Gli imbecilli abbandonano


Fu una scena che non dimenticai più.
Eravamo in un albergo in Umbria. Diciamo che era molto eufemistico chiamarlo albergo. Un ritrovo di cacciatori.
Mio padre si dedicava alle formalità burocratiche, io guardavo curioso in giro e come sempre constatavo che il mondo non è mai a misura di bambino. Dalle sedie ai banconi dei bar, tutto era fatto per rendere un settenne, il novello Messner.
Forse era meglio così, ci educavano alla vita dicendoci che le barriere architettoniche da infante, erano solo l’assaggio di ciò che ci aspettava da adulti.
La salsiccia semovente zoologicamente chiamata “cane” arrivò con passo da insaccato risoluto.
Dall’altro lato della stanza notai sopravvenire un gatto. Mi sarebbe stato spiegato poi, trattarsi di gatta.
Io amo gli animali adesso, figuriamoci da bambino, ero già indeciso, da chi dei due andare per primo a giocare? Di quale palla di pelo saggiare la morbidezza?
Il gatto emise un suono. Da gatto. Non posso sbagliarmi.
Il cane gli andò incontro.

Vidi qualcosa che andava oltre ogni luogo comune. Ma anche contro ogni legge fisica.
Il gatto salì in groppa al cane, proprio disteso, con le quattro zampe messe in posizione di abbraccio alla salsiccia canina.
Mi ricordava un fantino del Palio di Siena. Il gatto. Il cane tutto mi ricordava fuorchè un cavallo del medesimo Palio.
Andarono via dalla stanza in questa postura inusuale.
L’albergatore capì dalla mia bocca che disegnava una “O” che manco Giotto, il mio desiderio di sapere cosa aveva originato questa innaturale commistione.
L’anno prima il gatto era stato abbandonato, buttato fuori da una macchina in corsa, insieme ad altri due fratellini.
Sicuramente una cucciolata non voluta. Si sa che l’uomo ha potere di vita e di morte sugli animali, oltre che sul suo simile quando gli parte la brocca. Per cui niente di meglio che abbandonare dei cuccioli di gatto sul ciglio di una strada dove le macchine sfrecciano, cosa può succedergli di grave?
Due felini su tre, capendo l’andazzo che tirava si fiondarono verso le campagne. La terza provò a risalire in macchina e fu prontamente risbattuta fuori da mano umana, anzi data la crudeltà, mano disumana. Vedendosi respinta, provò ad attraversare la strada

Il cane la vide, tra un intervallo di pennica e una bevuta dalla ciotola, in un attimo mandò affanculo tutti i luoghi comuni su cane e gatto e fece quanto in suo potere, ovvero armare un casino di abbaiate d’allarme per farsi aprire la porta e correre incontro alla micia.
Troppo tardi il padrone collegò la confusione al pericolo che correva la povera bestia. Arrivò prima una macchina a metterla sotto.
Proprio davanti ai quattro occhi, due umani e due di cane.

Con una punta di lacrima, l’albergatore rientrò, sconfitto, voleva salvare una vita.
Il cane quella vita non l’aveva ancora mollata. Si fiondò fuori e cominciò a toccare col muso umido la faccetta pelosa ormai riversa a terra. Il corpo era una marionetta scassata.
Mentre l’albergatore dava ormai le spalle a una scena che non avrebbe mai voluto vedere il cane quella scena l’aveva rigirata, ricominciò ad abbaiare furiosamente, entrò dentro con tutta la velocità che il suo corpo wurstelloso gli consentiva e trascinò letteralmente fuori l’albergatore.
Il gatto era vivo. La dea Bastet (egizia, a forma di gatto, avranno pure loro un protettore, esaurite le sette/nove vite o no?) ci aveva messo la mano e una buona dose di culo.
Aveva solo tutte e quattro le zampe rotte.
Che per un gatto non è proprio divertente. Non lo è per nessuno.
Fu curato, steccato, ingessato.
Il gatto però non ce la faceva a star fermo e piangeva. Voleva camminare. Fu così che le due bestiole partorirono un’idea. Il gatto si metteva in piedi facendo leva sulle stecche, come fosse un circense sui trampoli, il cane passava sotto e lo metteva in groppa. Per farlo girare e guardare il mondo.

A quel punto chiesi come mai, ora che il gatto era guarito questa usanza continuasse.
Testuali parole furono: “perchè quel figlio di una mignotta di gatto quando è stanco vuole mettersi a cavallo e girare ancora”.
Io li guardai andar via.
Solo a distanza di trentatrè anni ho capito, sono tardo, lo so.
I cani e i gatti non si odiano, sono gli uomini che odiano, gli animali non hanno bisogno di nemici per vivere, l’essere umano si nutre di risentimento.
Esistono solidarietà che vanno oltre ogni barriera, anche architettonica, ma stranamente le soluzioni partono tutte dal basso, dalle relazioni semplici, senza troppe parole. Forse a volte bisogna armare un casino e incazzarsi, come fece il cane-salsiccia per farsi ascoltare. Strano notare come sia raro che gli animali odino gli uomini, mentre è più frequente il contrario.
Infine, solo gli imbecilli abbandonano, gli animali no. E l’imbecillità è propria dell’unico essere dotato di intelligenza o presunta tale, in grado di stare eretto. Chissà se ce l’ha ancora, un cuore bestiale, in fondo.


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