Ingratitudine




Guarda ancora una volta intorno a se, la stanza vuota, gli armadietti aperti. Pensa che da questa parte del sotterraneo non ci veniva da tanto tempo. Lo spogliatoio degli ospiti. Il nuovo mister si è congratulato con lui. Ha retto bene la tensione, prima partita da ex immediata come una sberla, neanche il tempo di fare le valigie con altre destinazioni. Sorteggio beffardo dei gironi di Champions. 
Il suo vecchio club ha provato in tutti i modi a non farlo andare via. Utilitarista, mercenario, egoista. Le parole più gentili di questi giorni pre-gara, fischi e indifferenza il minimo che ha avuto dal pubblico questa sera. Gli ex compagni non lo hanno mai amato, quando è andato via non hanno fatto una piega. Qualcuno magari si è pure scocciato di non aver potuto bussare a denari tanto quanto lui dal Presidente. Un cigno, occupatissimo ad auto compiacersi, ma dotato di un talento arpionante. 
Alto ma non impacciato, forte ma non irruento, devastante sotto porta ma non come ti aspetteresti da uno così. Non con colpi di pura potenza, ma con talento, movenze serpentine. Un boa constrictor con la grazia di una gazzella. Uccide ma con classe. Prende la borsa, -“andiamo”- dice a se stesso in una lingua nuova che ha già imparato. Si ferma un attimo davanti alla porta, la sua ex squadra sta passando davanti allo spogliatoio e lui non vuole incontrarla. Non vuole rivedere, né fare false effusioni con nessuno. 
Anche in campo non si sono parlati, a un certo punto lui è franato sul portiere che non ha fatto una piega, lo ha solo guardato rialzandosi e ha fatto ripartire l’azione. Tutto lineare, tutto logico. Tutto fa parte del personaggio e del copione di una passione mai sbocciata a dispetto dei ripetuti successi. C’è qualcosa che balena in mente a qualcuno di noi, seduto a guardare la partita in TV. In un angolo sperduto del cuore di chi ama il calcio. Nelle viscere di chi pensa che una poesia minore possa ancora essere scritta in un prato verde come foglio con una palla per penna. 
Per chi pensa che sua maestà Baggio Roberto Primo non ha eredi ma al massimo successori, per chi pensa che Dio abbia spruzzato il suo copyright sui miracoli sul piede di Diego Armando, ma si sia dimenticato di dargli la felicità di una vita serena, chi non ha visto giocare George Best, ma bastano i racconti di chi c’era. Chi osserva spera che almeno uno di questi “poeti minori” ricami almeno un verso simile al Sommo re, al Giuda più volte perdonato, al quinto Beatle, una pennellata, un tratto se non uguale, rimembrante. 
Per chi non guarda la Juve quando non gioca Alessandro Del Piero, altro artista della corrente dei Veristi, pratico ma bello a vedersi, lo vorresti sempre in campo con la sua buccia da bravo ragazzo, che quando ripassa da quella mattonella del campo famosa, speri sempre che ritiri fuori quella poesia in rima all’incrocio dei pali che tanto bene gli veniva in gioventù, che chi lo ha visto giocare crescendoci accanto ha pianto con lui, in una partita insignficante in cui però lui segnò un gol che era tutto per il padre appena morto, con una serpentina impossibile, che non farà mai più, perchè non è stato lui a farla, era posseduto dall’entità della magia pallonara. 
Il sommo Baggio, invece era un impressionista, infatti vederlo giocare faceva impressione. Te lo stampavi in mente e non dormivi più. Per chi vede un Dio senza logica perdersi nei campi tra il gel dell’ultimo divo in calzoncini e le superfighe che aspettano fuori. Maradona era un artista action painting, un Pollock, potevi avere canoni di arte classica, ma a vederlo giocare non potevi non applaudire. Si dice che per fare colpo sullo scrittore Osvaldo Soriano che faceva finta di ignorarlo a una serata si mise a palleggiare con una arancia. 

Era qualche giorno dopo la "mano de Dios" all'Inghilterra. alla fine del palleggio disse: "quante volte ho toccato con la mano?", "nessuna!" rispose la folla meravigliata, "no, invece" - disse Diego- "una volta, ma l'arbitro non l'ha visto..".
Quel Dio che in mezzo a tutto questo continua a cercare un senso anche se tutto questo un senso non ce l’ha, e scusi Vasco per esserci appropriati di sue melodie. Per tutti questi, per cui anche questi muri di queste stanze di questi spogliatoi di questo stadio hanno e pulsano leggenda sudore lacrime e gioie, oggi potrebbe non essere successo nulla. Ma nel loro intimo pensare, ognuno di loro ha sorriso, pensando che quel gigante avido e utilitarista e mercenario e egoista, quel gol lo ha sbagliato per un attimo di tachicardia, per un soffio di miocardio anomalo e nuovo al suo stesso sentire i propri battiti. 
Davanti al suo ex compagno, nel suo ex stadio, con tutto quanto che sapeva di ex troppo presto, come se ti lasciassi con la fidanzata e troppo presto la rivedessi uscire in comitiva, la tua comitiva di tuoi amici, ma in compagnia del suo nuovo ganzo. Tutto questo “ex” era troppo anche per il suo cuore di titanio, resistente a tutto tranne che alla gloria sempiterna per sé e agli sghei. 
Quel soffio in più ha accelerato tutto, ha creato la poesia del gesto scomposto, la fallacità della punta implacabile. L’errore impercettibile. Il killer si è commosso ma non voleva, la lacrima gli ha rigato quell’attimo di pupilla che ha annebbiato la mira. Ha sbagliato. Ma in mezzo alla concitazione nessuno se ne è accorto. Nessuno gli ha regalato quel barlume di sentimento che tanto lui stesso non vorrebbe, non comprerebbe nemmeno a prezzo stracciato. Forse chi spera un angolo di poesia da vecchio film italiano come non ne fanno più, lo ha anche visto ridacchiare dopo aver sbagliato in quel modo, sparando altissimo e stortissimo davanti alla porta e con un pallone di contro balzo a cui erano spuntate anche le braccia per quanto stesse freneticamente indicando l’angolino imprendibile dove voleva essere mandato, mentre il suo ex pubblico fischiava, i suoi ex compagni, tiravano un sospiro che faceva arrivare i polmoni alle ginocchia e ringraziavano il dio del culo e del pericolo scampato, i suoi compagni della nuova squadra stellare, mettevano le mani tra i capelli e lo guardavano torvo. 

A molti è sembrato fosse felice, forse a guardare meglio non rideva, forse era una contrazione granguignolesca da fatica, quella che esibiva nel suo faccione non bellissimo. Non ce l’avrebbe fatta a fare bottino pieno dove poco prima abitava. 
Non li, non in quel modo. C’è tempo per uccidere, c’è tempo per azzannare una preda che comunque, per stagione e condizioni climatiche deve ripassare davanti a lui. Stavolta a casa sua. La sua nuova casa. Va bene così. Prende la borsa, incrocia per caso il suo ex portiere, si guardano, lui recupera uno sguardo da far west, un Clint Eastwood che ha sbagliato mira e non ha centrato il suo bersaglio vicinissimo. Il portiere ricambia con l’aria di chi gli avrebbe fermato anche il sistema solare se lui glielo avesse scagliato contro. Entrambi ripongono in un angolo quell’attimo di poesia, forse nata da muscoli involontari, come il cuore. Un errore non voluto, ma casuale, incastrato in un momento a cui già non pensa più nessuno. 

La nuova poesia del calcio è così. Minimalista. Devi coglierne il significato immediato e pregnante, o altrimenti continuare a guardare come se niente fosse. Si ricompone, affibbia la giacca della tuta e va via. La stagione è ancora lunga, lui vuole essere fuori di li al più presto. 

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