Artisti e cialtroni

Mi piace molto incontrare degli amici a cena in momenti imprevisti, togliere al rosario dei giorni lavorativi una piccola festa. Durante una di queste sere ho avuto il piacere di incontrare un mio carissimo amico, abbiamo cenato insieme alla sorella e al compagno di lei e a un collega.. Inevitabili scattano i racconti delle proprie vicissitudini lavorative che sembrano leggende tramandate.

Ha iniziato il mio amico, narrando di come una volta stava spiegando il funzionamento di un software a un impiegato pubblico, incaricato di redigere le turnazioni di autisti di bus. Il software era semplicissimo, due campi dove scrivere orari e nomi, poi faceva tutto lui. La risposta dell’impiegato è stata: “ma devo usare il mouse?”. Allo sguardo a forma di punto interrogativo che manco dei fumetti, il mio amico ha aggiunto un flebile “sì”, ma già temeva il seguito. Ovvero: “non so se ce la faccio a usare questo software, mi viene scomodo il mouse”. Per farvi capire cosa ha rischiato quel povero omino, mi limito a dirvi che il mio amico potrebbe benissimo fare da custodia a me per la stazza che ha, inoltre lui e la diplomazia hanno litigato da piccoli. Profonde incomprensioni. Un’altra volta doveva portare dentro un ufficio pubblico duecento telefoni, con un carrellino ne carica una trentina. La distanza tra il furgone e l’ingresso del palazzo era di qualche metro. La guardia all’ingresso gli ha dato il pass e gli ha chiesto dove andasse, lui ha indicato il furgone e ha detto “devo fare più viaggi”. Mentre ripassava la guardia ha rivoluto il pass.
Lui ha spiegato come dovesse uscire nuovamente, nulla da fare.. La scena si è ripetuta in stile “non ci resta che piangere”, un fiorino! Usciva e rientrava.
La guardia in un lampo di genio ha detto: “ è meglio che lo tieni, se devi entrare e uscire”, la risposta serafica del mio amico è stata: “eh no! Adesso facciamo questo giochino finchè non ho finito!”. Vagli a dare torto.

Poi è stato il turno della sorella. È stato creato un call center nell’azienda di lei. chi ci lavorava doveva semplicemente sedersi e indossare una cuffia audio. Ebbene, alcuni non volendo lavorare in quel settore, hanno presentato congiuntamente certificato medico con la seguente dicitura “inabile a indossare cuffie”. Non ci credete? Allora sentite fin dove si è spinto un altro, poichè sapeva che rischiava di essere trasferito in un ufficio che non gradiva, collocato al secondo piano dell’azienda ha presentato certificato medico con scritto: “inabile a lavorare al secondo piano”. Non so se può servirvi, magari non potete soffrire gli ammezzati.
Il di lei compagno, doveva prendere una patente di guida internazionale, temendo tutte le pastoie burocratiche, si era preparato per tempo, compilando tutti i moduli possibili, concepibili, ipotizzabili in questa galassia e in qualcuna parallela.
Al momento dell’affrontare la fatidica firma, l’ultimo funzionario, nemmeno fosse il fantasma del Faraone da sconfiggere per il tesoro, gli domandò: “ma lei deve prendere la patente con la convenzione di Vienna, o quella di Ginevra?”.

Io al suo posto avrei risposto “mi ero preparato sul pessimismo Leopardiano, non ho studiato”.
Non so voi, ma a me questa arte dello svicolare fa ridere, ma fino a un certo punto, il problema è che chi dovrebbe lavorare davvero, compie queste cialtronerie e si sente perfino un artista.
E si prende maledettamente sul serio, convinto, come un comandante in alta uniforme, inconsapevole di aver contribuito all’affondamento della nave.

Un grazie particolare a Stefano Rapallo, per gli aneddoti e per l'amicizia che spero incrollabile. 

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