Lo svedese impari dallo svedese

Quando si cita una bella favola è come se si facesse una fotografia narrativa. Riesci a descriverla, ne fai la cornice e l’appendi. La mia galleria di storie di vita che ho provato a raccontare è come una serie di istantanee che mi guardo ogni tanto da solo, come un caveau d’anima segreto.
Mi ero commosso tempo fa scrivendo di Kim Kallstromm, il calciatore svedese che durante l’inno nazionale prepartita aveva consolato un bimbo autistico in crisi di panico. Le immagini di questo gigante che lo conforta sono da lacrima (per chi abbia voglia di leggerla: beneficiodinventario.blogspot.it/2013/10/il-miracolo-di-kim.html)

Non mi aspettavo che ci fosse un contraltare così sfacciato. Il rovescio della medaglia, yin e yang che vengono dalla stessa radice.
Il compagno di nazionale e di reparto d’attacco, di Kim Kallstromm si chiama Zlatan Ibrahimovic, nome che a molti, anche ai sordi di calcio, dice parecchio. Fino a poco tempo fa era solo un esempio di campione spocchioso. Ma bravo. Nessuno di noi che ami il calcio ha il diritto di giudicare come si comporta un pedatore nella sua vita privata. Ma fino a un certo punto.

Zlatan il magnifico (ironicamente parlando) è l’idolo del piccolo Hajrudin, 8 anni, affetto da una forma di leucemia gravissima che aveva espresso il desiderio di incontrarlo. Un mese fa sembrava che la cosa fosse possibile. Il bimbo lo aspettava nella sua stanza d’ospedale a Sarajevo tenendo il tempo con un battito di cuore impazzito dietro l’altro. Niente di fatto, gli è arrivata solo una maglia autografata, come se ne trovano anche nei negozi.
Un calciatore bosniaco che vuole mantenere l’anonimato, prende contatti con la squadra di Ibra, il Paris Saint Germain, per far in modo che appena il bimbo possa stare in piedi, si possa incontrare col “campione”. Lo stesso calciatore bosniaco paga tutto ad Hajrudin per farlo arrivare a Parigi, almeno si spera che portandoglielo a casa, sua maestà dai piedi d’oro e dal cuore di sostanze organiche poco nobili, si degni di vederlo.

Ibra non si presenta, non lo va a trovare in albergo, non lo contatta, non lo chiama. I dirigenti della sua squadra prendono un impegno personale per farli vedere almeno alla partita, Hajrudin è in tribuna d’onore e aspetta con allegria sempre più reperita a fatica, l’arrivo accanto a lui del suo idolo. Che dà buca anche stavolta. Senza spiegazioni. Hajrudin torna a casa.
Bisognerebbe far prendere a Ibra lezioni di svedese, o che almeno qualcuno, magari Kim Kalstromm, gli dica qualche mala parola in lingua madre, che lo ritragga debitamente.

Bisognerebbe spiegare a questo idolo di cartapesta che la fama comporta anche essere d’esempio, che il calcio è un mezzo con cui i bambini sognano.
Già che ci siamo, bisognerebbe insegnare al “fenomeno” dal naso lungo, che nel cuore di un bimbo le delusioni fanno malissimo.
Che questo male lo dovrebbe moltiplicare per mille, nel caso di Hajrudin. Non si creda alla bufala che non lo avevano avvertito che c'era il bimbo, una società seria ha sempre contezza degli impegni dei suoi atleti.

Esaurite le lezioni di svedese e di buone maniere, bisognerebbe fargli vedere come si sono comportati, ad esempio, Baggio e Del Piero. Consci del loro ruolo pubblico e dotati di muscolo cardiaco abbastanza degno di questo nome, entrambi accorsero ai capezzali di bimbi in coma, per parlargli e lasciargli il loro affetto. Entrambi anche dopo partite e impegni.

Ci sono molti modi, noti a un uomo per rimanere solo, credo che questo sia il peggiore, la solitudine data dalla potatura dei gesti di cuore.
Un campione che si spende, vale tanto, se il suo tempo ha una sensibilità, non ha bisogno di lezioni. È autodidatta, come Ibra non sarà mai.

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