Nostalgie e gatti randagi


La nostalgia è come un adorabile dispettoso gatto, ti si può avvicinare in maniera aggraziata guardandoti e strusciandosi incuriosito, può piombarti addosso e graffiare da far male. Che devi proteggerti gola e occhi.

In ogni caso colpisce. Non ascoltavo assiduamente le canzoni di Lucio Dalla, ma la bravura di un poeta è diabolica. Puoi non essere un suo appassionato devoto, ma prima o poi qualcosa di suo si aggrapperà con le unghie al tuo cuore e lo farà sanguinare.

La morte di Lucio Dalla mi ha colto in macchina, di ritorno a casa, con una delle canzoni più amate da mio padre, 4 marzo ’43. Messa dalla radio per annunciarne l'improvvisa notizia.


Mio padre amava Lucio Dalla e mi fece conoscere una delle canzoni che come diceva lui “lo facevano respirare”, Itaca, fu la prima che mi fece sentire, una delle sue preferite. Amava le canzoni che gli davano la sensazione di sale sulla pelle, di blu da overdose marittima. Dove c’era mare i suoi occhi si perdevano e il suo fisico stanco ritrovava agilità. Tornai al ricordo più fresco. 

Eravamo a Favignana, novembre pieno, stavamo su una barca affittata da un pescatore con altri amici, parenti e fidanzate. Fu un’occhiata rapida, ci tuffammo entrambi e l’acqua era bellissima. Diventammo sordi agli improperi di chi ci diceva che ci saremmo buscati un malanno. Entrambi risalendo confessammo di aver pensato all’unisono alla canzone di Lucio che parlava di Ulisse. “forse come lui abbiamo sentito le sirene che ci chiamavano e ci siamo tuffati” mi disse poi in macchina da soli, in confidenza telegrafica, il suo stile di intimità preferito. 



Qualche mese dopo papà si sarebbe ammalato per non tornare più.
Il migliore amico di mio papà ha litigato per sempre con “l’anno che verrà”. Ovviamente litigato in senso buono. Non riesce più a sentirla senza incavolarsi. Mio padre gli manca come manca una gamba o un braccio. Hanno diviso fame e passato, lotte e sogni infranti. Ma soprattutto gli anni di piombo descritti da quella canzone lottando per ideologie in cui credevano davvero. Vivevano lontani, ma non c’era festa comandata che non passassimo insieme tutti quanti. E quella canzone li avvicinava in quel maledetto gioco che tiene distanti e si chiama esistenza.



L’anno che verrà l’ho sentita fino a consumarla nel cd, dopo la morte di mio padre.



Cara nostalgia, stavolta sei arrivata di soppiatto e hai squarciato la pelle, portandoti via un pezzo di poesia profonda piccolo di statura ma gigante nell’anima, che pubblicamente piangeremo con dolore, ma in privato farà davvero, tanto ancora più male, ma in maniera dolce. Come un graffio di gatto dispettoso ma amato, all’altezza del petto. 


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