Gli abiti che son solito portare





Sono entrato con l’occhiata che ho evitato del mercante. La certezza che mi volesse inconsciamente dissuadere. Il suo dirmi senza dirmi “che cazzo vieni a fare in un negozio di un luogo turistico buono per l’estate?”.
Già, che cazzo ci vengo a fare. Col mio talento di arrivare lungo e non avere mai buona la battuta. I posti di mare alla moda sono come le mie frasi ormai fuori posto. Se ti dicono imbecille o rispondi subito, o inutile telefonare il giorno dopo e dire, “comunque guarda che…”
- io lo so perchè lei è qui
- meno male, perchè io invece non lo so perchè sono qui, a dar retta agli scienziati per un seme che fa casino dentro un uovo, a dar retta ai preti un dono del cielo, io credo che sia solo una gran botta di culo, che ogni giorno va appiccicata a stento sulla pagina del mondo.
- filosofo?
- peggio, scrittore
- lo so altrimenti non sarebbe qui, i suoi lettori mi avevano avvertito della sua venuta-
- ah i miei lettori sanno sempre quando vengo?, tocca migliorare i tempi dei miei orgasmi-
- lei non si fida di me vero?
- mi scusi, ma lei ha proprio l’aria di un mercante arabo nato per trattare sul prezzo e truffare rifilando merce scadente. Ma lasciando la piacevole sensazione che si è fatto un affare. E siamo contenti tutti. Che cosa fa veramente nella vita?-
- faccio il mercante arabo nato per , eccetera eccetera.
- bene, almeno è sincero
- vuole vedere la mia merce scadente?
- non posso deludere chi mi ha mandato qui
- allora mi segua
Se l’ingresso prometteva male, entrando mi sembra di essere stato inghiottito da un pesce con la dissenteria. Una puzza indefinibile che cerca di essere tenuta a bada da stecche di incenso che stanno per alzare bandiera bianca. Ammesso che di incenso si tratti.
- ha già in mente qualcosa?
- sinceramente in questo momento stavo pensando alla canzone “che bella gente”
- ah Simone Cristicchi
- no Giorgio Gaber, lo squallore sociale che descrive è lo stesso, ma il ritratto che fa Gaber è di una borghesia impietosa che impedisce il matrimonio tra due ragazzi perchè il pretendente è un poveraccio, la canzone dice “ce l’hanno su con me, mi danno del pezzente, mi danno del barbone, eh già per quella gente è meglio un delinquente ma con la posizione, anche se la figlia sembra differente, è nata ed è cresciuta in quell’ambiente”
- interessante, autobiografica?
- ma non l’ho scritta io
- non importa, quando si scrive è come respirare, l’arte che promana è di tutti, tutti ne possono essere proprietari
Ci mancava il mercante arabo comunista e proletario. Magari ora mi parla dell’esproprio delle idee.
Comunque veniamo a noi, lei è qui per dei vestiti che non sa se è il caso di indossare. Perchè lei è arrabbiato col mondo, è disfatto dal mondo
- Se proprio dobbiamo essere sinceri non è il mondo di per sé a far male, ma la mancanza di filtro tra noi e lui, la nostra totale interdizione a prendere la giusta distanza, tra quello che soffriamo perchè sgorga da noi e quello che porta in dote il giorno, sia esso di pietra pesante o preziosa. La mappa delle esistenze altrui mi ha sempre guidato, ho scritto a volte per congelare inferni e ravvivare paradisi altrui, questa voglia non va mai in overdose. Non mi appartiene il disincanto, facente parte di quello strato di pelle che impedisce di sapere se abbiamo freddo o caldo, tra i silenzi so distinguere il suono, di alcuni ne apprezzo la melodia, di altri vorrei, da domani, non sentire il gracchiare, nemmeno lontano.
- ha girato altri negozi prima di venire qui, ma non si è fermato
- diciamo meglio, ho girato altre realtà, meno travisanti di questa
- travisarsi è proprio dello scrivere, anche del suo scrivere, lei inventa storie per non dire veramente chi è, lo rilascia a piccole dosi nelle sue canzoni, pardon storie.
- perchè ha detto canzoni? Perchè ha parlato di musica?
- perchè mi sembra che le manchi qualcosa, mi sembra che lei abbia scelto di vivere nelle vicinanze di melodie, ma non le vede, non le scorge, è come parla, sembra che metta rock in quello che dice.
- la verità è che volevo scavare tra caverne di memoria, se vale la pena fare una storia, ma non la volevo in rima, questa poesia involontaria la smetto quanto prima-
- bel tentativo di virtuosismo, ma alla fine mi sembra che lei sia entrato in questo negozio perchè vuole nuovi vestiti, perchè?
-perchè c’è sempre qualcuno che non è contento di quello che indosso, vede questa giacca verde? A me piace
- anche a me, le dà un’aria maledetta
- appunto, non va bene, io sono padre, scrivo da padre, dovrei confortare chi trova le mie righe
- ultimamente nessuna riga conforta, forse solo quelle da sniffare, ma dura poco, lei non ha paura di creare assuefazione nei suoi lettori?
- mi piacerebbe di no, mi piacerebbe lasciarli con il sapore dell’incompiuto, dell’avere qualcosa da dire oltre, qualcosa che “facciamo che un’altra volta ne parliamo”
-per fare quello che dice lei credo che la sua giacca le serva, è di colore adatto all’attesa retroattiva che vorrebbe creare. Io non capisco davvero che cosa si è spezzato dentro il suo filo narrativo per venire qui a cambiarsi d’abito.
meglio essere Peter Parker, con la giacca Verde..
- mi hanno detto che scrivere e sputtanarsi non è sufficiente, ci vuole impegno sociale, io credevo che già la parola, dire quello che non va bene, anche mettendo il naso da pagliaccio, fosse abbastanza per esprimere disagio senza autoincensarsi. Mi hanno detto che devo fare la gavetta, rispettare i grandi, ma i grandi spesso te lo dicono loro che sono grandi, se non te lo dicessero ad alta voce li vedresti? Mi hanno detto “siamo colleghi, facciamo la fame insieme?”, li ho fatti entrare in casa mia, per dividere il pane della mia piccola dispensa e per inghiottire con loro i grammi della loro tristezza, del loro disappunto, per diluire la veste nera del loro futuro con dei colori che mi erano rimasti da usare, colori belli, vivi. Si sono portati via i colori, il pane, la tristezza avariata, accusandomi di non averli aiutati. Salvo scoprire che cercavano solo le mappe della mia casualità. Del mio modo di sopravvivere scrivendo, sperando che orientassero anche loro. Potevano chiedermele. Potevo insegnare loro a leggerle, le hanno strappate, se non le capivano loro non avrei dovuto averle nemmeno io. Mi hanno chiesto di raccontare le vite, alcune ho dovuto comprimerle in un racconto, ma ci stavano a fatica, altre ho dovuto metterle su un trampolino tanto non decollavano. Mi dicevano di metterci la faccia, io poi la lasciavo lì, insieme a tutto il resto, la mia faccia stava ancora in guerra mentre loro si erano già seduti per pranzare.
- ho capito
- ha capito?
- ha sbagliato negozio
-si?
- non le servono vestiti nuovi, le serve una stilografica, lei vive nelle storie, a volte va alla deriva, fino alle tristezze, fino alle miserie, fino ai falsi amici, a chi l’ha solo sfruttata per poi togliere il disturbo. Ma alle volte la corrente cambia e approda nelle case dei vecchi amici, delle persone che ha sempre amato, fino a andare a fondo, a lei piace tuffarsi in apnea. L’amore più profondo lei lo cerca, ma non riesce a tenerlo forte, le scappa, le manca il respiro. Deve risalire e perde l’orientamento.
- lei è un mercante in controtendenza, non mi vende nulla?
- le regalo qualcosa invece
-cosa?
- lei sa cosa è una stilografica?
- una penna?
-mi fa specie lo dica lei che è uno scrittore, questa è una barca
-una barca?
-si, la vedo adatta a lei, c’è chi usa la biro, ma è per andare veloci e senza osservare con troppa meticolosità come i motoscafi, chi usa la matita perchè teme errori e cammina piano come i pescherecci, lei ha bisogno di raccontare con la stilo, che è una barca piccola ma non veloce, fluida ma non untuosa. Le sue storie devono pennellare ma senza perdersi troppo nel fondo.
- e i miei vestiti?
- li tenga, nessuno vorrebbe essere nei suoi panni, ma tanti vorrebbero una giacca come la sua, che esprime il suo tormento, torni a trovarmi.
- come posso sdebitarmi?
- scrivendomi qualcosa con la sua penna nuova, vorrei metterlo magari su qualche maglietta da vendere a chi capisce davvero di anime.
- credo che l’unico che capisca davvero di anime è il diavolo, ma le scrivo qualcosa, mi prometta che lo interpreta come un grazie e che lo leggerà appena sarò andato via da qui
- lo prometto
Vado via, con tutto l’affetto e con la mia barca pronta a galleggiare nell’inchiostro delle mie storie, con l’incipit che ho scritto a un mercante abile a non vendere altro che noi a noi stessi,
mi avete chiesto cosa sono  non ho risposto ma ho guardato la mia pelle, era scura per una volta i miei sogni torneranno abbronzati e dell'odore di una città che amo. Ho chiesto io a voi dove eravate poi ho guardato, eravate all'ombra, che a me ricorda tanto buio d'anima, intenti a tessere le vostre etichette, pronti ad appiccicarmele. Eravate all'ombra, ma a me sembrava buio. D'anima…

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