Fia, fatta la tua volontà

Ci sono brandelli di poesia che rimangono impigliati tra gli stracci di un barbone. Non riusciamo a decifrarli, sono versi ermetici. Pur nella loro chiarezza, prendono strade tortuose che toccano le viscere, ma arrivano agli occhi da vicoli corporei fatti di vene.
A Palermo abitava un barbone simbolo di una dolcezza sporca e malridotta, per questo più bella. Maleodorante di piscio di cane, per questo più figlia della strada. Il suo nome era Fia. Era Iraniano, aveva sessant’anni. Come un mosaico, una città sotterranea e occulta ne ha tracciato l’identità. La maggioranza dei cittadini, avrà fatto come si usa fare quando si incontra un senzatetto, lo si dribla di piedi, manco fossimo Totti, lo si consegna per un breve secondo agli occhi, ne si commisera la sorte mettendo a tacere il proprio senso di colpa con qualche euro.

Fia era un libro. Nell’epoca degli I-pad non si accendeva da solo. Bisognava sfogliarlo. Vincere le diffidenze olfattive, spesso esagerate e sedersi accanto a lui. Solo così si scopriva che era vegano, per una filosofia spicciola che si chiudeva in un concetto: con tanto cibo in giro, non occorre uccidere animali. Chi lo ha conosciuto, parla di un uomo con gran dignità. Cacciato da un pub in malo modo, si era messo vicino all’ingresso, disse dolcemente: “volevo solo ascoltare un po’ di musica”.

Il suo corpo si disfa al freddo, agli stenti, mentre si accomoda per quell’ultima notte. Donando al vento piccoli aneddoti di colori vivissimi, come i fiori di strada sanno essere. Un fotografo una volta ne cancellò una foto appena scattata, non voleva pubblicarla, temendo che la gente avrebbe preso in giro una persona perbene.

Fia l’equilibrista, tra la scelta di vivere così e l’incapacità di tornare indietro, indietro dove? Ai suoi occhi noi normali, siamo davvero brutti.
Nelle notti che si avvicinano alla ipocrisia di Capodanno, Fia ha dato la buonanotte per l’ultima volta ai suoi cani. Si è addormentato in una piazza di Palermo, piazza Tredici Vittime, detta così per la fucilazione dopo una rivolta antiborbonica nel 1860, di tredici rivoltosi. Aveva scelto la porta di un Hotel per dormire. Quelli come lui si fermano alle porte, come in un sogno, una illusione di possedere anche il contenuto di quella porta, caldo e confortevole.

La sua morte ha commosso la gente, in maniera trasversale. Quantomeno l’ha toccata, in un piccolo, doloroso nervo scoperto. Per una frazione di secondo Fia è diventato una persona, che si guarda con la stessa malinconia che avrebbe un vecchio distributore di gomme americane o di giochi di plastica, improvvisamente riapparso a dirci della nostra infanzia. Non è un paragone ignobile, Fia distribuiva umanità, chi ne voleva poteva averne una perlina, della sua vita.

C’è chi dice che in sua memoria la piazza dovrebbe essere ribattezzata “quattordici vittime”. C’è chi si è già scordato di lui.
Ma quella sensazione che prende le viscere non va via con l’oblio. Quella poesia sporca, macchia anime indifferenti, magari in un loro angolo nascosto gli insinua un dubbio atroce e sanguinante. Che in questi tempi bui, in cui la miseria a volte ghermisce da un giorno all’altro, al posto di Fia, potrebbe esserci chiunque di noi. Indifferentemente.

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