Antieroi Antimafia - Giovanni Falcone - Torquemada






In questa terra che confonde la notte e il giorno, la partenza con il ritorno, l’innocente col criminale, il diritto col carnevale
Francesco De Gregori – “adelante adelante”
Non si pensi mai che questo mondo è grato ai geni in vita. I geni sono spesso apprezzati, spessissimo invidiati, ma più di tutto, odiati. Per rimarcare una spiccata intelligenza, si accomuna una persona a un’aquila, che si distingue per intuito, sveltezza e colpo d’occhio. Forse già il nome è profetico per il genio di cui parliamo. Falcone. Un animale più addomesticabile dell’aquila, ma dotato di una sua autonomia e di una dignità. I Falconi, come le aquile, sono animali solitari, ma se usati per la caccia dall’uomo sono tremendamente efficaci. Volano troppo alto. Facendo rodere d’invidia i vermi.   Giovanni Falcone era un genio. Non solo nel senso più ossequioso, meriterebbe di stare alla stregua di Galileo e forse più di lui e di altri geni, passare alla storia. Prima che in Italia lo hanno capito in America, dove è talmente stimato che a Quantico, all’accademia dell’FBI, hanno costruito una statua con le sue sembianze, posta in modo che gli allievi la vedano almeno due volte al giorno.
Come definire se non genio, un uomo capace di elaborare un teorema a prova di confutazione? Solo così si può definire la rivoluzione copernicana del maxiprocesso, culminata con la convalidazione del suo assioma, il 30 gennaio 1992. Un giorno ai più ignoto, quello in cui la Cassazione decise in via definitiva che la mafia era una organizzazione criminale capillare e che i reati andavano intesi come una lunga scia continua e cumulata. Non come singoli frammenti che si perdevano nei rivoli delle corti e dei tribunali. Un giorno in cui il “teorema Falcone” fu convalidato dalla prontezza di Claudio Martelli, che sancì con perentorietà che “quel processo” non doveva finire con un Carnevale.
Inteso come festa per i mafiosi e come giudice ammazzasentenze. In mezzo, per arrivare alla perfezione di quella sentenza ci sono anni di intuizioni geniali, fu il primo a intuire l’importanza di scardinare la mafia tramite i pentiti, il primo a indirizzare le indagini al cuore dell’interesse mafioso, ovvero i movimenti internazionali finanziari, il primo a capire che se non si fermava la piovra, si sarebbe accaparrata l’alta finanza, si sarebbe ripulita e nessuno l’avrebbe più riconosciuta. Il primo a scardinare il legame politica-criminalità, il primo a indagare prima che sugli omicidi di mafia in sé, sugli assegni, le banche e le ragioni che avevano portato a premere il grilletto. Michele Greco, boss di Ciaculli, lo definì “il Maradona del diritto”. Forse ignorando che Maradona regalò trionfi al Napoli, avendo al suo fianco paladini che menavano fendenti e non reggevano solo il suo strascico. Colpivano duro Cassarà e Montana, come puntava correttamente il dito sui colpevoli Giuseppe Ayala. Per tacere degli altri.
Prima di quel giorno, come a tutti i geni che in qualunque epoca si trovino hanno a che fare con il medioevo delle idee e con i Torquemada di turno, anche Falcone fu sul punto di bruciare sul rogo molte volte per le sue idee rivoluzionarie. Per mano dei suoi nemici, ma anche dei suoi “amici”. Vittima di lettere anonime di “corvi”, bombe inesplose, servizi segreti deviati, mafia non più artigianale.
Vittima di giudici del Consiglio Superiore della Magistratura, che impedirono la sua nomina a Consigliere istruttore del tribunale di Palermo, privilegiando per la prima volta non il merito ma l’anzianità, nominando un ignoto Antonino Meli. Lo giudicavano arrivista, e se anche fosse? Sarebbe preferibile avere uomini con il delirio di onnipotenza di sconfiggere la criminalità che sorci impegnati a farsi scudo con carteggi inutili e paura della propria ombra.  Fu l’allora Ministro della Giustizia Claudio Martelli, paradossalmente e per assurdo, a salvarlo dalle secche del rancore dei cretini. Portandolo a Roma come Direttore agli affari Penali, A Roma apprese della sentenza definitiva del maxiprocesso. A Roma fu fortemente osteggiato anche da una corrente fintamente progressista di sinistra, all’elezione a Super Procuratore Antimafia.
Uomo più di azione che di scena, abituato a lavorare con discrezione e continuità, per nulla divo davanti alle telecamere, ebbe anche il dolore di essere attaccato dal sindaco che lo aveva sposato, Leoluca Orlando, che gli accusava di tenere alcune carte nei cassetti e di favorire alcuni pentiti, subì anche un attacco da un certo Totò Cuffaro, giovane di belle speranze, non ancora Presidente della Regione Sicilia, levatosi rancoroso da una poltrona del Costanzo Show, vaneggiando di inesistenza della mafia.  Sul 23 maggio 1992 non occorre tingere queste pagine di un sangue prezioso, sangue in estinzione, come la razza dei Falconi.
Preferiamo pensare che sia andato lì dove voleva recarsi quel giorno alle 17.58, a vedere la mattanza dei tonni a Favignana. Per molti onesti che ancora lo piangono, il viaggio del genio non è finito sulla Palermo – Capaci. Se si vuole vivere nella mediocrità non bisogna essere Falcone, genio, intuitivo e capace di volare in alto. I vermi strisciano, trascinati dalla bava dell’odio e dell’invidia.  Sento uno strappo di tuono, in questo sabato sera, sassi ed asfalto nel cielo, di fuoco rosso e lamiera, non sento male è un istante, ma ora il futuro è chimera.
E tutto questo per niente, solo per una bandiera…
Stadio – “per la bandiera”
SCHEDA   BIOGRAFICA - Per una figura storica del genere non c’è biografia che non possa essere ulteriormente arricchita da ricordi personali o da emozioni particolari di chi legge, per il cursus della sua vita e dei veleni ingiusti che la attraversarono. A Giovanni Falcone è dedicato un albero piantato dove abitava, in Via Notarbartolo a Palermo, pieno di bigliettini e dediche sempre nuove come i fiori freschi sulla tomba di Federico II alla Cattedrale di Palermo, vari libri tra cui uno per bambini, scritto da Luigi Garlando, intitolato “per questo mi chiamo Giovanni”, una storia commovente e bella scritta da uno scrittore che è penetrato nel cuore e nella mentalità palermitana, pur non essendo siciliano, bellissime canzoni tra cui “cuore” di Jovanotti, “pensa” di Fabrizio Moro e “per la bandiera” degli Stadio, ma anche “signor tenente” di Faletti, dedicata agli uomini in divisa che perdono la vita accanto a chi proteggono, in comune con un altro rivoluzionario del pensiero come Galileo, a Giovanni Falcone è dedicato un aeroporto insieme al suo amico e compagno di martirio, Paolo Borsellino.Un pensiero particolare per chi, insieme a Giovanni divideva paure, sorrisi, trionfi e amarezze e che metaforicamente erano pronti a morire per lui, ma quando è successo, sono morti per davvero, ci piace pensare, senza un minimo di dubbio. Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo.
In questa sede per una volta non parliamo di mandanti ed esecutori, primo perché abbiamo i nomi che ci fornisce una storia raccontata volutamente incompleta, secondo perché preferiamo ricordare la figura senza intossicazioni. Recitando un lenzuolo ormai datato 1992 “non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe”.




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