Le parole che uccidono


“Abbia pazienza ma lei si lamenta e mi parla di mobbing ma alle volte il lavoro se non ce l’ha, lo deve andare a cercare, mi sembra un alibi al fatto che la stanno per licenziare, poi mi scusi capisco il suo curriculum corposo, ma alle volte potrebbe anche pensare a fare un passo indietro". 
“Secondo me lei manca di elasticità e flessibilità, non vuole accettare le nostre condizioni contrattuali, ma c'è la crisi e dobbiamo fare dei tagli, è lei che non vuole venirci incontro dimezzandosi lo stipendio, abbiamo tutti famiglia".
“Il suo curriculum è troppo dettagliato”
“Il suo curriculum è troppo generico”
“Se vuoi essere pagato per la fornitura che mi hai fatto, fammi causa, i soldi li rivedi tra vent’anni, chissà dove sarete allora tu e la tua azienda”
“Non possiamo concedere il prestito, lei non dà abbastanza garanzie, a meno che non abbia qualcosa da ipotecare”
“C’è tra gli imprenditori chi evade le tasse per pagare gli stipendi e c’è chi fa il furbo tanto nessuno lo scopre
“Mi dispiace ma c’è la crisi, non posso assumere”
“per ora non posso pagarla per il suo lavoro, non è un buon momento”
Frasi che ho captato con le mie orecchie, basta andare per strada, parlare con un amico o un conoscente, al massimo due, qualcuno dirà che non ha lavoro o sta per perderlo, frasi che si sarà sentito dire almeno una volta anche chi ultimamente per lavoro si è tolto la vita.
Paolo Rossi cantava di un vecchio comico triestino, Angelo Cecchelin, autore della battuta “non ho mai visto un tornitore, andare a cena con una modella”, io non vedo nemmeno nemmeno Confindustria e Sindacati che si preoccupano per questa triste moda del suicidio lavorativo.
I governanti ci parlano di sacrifici, forse intendono quelli estremi, quasi tribali. Manca solo che ci buttino a turno dentro un vulcano per ingraziarsi gli dei. Siamo alla frutta anzi, i politici lo sono, ma alla frutta intesa come fine pasto, a malapena in molte case si arriva al primo.
Il disoccupato-tipo, prova vergogna per non poter garantire tranquillità e sorrisi alla famiglia. Un licenziato per crisi a volte si sente anche colpevolizzato perchè se perde il lavoro lo fanno anche sentire colpevole, ho perso il mio lavoro anche io e mi hanno fatto sentire così. La frase che mi hanno raccontato di un direttore del personale particolarmente simpatico mentre licenziava un padre di famiglia: “ringrazia Dio che ti abbiamo dato da mangiare finora, visto che non si è capito che ci stai a fare qui”.
Aggiungiamo il gioco di certi sindacalisti che fanno finta di litigare con i dirigenti delle aziende prendendoli a male parole, salvo essersi accordati sottovoce prima sui protetti da tutelare, storia vera anche questa. Tutto questo ha un nome. Collusione.
Questi suicidi sono trasversali, non più solo disoccupati, ma anche lavoratori massacrati e ridotti allo stremo, imprenditori che non sono abbastanza furbi da lucrare da criminali sulle spalle dei dipendenti o evadendo il fisco.
L’ondata di autolesionismo però non è dipendente da improvvisa depressione patologica. È figlia di eventi, fatti, cause, determinate da qualcuno. Ha dei mandanti. Gerarchici. Si parte da chi poteva evitare i licenziamenti, si passa per chi ha mangiato sulle spalle altrui, si finisce a chi comanda, dirigenti, manager di grandi aziende, governanti, che preferiscono appoggiarsi all’assistenzialismo finchè c’è. Chi si uccide in questi casi è portato a farlo persone ben precise, con nomi e cognomi, che compiono un reato. Si chiama istigazione al suicidio, art. 580 del codice penale: Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, e’ punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni.  

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