Chissà se lo sapevi





Hai sempre amato le immagini, hai sempre parlato con esse. L’inconscio ti ha guidato verso la forma di comunicazione più rapida. L’occhio. La maggior parte di quello che diciamo lo diciamo col corpo. Comunicazione non verbale.

Forse tra le tue foto ci saranno panorami, volti, matrimoni e battesimi, tanti, troppi forse il tuo nome verrà per sempre accostato a loro. Non si può prescindere.
C’è chi odia le foto perché odia il passato, ma poi si pente di non aver congelato in pellicola qualche momento determinante. Quel giorno però ti sono stati tutti grati. Non c’era modo migliore per ricordare.
I primi tempi che venne inventata la macchina fotografica c’erano gli ingenui e i superstiziosi che credevano che rubasse l’anima. Follia. Anzi no. Verità. Perché poi quando qualcuno non c’è più guardarlo in foto dà una certa inquietudine, mista a malinconia se al de cuius gli volevi bene, rabbia se non ti ha citato nel suo testamento. Ma in quella immagine ti sembra vivo. Quasi pretenderesti che una volta scomparso per magia sparisse anche dagli album di famiglia. Invece è lì ritratto in un attimo che prima sembrava futile e dopo invece ti fermi anche a pensare, cercare di carpire se già in quello sguardo c’era una previsione, un pensiero. 


Come quando ripensi alle frasi che ha detto magari il giorno prima di andarsene e qualcuno, spesso la grassona vestita a lutto che manco era nel tuo albero genealogico ma spunta a ogni funerale con una frase strausata, degna della pantomima in cui a volte si trasformano le esequie ti dice: “miii, pareva quasi che se lo sentivaaaa! Miiischiinooo!!”.
In quella foto non c’è anima rubata, non c’è mischino, o mischini, anzi. Chi l’ha ritagliata, chi l’ha incorniciata, chi l’ha ridotta brandelli sterminata dentro un portafoglio perennemente portato nella tasca dei jeans, a dispregio della sicurezza ostentata da tuo padre: “ a tenerlo così il portafogli vedi che in autobus te lo sucano!!” ( a mantenerlo in tal guisa ti faccio gentilmente notare che rischi sottrazione della custodia dei tuoi averi non appena accedi a intraprendere percorso tramite mezzo pubblico”).
A distanza di tempo ci sono sorrisi e affetto, amore, per quel gesto scherzoso e allegro, ancora più amore e dolcezza se si pensa che stemperava lo squallore di cui volevano circondarli, annulla va e profumava di botto la merda di cui volevano ricoprirli.
Non erano confidenze strane, non erano volgarità. Non si sa nemmeno cos’era, quello che si dicevano, ma la tenerezza arriva prima e incornicia quel momento che parla di amicizia fraterna e capacità di ridere anche con la disgrazia più grave a inseguirli con amici che prima di loro hanno ormai smorzato quel sorriso.
Non era chissà quale cerimonia ufficiale o istituzionale. Era una cena elettorale. Uno arrivò che l’altro era già seduto. E tu sei stato così abile da volgere lo sguardo in quel momento. Col tuo congelatore vestito da macchina fotografica.


Quel 20 luglio, dopo l'eccidio di via D'Amelio, fu quasi spontaneo mettere quella foto, la tua foto. Quella dove Falcone e Borsellino sorridono e forse sì, un po’ di anima in quella foto l’hai rubata. Impressiona, è proprio il caso di dirlo, che gli abbia carpito proprio la parte di anima più pura anche da adulti. Sembrano due bimbi che l’hanno fatta grossa, due compagnucci cui uno sta dicendo all’altro “ho rotto il vetro della signora di fronte con la fionda”. Due monelli. Come da piccoli alla Magione.

Eh si, nessun’altra foto né il 23 maggio, né il 19 luglio. Poco importa poi che proprio ai funerali di Paolo Borsellino ti sia trovato in mezzo all’esempio più squallido che i palermitani squallidi sanno offrire. Volevi fotografare i funerali e come altri reporter e cameraman avevi chiesto a vari inquilini dei palazzi di fronte alla chiesa di farti affacciare al balcone. Vi hanno chiesto di pagare e hanno intavolato vere e proprie trattative per metri quadri di balcone che sarebbero valsi un tappo di bottiglia bucato il giorno dopo. A volte anche tre milioni delle vecchie lire al metro quadro. Manco una casa di lusso. Magari ti amareggia  che ti abbiano promesso per quella foto, LA foto di devolvere tutto in beneficenza quando avessero venduto magliette e gadget e il tizio che te lo ha garantito poi non si sia più fatto vedere. Senti quel retrogusto di caduta di stile, che fa venire un piccolo conato. 
Ma non pensarci. Pensa che non hai incorniciato per sempre il 23 maggio o il 19 luglio. Tu con quello scatto lo hai fotografato e fatto finire in lenzuoli con frasi come "non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe". Non è poco. È tutto per chi deve spiegarlo a più giovani e parte proprio da lì.




Tony Gentile oggi è staff-photografer dell’agenzia Reuters, vive a Roma e torna a Palermo solo per brevi periodi di vacanza.
http://beneficiodinventario.blogspot.it/p/tutele-di-legge-creative-commons.html 

   

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