Un orso non ballerà mai bene





Tra poche ore sarà giorno, filtra un taglio di luce che mi dona una pelle d’oca che fa male. Un giorno scrissi per associazione di idee che il condizionale è il tempo che coniuga il fallimento. Avrei potuto, avrei voluto, vorrei, potrei. Qualcosa che si è perso, qualcosa a cui si aspira. Ma nulla che stia per arrivare tra le mani.
Il condizionale è il verbo di chi viene inchiodato alle proprie responsabilità. Di chi si frantuma malamente su un albero e due minuti dopo vorrebbe non fosse successo nulla. Se non mi guardassi da dentro mi troverei ridicolo, da fuori devo apparire come un cartone animato, che si muove a velocità doppia, intento a rimediare a tutto quello che io stesso ho causato.
Invece non è così. Non torna nulla. Le occasioni mancate non sono come il mare, prima o poi se perdo un’onda se ne fa sotto un’altra, le occasioni mancate sono dentro un fiume, passano davanti, si afferrano o scappano, restano a vista per qualche minuto, poi scendono via. Come le persone care che ti amano, le più vicine a te, magari restano attaccate a un tronco, una speranza, una roccia, attendendomi che tendo la mano. Io la mano non l’ho tesa. E la corrente è andata avanti. Lasciandomi a non sapere chi sono e cosa sono adesso.
Proprio adesso che vengo trafitto da un’alba capisco che il dolore dell’irrimediabile è come quello del parto, o quello della morte. In entrambi i casi si perde qualcosa, in entrambi i casi, si stava meglio prima ma non lo si sapeva. L’irrimediabile ti costringe a morire, se hai forza, a rinascere. Ma per quello ci vuole una moneta preziosa e rara che ho svenduto a due lire davanti a ogni mercante di illusioni. 
Tempo, ho venduto tempo. E amore di chi mi amava. Ho ceduto tutto a mercanti di fumo, a false illusioni di grandezza. Ho creduto che mi stessi spogliando seducente di fronte a un desiderio. Invece ero esposto alle mie nudità e apparivo ridicolo. Troppi, parecchi hanno provato a dirlo. Un orso non può ballare bene, se lo accetta sta al mondo con quello che la natura gli ha donato, se non lo accetta, lo attendono ilarità e solitudine. Volevo volare alto, per farlo ho mollato zavorra preziosa. Che non voleva lasciarmi solo. In fondo inconsciamente desideravo quello che ho adesso, quello che non desidero. Non c’è nulla di peggio di un’alba fredda condita da quello che pensavi di desiderare e ora è carta straccia. Desideravo me, la mia affermazione, il mio legittimare la mia esistenza nel mio mondo. Mio, tutto mio, solo mio. Una visione intenta a guardarsi le punte delle scarpe, facendo finta di essere rivolti al mondo.
Una volta un mio allenatore, forse illuso che migliorassi mi disse: “non devi guardare la palla tra i piedi, quella deve far parte di te quando ce l’hai, la senti, col piede, devi guardare la realtà che ti circonda, dove indirizzare pallone e pensiero devi pensare..”
Ho sempre guardato il pallone tra i piedi. Anche nella vita. Ho intercettato le vite altrui perchè so ascoltare. Con le orecchie. Ma non so sentire, non so perdonare le esistenze diverse dalla mia. Non so capire che qualcuno vive una vita diversa e ci sta bene.
Ho condannato nella mia esistenza persone che provavano a guidarmi, solo perchè la loro strada non era a me congeniale. Ho preteso prima di dare, la scena doveva essere perfetta, inappuntabile.
Non ho capito, non ho “sentito”. Ho ascoltato, ma non ci ho messo l’anima. Le parole servono solo a stordire e a tenere buoni per breve tempo. Prima o poi le parole non fanno riscaldamento ,ma a lasciare soli si genera freddo.
Per questo sento freddo adesso, non è inverno, è il freddo che ho dato che mi ritorna indietro.
Fidatevi, le persone che danno consigli, sono quelle che hanno sbagliato tanto.
Ho imparato un termine nuovo nell’arte di dover ricominciare daccapo che sto cercando di fare mia. Resilienza.
Secondo alcuni nuovi studiosi è una capacità di alcuni materiali di adattarsi alle situazioni esterne, estesa all’essere umano, sarebbe la sua capacità di fare in modo che le sconfitte e i fallimenti insegnino qualcosa anche nel peggiore dei momenti.
Dovrei essere resiliente.
Dovrei esserlo e lasciare che il tempo mi faccia voltare indietro.
Ecco un’altra sensazione scomoda, se sto bene, voglio tempo davanti, se devo ricucire ne vorrei tanto alle spalle. Già passato, con tutte le sentenze in giudicato.
Mi piacerebbe un fuso orario magico, di quelli in cui le ore diventano giorni. Così si soffre tre giorni e sono pure tanti per capire tutto.
Ma non è così. L’ennesima alba, la luce, il giorno, le ore sono lì a contarmi i passi.
Adesso ogni giorno è da contare, da adesso.
Vi starete chiedendo chi sono.
Sono quello che ha sbagliato il rigore decisivo della vita, che non è andato all’appuntamento con la donna che amava perchè troppo impegnato, sono il padre che non porta il figlio a giocare e non lo ascolta, perchè deve lavorare ma è convinto di essere un ottimo genitore, sono uno che sta per buttarsi, anzi no, fa un passo indietro e guarda semplicemente l’alba.
Sono l’uomo che non sa dare, che crede di sapere vivere e che il mondo lo circonda di ingiustizie e privazioni, sono chi calpesta il prossimo convinto di ascoltarlo.
Sono colui che pretende attenzione a sè stesso e ai suoi drammi, ma accusa gli altri di egoismo, che si sente una pecora nera ma si isola volontariamente dal gruppo. Sono uno incapace di andare al nocciolo dei rapporti, che preferisce guardare gli ornamenti natalizi piuttosto che la facciata così com’è. Sono pieno di me e delle mie ferite, le confronto con le altre e invece di provare a guarirle ci sputo sopra. Sempre che non mi dedichi a inferire e infliggerle pure io. Ma io..io...io..non voglio essere più così
Sono, sono, tutto quello che ho sempre creduto di non essere.
Sono un orso che non sa ballare, ma non si rassegna e balla lo stesso, convinto che scrosci l’applauso.
Sono un condizionale, quello del fallimento.
In questo momento vorrei rinascere, essere riconcepito, ricrescere, diversamente da così.
In questo momento fare la conta dei morti e feriti accresce le mie croci. La voglia di annullarmi sarebbe la più grande mancanza di rispetto a chi ho ferito
Si può rinascere ovunque, basta provarci, basta volerlo, basta pensare che una seconda possibilità viene concessa a chiunque, anche a chi annulla vite, forse viene data anche a chi ferisce con frasi e atteggiamenti, con un passato che viene sbattuto in faccia ancora essendo putrefatto, ma spacciandolo per presente.
Si può rinascere, la prova è che mi sento umido, basta che mi convinca che questo non è sudore, è liquido amniotico, io posso rivenire al mondo.
Basta fare un passo indietro, scendere da qui e lasciare spazio al sole.
È l’unica sconfitta che fa sorridere, quella del giorno che vince su di me, e ancora una volta nasce. Naturalmente senza forzature, come vorrei fare io.

IO - Niccolò Fabi

Non sarà mica l’ego l’unico nemico vero di questo universo?
Non sarà certo questo piccolo pronome il centro di ogni discorso?

Io che mi sveglio la mattina presto, io
Io che lavoro sempre tutto il giorno, io
Io sono quello che è nei miei panni
Io sono quello che ogni volta paga i danni
Io solo soffro io solo sono stanco
Io solo cerco di calmare il tuo tormento
Io che mia madre non mi ha mai capito
Io che mio padre non l’ho mai stimato
Io
Non sarà mica l’ego l’unico nemico vero di questo universo?
Non sarà certo questo piccolo pronome il centro di ogni discorso?
Tu non capisci la mia situazione
Tu non rispetti la mia condizione
Tu non ti sforzi non mi incoraggi
Non accompagni mai nessuno dei miei viaggi
Io non mi sento mai gratificato
Io non mi sento mai realizzato
Io sono sempre pronto a perdonare
Io sono sempre pronto a rinunciare
Io
Non sarà mica l’ego l’unico nemico vero di questo universo?
Non sarà certo questo piccolo pronome il centro di ogni discorso?
No, non è un mestiere mio
assomigliare a Dio
per quanto bella sia l’idea
si, si chiama egomania
la nuova malattia
di questa società dell’io








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