Periodo ipotetico palermitano






La saggezza del popolo non è quella degli dei, meno male. Il popolo ha inventato il proverbio “del senno di poi, son piene le fosse”. Se avessimo pensato prima quanto avrebbe fatto male, forse non ti avremmo lasciato andare. Che tu sia un amore, una vita, un amico o il magistrato che faceva una vita blindata anche per noi.

Se avessi. Anzi come si dice in palermitano “che avrei”. Il periodo ipotetico espresso dal palermitanazzo Ncarcato (palermitano purosangue) si avvale non della particella “se” seguita dal congiuntivo, ma dal “che” seguito dal condizionale. Che avrei, che vorrei, che farei. Ma anche dall’imperfetto.

Che io sapevo che faceva così male non lo facevo. Calogero questo pensava riverso sul lettino del pronto soccorso. Quel giorno era andato al mare, con un amico. A maggio a Palermo è estate inoltrata. “amuninni a fari u bagnu” fa l’amico. Calogero accetta l’offerta. Lungomare di Capaci. Non c’è tanta gente, ma quello che più conta è che non c’è sticchio. Ovvero femmine da abbordare. Magari quelle sofisticate, che Calogero a volte lo sdegnano perché è “tascio” e viene da un quartiere povero, a volte lo mettono in mezzo. Magari lui va in spiaggia, riesce a parlare con una di queste femmine tutte tischi toschi, tutte raffinate che parlano con la “a” aperta, che dicono continuamente “cioà” per dire cioè. Che studiano all’università e con lui non solo non costruirebbero un futuro, ma forse nemmeno un minuto di vita insieme. Eppure Calogero poi parla, si apre e le femmine lo stimano. Anche quelle con la “a” aperta, che hanno abbronzature al confine col melanoma e che fanno l’Happy hour alla Cuba, locale alla moda di Palermo. Lui veste male e parla peggio. 

Due parole in croce in italiano costituiscono lo stesso sforzo intellettivo del padre Dante per la divina commedia. Ma è serio, il padre lo ha sempre tenuto lontano da certe amicizie che alla Zisa o fai o ti fai. Specie se da quel quartiere ci esci solo se laureato, carcerato o defunto. Lui vuole riuscire a vivere senza laurearsi carcerarsi o defungersi, o come minchia si dice.

Ma sticchio niente quel giorno. L’amico di Calogero prima o poi fa una brutta fine, “un l’a praticari a dù curnutu” dice il papà di Calogero, “anzi, da domani vieni con me al cantiere, così ti metto a lavorare seriamente”. E domani è domani. 24 maggio 1992, ma è domenica, pensa Calogero, allora pensa che a lavorare ci andrà lunedì, a spaccarsi la schiena per sempre, ma domani è domenica e allora domani magari sul lungomare di Capaci c’è sticchio. È vacanza ancora per un giorno.

L’amico vede un tettuccio di lamiera. Abbandonato sulla sabbia. Probabile reperto di vecchie mangiate a sfunnarisi con pasta al forno, crasto, e quant’altro di qualche famiglia numerosa palermitana, dotata di figli sedicenni che a forza di crossare col motorino hanno la ruota di dietro lisa e quella davanti intonsa. Probabilmente il tettuccio era usato come copertura del sole, capanna improvvisata, segno di dominio territoriale del nucleo familiare.
“mettiamolo a mare, vediamo se galleggia”, meglio che arrostirsi le corna al sole, pensa Calogero. Galleggia. Sembra una zattera ondulata. E grigia. E arrugginita.

“Ci salgo, anzi ci acchiano” spontaneo correggere in palermitano anche il pensiero, l’amico sale, lui no. perché un’onda gli manda contro la lamiera. Sbatte contro il ginocchio. Non fa male, Calogero è tranquillo, per fortuna non è nulla, anzi no, sente dolore, come un calcio in pieno ginocchio, anzi no cede la gamba, l’acqua è blu di solito, perché è rossa, no, non alzare il ginocchio, lo alzi. 
Lacerato. Si vede l’osso, spunta bianco da un ammasso di carne che sembravano essere i pochi muscoli delle tue gambe magre. Fa male, Calogero urla.

Si sveglia all’ospedale, fasciato male. Nessuno per ore lo ha degnato di attenzione. C’è un silenzio asettico. Si volta, il padre e la madre sospirano di sollievo, ma non sono contenti.
“scusa papà”, la voce non è quella di un sedicenne, ha cinque anni e voglia di coccole in quel momento, l’amico probabilmente lo ha lasciato lì quando è svenuto, se ha chiamato qualcuno a soccorrerlo è già troppo.
“non è niente”, piange, piange disperato. Si appoggia alla finestra e ripiange.
“papà sto bene”, italiano perfetto, inflessione invidiabile, il tascio è morto e fa posto a un ragazzo senza difese e atteggiamenti.
“io ci credevo, io ci speravo, che almeno lui ci liberasse da questa merda, ora non c’è più”
Calogero non capisce. Interviene la madre. Verso le 5 del pomeriggio lui era stato portato svenuto al pronto soccorso. La ferita era grave, l’hanno cicatrizzata per operare. Ricostruzione dei tendini, sfasciati.

Ma mentre i dottori si accingevano a operare Calogero, l’ospedale è stato un inferno. Lo hanno addormentato e sono scappati via.
“perché?” Calogero non sente più il dolore alla gamba.
“hanno ucciso Giovanni Falcone, proprio a Capaci, da dove venivi tu, un’ora dopo”. Lo hanno portato qui ancora vivo, ma..

Gli raccontano tutto, la bomba, il caos, un momento di storia in cui lui dormiva. Il padre gli sembra all’improvviso senza più i suoi muscoli abbronzati da sole di cantiere, è sgonfio, ecco la parola, sgonfio. , Calogero aveva sentito tante volte il nome di questo magistrato, la speranza delle persone oneste, come suo padre che per non piegarsi alle logiche mafiose fa la fame con lavoretti occasionali. 






Guarda fuori, nemmeno pensa alla ferita, si rende conto che nel suo sangue, qualcosa il padre aveva versato nel corso del tempo, parlandogli di chi da solo lottava contro la mafia.

Adesso sente che fa male qualcosa. La stessa sensazione della ferita al ginocchio, ma è più su. Con la stessa dinamica, agisce e penetra. È sul petto. Pensa a Giovanni Falcone, a quel sorriso che tante volte suo padre gli aveva mostrato e lui aveva guardato con noncuranza. Sufficienza. Non fa ancora male. Anzi no, fa male, malissimo, fa piangere.

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