Una dignità che non abbiamo

 Sarah Ernhart è una fotografa americana. Ha scelto uno stile particolare. Fotografa i cani con i loro padroni. Non cani qualunque, in foto di famiglia con fiocchi ridicoli e improponibili. Sono bestiole cui rimane poco da vivere per malattia o vecchiaia, i padroni ne vogliono un ricordo allegro.
Dalle foto che si vedono sul sito c’è molta tenerezza, magari qualcuno può anche storcere la bocca, qualificandola come l’ennesima mercificazione del dolore. O come diceva mio padre quando qualcosa era pacchiano, un’americanata.

A me appare, invece, come ritrarre esemplari di dignità. I cani nelle foto hanno pose sincere, occhi che anche fino all’ultimo, leggono negli occhi dei loro padroni, sperando di decifrare felicità creata, da un loro far casino giocoso. Alcuni sembrano chiedere scusa di non farcela più a intrattenerli, andando a prendere l’ennesimo bastoncino.
Il dolore degli uomini al contrario, è fonte di vero reddito osceno e vergognoso. Dalle interviste in cui i giornalisti chiedono a congiunti distrutti da un omicidio, di pochi attimi prima: “ma lei perdonerà l’assassino?”, fino alle pacchiane dimostrazioni di ornamenti neoromanici, nelle tombe dei cimiteri, per dimostrare quanto gli si voleva bene alla buonanima. Aberrazioni del cervello con deliri di onnipotenza. Anche nell’aldilà.

Questi cani mi ricordano mio padre, l’essenzialità del dolore. Del concepire la semplicità dell’idea di andarsene, senza troppi fronzoli. Mi disse cosa desiderava, dopo la sua morte, durante una sera. Mentre un male che si chiama tecnicamente “carcinoma” se lo mangiava pian piano. Nelle sue frasi si coglieva una voglia di farla finita con questo mondo, senza clamori.

Stavamo guardando il film ”Per grazia ricevuta” con Nino Manfredi, c’era una scena che lo ispirò nel parlare.

Mi disse: Ricordati che cadavere significa “carne data ai vermi”, non voglio tombe piene di schifezze, dove io non possa diventare concime per la terra, in più voglio andarmene esattamente come sono vestito, al momento in cui chiudo gli occhi. Per favore, non fare bizantinismi inutili. Tanto solo sono venuto al mondo e solo me ne devo andare. Non ho da fare bella figura con nessuno.
Lo guardavo, sembrava un vecchio Sanbernardo affaticato. Un cane. Un animale, per la stessa etimologia della parola, dotato di vera anima, a differenza di tanti umani.
Con una dignità e fierezza da cane. Di cui sono fiero di essere figlio.

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