Antieroi Antimafia - Paolo Borsellino, Il rocker del diritto






Esprimere le proprie idee. Con una voce ferma. Un Al Pacino con accento palermitano. Immaginate che le sue parole penetrino liquidamente, ponendo l’accento sull’ipocrisia del sistema, lanciando l’allarme prima che sia troppo tardi. Un giusto che dica sempre le cose con dovizia di termini e ricchezza di contenuti. Immaginate che quest’uomo non sia su un palco e non si chiami Vasco, o chissà come, ma faccia il giudice istruttore. Non per questo le sue parole sarebbero meno penetranti.  Paolo Borsellino era un rocker. Non si può spiegare altrimenti il suo talento capace di spaccare i muri del perbenismo che copre l’illegalità. Capace di intuizioni geniali e azzardate, ma importanti per integrare il lavoro altrettanto certosino di Giovanni Falcone.
Si racconta di un aneddoto in cui Buscetta, deponendo davanti a Falcone, avesse parlato di alcuni incontri con i cugini Salvo in una loro villa con il camino. Durante le ispezioni alla villa, il camino non c’era. ogni piccolo particolare era essenziale al pool per non farsi divorare dai coyote distruttori del loro lavoro. Fu Paolo, con Falcone già disperato (gli aveva mimato un gesto con la pistola alla tempia, come a dirgli che potevano spararsi), ad andare dal custode della villa a parlare del più e del meno, fino a fargli la domanda su come ci si scaldava d’inverno. Il custode rispose “col camino, ma d’estate lo spostiamo in giardino”.  Capace di denunciare anche il fuoco amico. L’antimafia di facciata. Quella dei “Giuda che hanno fatto fuori Falcone, annidati al CSM”, l’insufficiente intervento dello stato nella legislazione antimafia (il termine esatto che usò fu: noncuranza), la cattiva distribuzione dei carichi penali sui giudici, la volontà di distruggere il pool da parte dei quartieri alti della politica. Perse le staffe davvero quando le ingiustizie sull’amico Giovanni si susseguirono in numero eccessivo, al punto da sfiorare anche sanzioni disciplinari. Non smise di segnalare l’importanza dei cittadini nella lotta alla mafia e del pericolo che la criminalità si insinui nelle crepe delle istituzioni.
Annunciò l’emergenza di individuare i nuovi mercati della mafia, di proteggere maggiormente i servitori dello stato nel mirino. Consapevole di rischiare la vita, chiese di apporre un divieto di sosta davanti alla casa della madre. Inascoltato. Per quel divieto anche Caponnetto chiese giustizia, fin troppo dolorante.  Individuò tra i primi la necessità di indagare anche nell’ambiente milanese per trovare elementi utili alla lotta alla criminalità.  Fu il primo, forse l’unico, a capire davvero che portata aveva il trasferimento di Giovanni Falcone a Roma come direttore agli Affari Penali presso il ministero della giustizia.
Lo disse pochi giorni prima di morire. Falcone una sera tirò fuori davanti a lui ed Ayala un libretto, un regolamento del ministero. Aveva trovato degli spunti per migliorare la legislazione antimafia, il suo obiettivo era creare una legislazione omogenea partendo dagli sforzi di pochi volenterosi che avevano pagato con la vita come Pio La Torre. Fu l’unico a intuire che l’amico si infilava nell’edificio del potere per cambiarlo dall’interno, visto che a spallate da fuori non ci riusciva.
Credeva che i giovani fossero il futuro della legalità e che a loro dovesse essere assicurato un futuro, prima che la mafia ne facesse manovalanza. Gli anni passano e diventano il nuovo millennio. Sarebbe bello se un giorno il rock più bello sia quello delle parole di Borsellino, del suo coraggio. Sarebbe bello se invece di magliette di concerti girassero quelle con le foto di due immortali. Sarebbe un’utopia sperare che gli eroi non siano di celluloide o di note musicali, ma di carne e ossa? È troppo pretendere che le vere leggende siano uomini che quella carne e quelle ossa se le sono viste smembrare? In alcune occasioni sembra di no.  Dalla sua morte, dal 19 luglio 1992 è passato il tempo che adesso ne fa parlare come di un “elemento di una potenziale trattativa tra mafia e stato”. È passato il tempo che ha mitigato le ferite di chi non ha buona memoria. È passato il tempo che permette a colui che dovrebbe rappresentare la categoria cui apparteneva Paolo, il Ministro della Giustizia, ne diserta la commemorazione per il suo eccidio e quello della scorta.  Senza destare scandali.
Verrebbe voglia di non dormire più, perché la morte di Giovanni e Paolo è ancora un incubo, ma anche perché si ricerca il sonno della gente per cambiare il passato o mitigarlo a vantaggio di pochi. A pensarci bene ogni momento in cui si chiudono gli occhi andrebbe evitato. Non si dovrebbero nemmeno sbattere le palpebre.L’omicidio di Paolo Borsellino risiede in me in una immagine nitida, al momento dell’esplosione ero affacciato alla finestra di un palazzo nel punto diametralmente opposto, situato a Brancaccio. Ho visto la colonna di fumo, ho sentito un botto sordo. Chi mi stava accanto ipotizzò che fosse un fuoco d’artificio per salutare la nave che entrava in porto, ricordo ancora che dissi: “non si salutano le navi con un botto solo”.  Da quel giorno non riesco a guardare più una nave che entra in porto. Le volto le spalle.
Chi ha paura di morire, muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola…
(Paolo Borsellino)
"non me ne fotte un cazzo, inizi a andare fuori"
"guardi che sono autorizzato a filmare"
"ma che vuole filmare, corpi mutilati??, non si muova da qui se no l'arresto"
dialogo tra un poliziotto e un operatore tv immediatamente dopo la strage di via D'Amelio
SCHEDA BIOGRAFICA – Paolo Borsellino fu giudice istruttore del Tribunale di Palermo, dove entrò a farne parte nel 1975, dopo essere stato pretore a Enna e Monreale. Fu quasi subito nelle simpatie di Rocco Chinnici che lo prese a benvolere e lo ammise alla nidiata del pool antimafia. fu uno dei più attivi nell’interscambio delle informazioni che produssero il monumentale numero di atti del maxiprocesso. Capace come pochi di produrre appunti preziosi che aiutarono molti magistrati a capire lo scheletro delle imputazioni. Pietro Grasso nel suo recente libro “per non morire di mafia” lo ringrazia pubblicamente per l’incredibile risparmio di tempo che gli diede. Fu un leader quasi naturale del pool, insieme a Falcone, specie dopo l’omicidio di Chinnici.  Nel 1986, si fece trasferire a Marsala. Anche qui fu un precursore. Aveva capito che il pool rischiava di soffocare nel suo isolamento per le invidie di palazzo e per le minacce esterne. Preferì dunque far finta di decentrarsi. In realtà aveva capito che molti canali di rapporto dei Corleonesi erano nel territorio della Sicilia occidentale e restavano molto anonimi.  Esplose letteralmente di rabbia nel momento in cui nel 1988 Falcone non fu nominato a capo dell’ufficio istruzione al posto di Caponnetto.
Disse chiaramente che era in atto una “opera di smantellamento del pool ma anche della squadra mobile e che si umiliavano giudici capaci con l’assegnazione di processi minori”. Dopo la strage di Capaci, si convinse che sarebbe toccato a lui, si buttò alacremente sul lavoro per individuare anche gli assassini di Falcone. Il 19 luglio del 1992 in via Mariano D’amelio, un’autobomba uccise lui e la sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Walter Cosina. È medaglia d’oro al valor civile. A lui sono dedicati fiction e film tra cui “essendo stato” e “gli angeli di Borsellino”.
A distanza di anni si ipotizzano le due stragi come atti tendenti a alzare il prezzo in una trattativa tra mafia e stato. Cellule terroristiche avrebbero collaborato all’ideazione e alla messa in pratica degli attentati. Si ipotizzano anche coinvolti i classici “servizi segreti deviati”. Speriamo che tutto questo non diventi un pezzo di storia senza pathos. Come Ustica, l’Italicus, Piazza Fontana o i morti di mafia che vennero prima. Chiunque ne senta il dovere morale di rivolgere un pensiero costante a chi non c’è perché ha provato a renderci un paese migliore, dovrebbe ripetersi: “pensarci oggi mi fa male, domani uguale”. Almeno finché giustizia non sia fatta.

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