Il promontorio più bello del mondo



Fu definito il promontorio più bello del mondo, non da un abitante del luogo, la cui parzialità si sarebbe desunta, ma da Johann Wolfgang Goethe, che lo vide in tutta la sua meraviglia. Composto da un diamante di montagna, Monte Pellegrino, incastonato sopra un bracciale di mare azzurro. Almeno a guardarlo da lontano. Perché da lì che va guardata questa meraviglia palermitana. A debita distanza e non tenendo conto che per lungo tratto la costa sottostante non è balneabile, almeno nella parte che va verso il quartiere Brancaccio.
La corruzione dei vizi inquinanti delle metropoli non risparmia nemmeno i gioielli. Presa alla giusta distanza la sua bellezza è devastante. Come guardare una bella donna, che ha conosciuto fin troppo l’arte dell’amore ma resta splendida, sinuosa e con “curve in posti dove altre donne non hanno nemmeno posti” come si diceva di Marilyn Monroe.

Come tutte le bellezze che non hanno un limite spesso stroppia. Sei li che guardi questa cartolina che non vira mai a seppia, che sempre a distanza è placida. Tanto che anche nei giorni di vento fatichi a vedere la schiuma delle onde del mare irrequieto. Ma ti viene la malinconia, perché sai che quel paesaggio a causa della disoccupazione i palermitani che sono costretti a partire lo vedono col contagocce le volte che riescono a rientrare.
Tu sei tra quelli. Come rivedere una ex fidanzata, ancora e se possibile, più bella di prima, sapere di averla avuta così come la vedi, ma sapere che ti ha fatto tanto male. E non sei l’unico. Guardi quel promontorio e pensi che non lo stai solo guardando. Stai cercando una spiegazione. Sono anni che la cerchi. La domanda è sempre quella: “come hai potuto permettere che ci facessero così male?”.
Ma anche “come hai lasciato che gli facessero così male”. Paolo Borsellino io amo definirlo un rocker del diritto. Il suo andare spedito, dritto al punto e senza compromessi anche con i prezzi che pagava per sé stesso e per i suoi familiari, aveva il sapore di una canzone aggressiva ma con il male di vivere. Un Rock. 


La musica di chi ha tanta rabbia e tanto passato, come la definisce Enrico Ruggeri. Pagava Paolo e sempre di tasca sua. Una figlia che si ammalò di anoressia psicogena, malattia che spesso viene a chi non ha un buon rapporto col genitore, a lei venne per troppo amore verso quel padre che vedeva la mattina e poi iniziava a pregare di vederlo rientrare la sera. Paolo insieme a Giovanni Falcone, furono la spina dorsale di una primavera per Palermo, la speranza di veder sconfitta la mafia e chissà, esageriamo di rifarci il bagno tutti anche dove adesso non si può più. Amava Palermo Paolo, ma aveva imparato ad amarla con cura e calma. Un amore paziente, ma non sempre corrisposto.
Chissà se Paolo si sarà mai trovato a osservare quel promontorio da un punto privilegiato. Per coglierne appieno la bellezza devi metterti a guardarlo da oriente verso occidente. Tanto da cogliere le navi che entrano in porto e l’attività frenetica (frenetica? In effetti “frenetico” e “palermitano” non vengono mai citati insieme..) della città. Magari da un balcone di un palazzo a ridosso del lungomare, verso un quartiere che viene denominato Romagnolo, a ridosso dei vecchi “bagni Virzì” un tempo meta della borghesia liberty.

Quel giorno affacciato al balcone a godermi un paesaggio che conoscevo a memoria. Non sapevo ancora che per lavoro avrei dovuto lasciare la mia ondivaga e contraddittoria città. Non sapevo quanto avrei dato per affacciarmi ancora con la stessa indolenza da quel balcone, del palazzo dove abitava mia zia. Non avevo voglia di andare al mare, dopo mangiato avevo fatto finta di studiare per un esame. Poi mi ero messo a guardare.
Pensavo che dopo l’atrocità dell’attentato a Falcone nulla sarebbe stato mai più lo stesso, pensavo fosse il limite. Volgo lo sguardo distratto verso il porto poi verso il mare a destra, vedo una nave da crociera che sta per entrare, mi volto nuovamente verso il porto. Un botto sordo, uno solo. Una colonna di fumo, a occhio da sopra il porto. In linea d’aria zona pendici Monte Pellegrino. “e questo?” – chiedo a mia zia indicando ancora con perplessità la colonna di fumo che si alza – “staranno salutando la nave che entra in porto, con i fuochi d’artificio..” risponde lei affaccendata. La mia frase la ricordo ancora, da quel 19 luglio 1992 mi sovviene ogni volta che guardo quel promontorio che non vedo mai più con la stessa indolenza. “non si saluta una nave con un botto solo”. Con un botto solo si dice addio a un giudice, morto in Via d’Amelio, martire con martiri a sua scorta, per cui non ci si affaccia più con la stessa indolenza, da allora. 
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