Trasi - meno




La guardò un’altra volta, con la convinzione che la carta taglia. La carta con immagini taglia ancora più a fondo, lacera tendini, arriva alle vene e le contamina. Forse da questa carta deriva sangue amaro. Il sangue della mancanza. Il sangue versato. Il sangue che manca.
Non guardare mai più una foto del suo passato. Se lo imporrà da ora in poi.
Se queste foto sono detonatori. Perchè una composizione visiva scatena altro? Odori, pelledoca, vita che non fa giri, anzi tira dritta, va avanti, ti semina. Non ti lascia indietro, ti lascia e basta.
Questa foto lo lasciava.
Erano tempi. Già questo sa di un passato che a volte dubitava di aver mai vissuto. Quando arriva la coscienza di ciò che non c’è più mette casa. Ma fa male. Fanno male le fondamenta della rassegnazione.
Fanno male ancor di più le radici. Non è nemmeno nostalgia, è botanica. Più affondano e meno si strappano facilmente.
E meno mettono confini.
Sembra un mondo dai colori netti. Sempre più sbiaditi. Ma bisogna correre ogni giorno e in fretta nella casa di ciò che è giusto e non entrare in ciò che è sbagliato.
Abbiamo bisogno di cattivi per sentirci buoni.
Di gridare per affermare il nostro pensiero, di mostri da esecrare.
Lui in quella foto vedeva tutti i suoi tormenti. La mancanza di quella linea netta di cui troppe anime sembrano sentire la necessità.
Era nato in un quartiere degradato, malfamato. Non uno di quei quartieri-bene di Palermo.
Quei quartieri dove i contorni sono sbiaditi dall’edulcorante peggiore e più saporito che esista. L’amicizia.
L’amicizia sbiadisce tutto, specie da bimbi. Ha importanza nel fare le squadre per una partita che soldi ha tuo padre? Da dove gli provengono?
No, ha importanza che tu sappia saltare l’avversario senza fare carambola al muro, che è da scarsi.
L’amicizia sbiadisce come le foto. Con gli stessi killer. Tempo e quotidianità.
Ma quella foto gli diceva di più. Diceva che il suo sangue era contaminato. Era pieno di quelle immagini. A guardare la data era la Palermo degli anni di piombo, la Palermo dell’attacco alle forze dell’ordine, ai giudici, che impreparati ancora camminavano quasi senza scorta. La mafia li falciava e si falciava. Guerre intestine. Un doppio fronte di guerre intestine. E l’intestino era quello di una città massacrata dalle ulcere di piombo.
E lui aveva pochi anni. Cosa è giusto a pochi anni? Una carezza è giusta, un bimbo possiede un minimo di filtro a scolapasta per secernere il liquido d’amore di un gesto?
Ma non è la foto da sola ad avere importanza, ma chi l’ha fatta. Una persona che adesso lo costringeva a una separazione da sè stesso. Un divorzio siamese. Una spina dorsale da strappare, contare le vertebre giuste dalle malate e rimetterla a posto.
Nel corso degli anni la sua direzione era diventata netta. Aveva sgranato il suo rosario di legalità. Aveva deciso che lo rappresentava il pensiero instillato da suo padre con i silenzi indignati. E con una frase: “ ama chi ha amato questa città fino a darne la vita”. E lui aveva amato. Tanto da chiamare ognuno di loro per nome, da Gaetano a Cesare, Rosario, Pio, Giovanni Paolo, fino agli ultimi che non sono ultimi nè nel cuore nè nella dignità.
Non si sceglie più. Arrivati a un certo punto che tutto non è più un gioco vai dritto, chiudi gli occhi, tanto non sbatti. Ma perdi.
Qualcosa, qualcuno.
Fu un giorno. Era iscritto da poco a giurisprudenza. Si spiegava tante cose, ma ancora con occhio infantile. Non si spiegava perchè quell’uomo fosse sempre assente. Tanto quanto da bambino era con lui. Sempre con lui. Non capiva e non sapeva, non aveva mai saputo. Mai saprà.
Ma non capiva perchè la sua assenza fosse di giorni, mesi, anni, e che la risposta fosse “partito per lavoro”. Quanto dura questo lavoro? Perchè non ha mai ferie questo lavoro? Perchè il lavoro porta via e non restituisce mai?
Lo preferiva disoccupato. Lo preferiva nel ruolo che l’albero genealogico gli aveva assegnato nella sua vita.
Da bambini papà è papà, non un uomo che soffre per amore di qualche altra donna, mamma è mamma, non una donna, nonno e nonna, zio, zia, non ne parliamo. Cristallizzati, congelati intorno a te, con le loro certezze di inamovibilità.
Eppure una volta aveva scoperto che non era così. Quando chi pensava solo zio aveva scoperto che aveva una famiglia precedente, che non aveva nulla della stabilità di un uomo sempre presente.
La bellezza delle foto? Il rimbalzo. Ti riportano in un amen dal passato al presente. Il presente è fatto di un ghigno. Adesso è capace di ironizzare su tutto. L’ironia è presenza di malizia. È la deviazione obbligatoria che imponi alla tristezza. È pelo sullo stomaco, anche se ti depili per estetica e da uomo ti sembra strano.
Ironia è ghigno, specie su chi ha entusiasmi puri, chi ha meno anni di te, chi pensa che ci si debba schierare perchè è trendy. Lui non era vissuto in tempi di magliette che recitavano slogan antimafia. Già la parola mafia era impronunciabile, figuriamoci il resto.
Eppure questo movimento eccessivamente disciplinato pur piacendogli lo immalinconiva. Ricordava la pelle d’oca che aveva provato vedendo gente riversarsi nelle strade nel ‘92, per Falcone e Borsellino. Nessuna maglietta aggregante, nessuno slogan studiato contro qualcuno. Solo stanchezza. E limite varcato. Burrone fra le istituzioni e la gente. Che urlava “fuori la mafia dallo stato!”.
Guarda la foto, con la data vergata dietro. Dal ‘92 sono passati vent’anni, la foto è del ‘72, altri vent’anni.
La sua vita, per intero, prima e dopo. Prima.
Prima che tutto diventasse schieramento. Lui cosa era? Si ricorda all’improvviso di una canzone di Enrico Ruggeri, Punk prima di te. Una rivendica rabbiosa ma efficace di essere stato qualcosa, di essere qualcosa senza far parte di qualcosa.
Sono stato punk, prima di te, sono stato sempre contro, figlio della notte quando tu eri con la palla al centro, ho lasciato a jimmy il gioco della lama e qualcuno gliel’ha spinta in fondo, ogni notte sento jimmy che mi chiama, io me lo ricordo bene il piombo..
Perdere gli amici per droga, per vita sbagliata è perdere. Scegliere non avendo alternative non è scegliere.
Ha perso amici, diventati qualcosa di sbagliato, diventati carne da eroina. Diventati manovalanza di un sistema che peggio degli altri non assicura futuro. Ma erano appunto amici.
Erano una parte del corpo. Che andava in cancrena, ma chi ha il coraggio di liberarsi di una parte di sè?
Già, questo lo portava a riflettere con la testa china, in una città come la sua scegliere è privarsi. Scegliere la legalità mai come a Palermo è stato rinunciare. L’onestà è privazione e sacrificio. È non cercare un referente che ti raccomandi per un lavoro. È guardare al domani sperando che questa città non ti cacci.
È sperare in una bellezza non mortifera, concedersi il diritto di amare godendosi un tramonto e non lasciarsi trafiggere dal fatto che domani potresti non vederlo così bello. Perchè da nessuna altra parte per un palermitano il tramonto sarà mai così bello come a casa propria. Perchè a volte questo tramonto è bello anche per chi non lo è di Palermo.
Amare qualcosa che ti impone di rinunciare.
La foto parla, dice proprio questo. Quella foto è stata scattata da una rinuncia. Quella foto appartiene a un periodo in cui ancora non aveva capito. In cui pensare allo zio non gli dava questa netta separazione. Tra un amore quasi filiale e un uomo dalla vita sbagliata.
Un uomo che a un certo punto sparì, per “lavoro”.
Ovvero una lunga pena detentiva. Per un reato che lui non volle mai approfondire, non volle mai sapere perchè suo zio “lavorava” così tanto. Per cose che non volle mai capire. Perchè quando quello che fa male della tua città arriva così vicino, a farti sentire l’alito mefitico,ti giri dall’altra parte.
E mentre guardi altrove pensi. E lui pensò
Che la vera onestà e la vera legalità sono una scelta. Che scegliere è dolore.
Perchè c’è una strada che non viene percorsa.
Pensò che per scegliere lasciava un uomo indietro e gli costava, che scegliere la strada giusta costa di più a chi nella strada sbagliata lascia amici, parenti, persone che mettono mattoncini di assurde vite. Persone che lasci al ciglio polveroso delle trazzere che non vedrai.
Ma non sono scelte di fierezza. Da fare a testa alta. Sono di cuore e ti fanno guardare il petto.
Il suo gemello siamese, quello che era solo il nipote di quello zio rimarrà su quella trazzera, accanto allo zio.
Lo zio che in anni lontani primi anni ‘90, tornò a casa da uno dei suoi “viaggi”.
Convinto di non doverne fare più.
Invece appena tornato gli dissero che ne doveva fare un altro. E lo zio non volle farlo. Perchè quei viaggi altro non erano che condanne, per reati che non volle mai spiegare. Forse per non ferire, forse per proteggere.
Prima di ripartire, una notte prese un pacchetto di sigarette, lui non fumava più, aveva problemi di cuore seri.
Prima di ripartire una notte prese una bottiglia di Jack Daniels, lui non beveva più aveva problemi di cuore seri.
Sembra una ripetizione, ma tenendo in mano quella foto, ricordava che lo zio aveva avuto nella sua vita almeno due infarti.
Lo zio un altro “viaggio” non lo avrebbe fatto.
Lo trovarono il giorno dopo. Collasso cardiaco. In silenzio.
E lui ha scelto. La separazione dei siamesi. Il nipote devoto allo zio, in adorazione per un uomo che gli insegnò a pescare e a pisciarsi sopra un piede se lo mordeva una medusa, che attendeva il suo ritorno a casa prima che venisse il periodo di quei lunghi “viaggi”, che aspettava i giocattoli che gli portava. Che lo chiamava ogni volta che voleva essere difeso da un bullo di quartiere, perchè suo zio nel quartiere diceva che era ‘ntisu (sentito, ascoltato), quel nipote affezionato rimane in braccio allo zio. E tutti e due saranno lontani, ma mai perduti.
L’uomo ha scelto, ha dei riferimenti che affondano in qualcosa di atavico e resistente, che adesso chiamerebbero legalità o “antiqualsiasicosa”. Quella è un’altra strada. Da fare da soli. Da sedersi ogni tanto con una foto di quarant’anni prima.
Una foto in cui si ricorda un quartiere che era periferia estrema della città. Dove avevano costruito i palazzi enormi ma non le strade. Le strade erano fango. Era arrivata prima a speculazione edilizia che non l’urbanizzazione. Brancaccio.
Anni dopo lui dal balcone dello zio avrebbe visto in lontananza la colonna di fumo dell’attentato a Borsellino, e avrebbe sentito il botto. Una visuale bellissima, un mare che inonda gli occhi e il porto di Palermo. Congelati per sempre in quella scena con la colonna di fumo.  
In quella foto lo zio non c’è. Ma c’è una barca. In mezzo alla strada.
Era successo che era piovuto. Forte. Come succedeva spesso il quartiere si era allagato.
E quando si allagava la strada non asfaltata diventava un lago.
Dove si sono depositati i suoi ricordi.
E quelli di uno zio che adorava, perchè era anche un giocherellone.
Dopo la forte pioggia suo zio ebbe un’idea. Portare una barca in mezzo alla strada, scattando una foto in cui dimostrava che la strada era navigabile.
Venne fuori un ricordo indelebile, in cui la strada è un lago con la barca che ci galleggia. E due omini che fanno finta di remare, due amici suoi che reggevano qualsiasi scherzo facesse. Lo chiamano ancora adesso che non c’è più da tanto Gatto Silvestro. Per rendere la comicità che riusciva a emanare.
Guardò la foto prima di metterla via e continuare per la sua strada.
Si ricordò di suo padre. La persona che più di tutti gli insegnò la parola “legalità” prima che venisse usata e inflazionata.
Quando vide quella foto suo padre rise, disse una cosa in palermitano a suo zio.
- il posto dove abiti- disse - è proprio il lago, il lago Trasimeno, nel senso che Meno ci Trasi (meno ci entri, in palermitano) e meglio è - .

Ho trovato quella vecchia cicatrice
Procuratami con una spilla
È finito male chi mi maledice
È durato quanto una scintilla







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