Il tiranno Dionisio

Spesso le cose interessanti diventano sgradite solo se vengono elargite male. Penso all’inferno di Dante, bel posto dove fare casino, ma anche bello da leggere, specie il canto di Ulisse, che credo sia pura opera d’arte che ho rivisto volentieri recitato da Vittorio Gassman in “Ulisse e la balena Bianca”. Eppure come direbbe Liga “ te lo porti dentro lo stronzo professore, che ti ha rubato tempo con la sua mediocrità”, e con la medesima mediocrità spesso ci ha fatto odiare autori che chissà quando riusciremo a farceli piacere.

Una versione di latino che ha ammorbato l’aria a parecchi studenti mi è sovvenuta come ottima lezione di vita giusto in questi giorni, quella del tiranno Dionisio che convoca una vecchia, dopo essere venuto a sapere che ella pregava che lui si conservasse in buona salute nonostante fosse noto come sanguinario assassino che faceva vivere oppresso il popolo.

Il tiranno, avutala al suo cospetto, le domanda come mai si preoccupasse per lui così tanto, la vecchia senza remore gli risponde che in passato aveva pregato per la morte di due tiranni a lui preceduti e uno più crudele dell’altro. Nel timore che morisse anche lui, e nel terrore ne venisse uno più sanguinario preferiva pregare per la sua buona salute, fermandosi al peggio immaginabile che alla catastrofe auspicabile. Il tiranno la manda via divertito, così dice la favoletta.

Spesso chi viene nella nostra vita, dopo una catastrofe sia essa sentimentale o fatta di bot, bund, e leggi ad personam e ad minchiam, gode di una apertura di credito ampia magari pensiamo “se quello che se ne è andato ha lasciato case ed esistenze in disordine, diciassettenni lacrimanti perché è finita la pacchia, questo ha l’aria rassicurante di un padre di famiglia e nei suoi discorsi parla di figli”. Nel frattempo cominciamo a preoccuparci dei suoi gusti, come veste, che macchina ha, se il filetto gli piace al sangue o ben cotto.

Il rischio però è quello visto in tanti film, che ci sia una sottrazione di patrimoni e capitali, senza che si realizzi subito cosa è accaduto, come i vecchietti che una volta derubati dicono di essersi fidati perché a casa si è presentato un tipo che sembrava tanto distinto che non si poteva immaginare che avesse intenzioni cattive. Si abusa del nostro essere enfatici.

Quello che urta di più è l’impressione che non abbiamo fatto altro che vedere la nostra sovranità che è passata in volo sopra le nostre teste, passando in mano al prossimo che dice “non preoccupatevi, ghe pensi mi!”. Ma che parla solo di nostri sacrifici e privative, come diceva Totò arringando la folla, che non sono mai smessi. Con questo non voglio assolutamente dire che non fosse ora di dare aria alle stanze del potere, ma spero che davvero si resti con gli occhi aperti perché quelle finestre e quelle porte non si richiudano lasciandoci fuori, a sobbarcarci noi le esalazioni mefitiche. Magari sarebbe bello che pregassimo per la sua buona salute, per il bene che ha fatto e non perché non osiamo immaginare quello che potrebbe seguirlo.

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