Le favole si vivono gratis

Io amo i peones, amo le favole che vengono dagli stracci, amo il gigante abbattuto dalla formica anche solo per un banale colpo di culo. E se si ravana bene qualche favola del genere la si trova ancora. Specie nel calcio, anche quello corrotto, sporco, ricco e sempre più esclusivo, vedere delle foto di shopping di calciatori e relative bonazze da piccionaia in via Montenapoleone, bene non mi ha fatto al fegato. Un male che si rivela tutte le volte in cui, dalla politica ai vip, al calcio appunto, vedo schiaffi alla miseria e ottusità.

In Spagna c’è una squadra che definire di disgraziati è fare un complimento alla disgrazia. Di fatto è in fallimento. È il Racing Santander, un passato glorioso in serie A, la primera spagnola, poi retrocessione fino alla terza divisione, la nostra vecchia serie C.

I giocatori non ricevono lo stipendio da tanto. Magari c’è da storcere il naso, i polemici diranno “ben gli sta, andassero a lavorare”, sacrosanto.

In teoria potrebbero andarsene, non essendo pagati, potrebbero rifiutarsi di scendere in campo, fare causa di lavoro alla società. Che nel frattempo sta andando in liquidazione o poco ci manca.

Durante una partita si sono astenuti dal lavoro. Ovvero, al calcio d’inizio, sono stati immobili per venti secondi, come statue. Il lato comico della vicenda è stato che gli avversari erano attoniti, con aria di chi pensava a uno scherzo da candid camera o un episodio di paralisi collettiva.

Questo è stato il loro modo di esprimere il disappunto per non essere stipendiati, poi però si sono guardati in faccia e hanno capito che avevano una dignità. Nel loro piccolo dovevano essere professionali. Hanno fatto quello che sapevano fare, giocare a calcio.

Per farla breve, questa squadretta è arrivata ai quarti di finale della coppa nazionale spagnola, la Coppa del Re. Hanno eliminato fior di squadre blasonate, professionisti pagati regolarmente, gente ricca e figa. Sudando, spolmonando e facendosi il mazzo. Senza un euro in cambio.

Solo per orgoglio, come si faceva da piccoli, che nessuno certo ci pagava per andare a fare tornei di calcio improbabili, in culo al mondo, dove in palio c’era una coppa di latta, che il giorno che si è rotta abbiamo anche pianto. A quarant’anni.

Se superassero il turno, se la vedrebbero col Barcellona. Avete capito bene. Non la località siciliana Barcellona Pozzo di Gotto, proprio i blaugrana, Messi e compagnia cantante. Io so già per chi farò il tifo, eventualmente. Pensateli in finale, magari con il Real Madrid. Il solo stipendio di un anno di Cristiano Ronaldo camperebbe a vita l’intera squadra di Brancaleoni senza un baiocco.

Queste favole aggratis , mi riportano al mio quartiere tanti anni fa, si giocava per la gloria, per la propria allegria di un briciolo di vittoria ottenuta sull’asfalto, per tornei che ci rubavano alla scuola e ci facevano litigare per essere sempre più uniti. Non c’era in palio nulla, eppure quel nulla ci affascinava.

Ancora adesso, litigo col mio migliore amico ogni volta che vado a casa sua. La ragione del contendere è un piccolo trofeo di un campionato di calcetto dato a lui, per partite di vent’anni fa, che io non presi per un soffio. Io sostengo che spetti anche a me.

Se non ci scorniamo almeno cinque minuti su questa corbelleria, dopo un anno che non ci vediamo, non siamo contenti. È come tornare bambini, quando contenti lo eravamo davvero, ma non ce ne siamo accorti.

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