I difensori lo inseguirono per legnarlo per tutto il campo. Quel primo atto in Champions contro il Borussia, la Juve era decimata. Lui giocava. Il Borussia segnò, lui pareggiò. Quel gol gli costò una battutaccia di Vialli che disse che aveva la media presenza/reti perfetta, quando c’era segnava. Per dire che giocava poco ma quando c’era segnava. Segnò e inizio il mio interessarmi a questo proletario panchinaro, il viso non bellissimo, ma aggressivo, capello lungo, faccia da guerriero spartano, piedi non educatissimi.

L’amore vero scoppiò con un rigore decisivo. Finale di champions contro l’Ajax, Sousa aveva provato a spostare ancora l’orbita del mio occhio segnando il gol decisivo per la qualificazione contro il Nantes, in tutto i gol che fece nella juve furono due o tre, ma tutti determinanti, uno per battere il Parma l’anno prima che inseguiva la juve in classifica. L’altro per dargli la finale di champions. Ma non gli bastò.

La finale del 1996 fu risolta ai rigori e furono i rigori dei peones. Ciro Ferrara, Gianluca Pessotto, e il rigore decisivo di Jugovic, non una stella di prima grandezza, tutti gregari. Poi lui.
Michele Padovano


Michele Padovano. Uno dei rigoristi a cui la juve deve una coppa. Lo elessi a mio idolo. Un giocatore che rientrava, difendeva, si sfiancava e andava in panchina in silenzio, mai un gesto fuori posto mai un clamore. Mi piaceva, forse perchè un pò fisicamente e per capigliatura mi ricordava il povero Andrea Fortunato.

Era il mio idolo, ufficiale. Il simbolo che per farcela serviva sudore e lacrime, non sempre talento. Esserci se serve. Inoltre da quando portava il numero undici alla Juve dopo l’addio di Ravanelli tra me e quel numero scoccò la scintilla, in ogni partita che contemplasse numeri di maglia non me ne staccavo mai.

Volevo provare a spiegare questo a mio figlio, quando mai gli avessi tenuto una lunga e estenuante conferenza sul mio amore per il calcio nonostante tutto e nonostante il pallone non mi corrisponda nè come giocatore, nè tantomeno come spettatore, visto lo schifo che sempre più spesso avviene.

Era l’esempio che volevo portare, Padovano, poi invece scopro che a quanto pare smerciava droga già quando stava alla juve e che è implicato in affari poco felici, va avanti la clessidra delle inchieste giudiziarie e vedo che prende otto anni in primo grado per traffico e detenzione di sostanze stupefacenti. Poi scopro che comunque era compagno di squadra di Denis Bergamini, nel Cosenza. Denis morì sotto le ruote di un camion lungo la statale jonica, ufficialmente per suicidio il 18 novembre del 1989. 
Michele Padovano


Ufficiosamente troppe cose non quadrano, in primis lo stato del corpo troppo integro per apparire maciullato da suicidio sotto un tre assi lanciato a velocità. Addirittura ha anche la camicia stirata. Il corpo sembra composto per un funerale, non finito sotto un camion. Denis era un valente centrocampista di grandi prospettive, giocava da un paio d’anni nel Cosenza. Ma prima di quella morte sembrava turbato. Voci di corridoio fanno intuire che avesse scoperto di essere stato utilizzato a sua insaputa come corriere di droga. Un dirigente della squadra infatti gli avrebbe fatto comprare un’auto a tutti i costi, auto poi recuperata dal padre di Denis, che fece e fa fuoco e fiamme per illuminare la verità sulla morte del figlio. In questa auto c’erano dei doppi fondi, adatti al trasporto della droga. 

Denis Bergamini


Denis forse lo avrebbe scoperto e per questo sul suo suicidio gravano molte ombre. Ma qui non siamo a un processo, qui io tengo in mano una maglia che mi ricorda Padovano, che su Denis non ha mai detto nulla, se non di una telefonata ricevuta in stanza in cui poi il ragazzo sarebbe apparso turbato, oltre e questo va detto, aver detto che lui non crede si sia suicidato. Ma io devo cercare di spiegare a mio figlio che volevo essere un giocatore come Padovano, corsa e cuore.

Molte volte ho riletto un bellissimo libro di Sheldon Kopp, intitolato “se incontri il tuo Buddha per la strada uccidilo”, un passaggio illuminante del filosofo enuncia che “se hai un eroe, dagli un’occhiata più attenta, probabilmente stai sminuendo te stesso”. Io auguro a un eroe dei miei vent’anni di amante del calcio di avere una vita serena, ma di anni ne sono passati altri venti, la mia coscienza si è indignata per cose ben più importanti che il calcio, che però volente o nolente resta una forte metafora della mia vita. 

Una vita in cui, come la maglia che ho in mano, tutto è stato o bianco o nero. E questa storia è grigia, come la maglia dell’Alessandria. Mi spiace Michele, ma la tua storia finisce in fondo a un cassetto, come i miei sogni, come quella partita a Dortmund, come altre cose che tu non sai nemmeno che sono passate nella vita di chi non ammirava Sousa, non ammirava Del Piero, ma te, che forse non sai che cosa si perde ad avere un genitore che attraverso una palla prova a parlare di idoli. A cui bisognerebbe sempre dare una seconda occhiata.
il libro di Petrini sul "suicidio" di Denis

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