Brevi annotazioni di un bipolare

Dire quello che si prova non deve richiedere troppo tempo. Me lo diceva mio padre. I veri sentimenti si nutrono di gesti e frasi brevi. Un giorno mi spiegò: "se una risposta su ciò che provi, arriva dopo più di tre secondi, o non è sincera o ha comunque preso una strada troppo lunga per venir fuori". Per lui l'amore, l'amicizia, non andavano farciti di parole. Andavano presi alla sprovvista, per saggiarne la genuinità. In fondo sono le piccole frasi che chiudono o aprono rapporti. Ho bisogno di te. Non ti amo più. Il resto, come si dice in un film, fa solo volume. Riempie inutilmente. Una volta mi disse anche che c'è da dire solo una parola a chi durante una crisi, chiede quelle famose pause di riflessione e di distanza "per vedere se davvero ci manchiamo", la parola è vaffanculo.

Un giorno guardavo i disegni di Leonardo Da Vinci, tra tanta armonia, spuntava un pupazzetto filiforme. Un disegno infantile. Pensai ad un atto di vandalismo. Era suo, o di un suo allievo. Era scritto sotto. Goffredo era un gattino che salvai dalla strada quando vivevo a Palermo. Era stupendo. Grazia e bellezza felina gli erano proprie. Lo regalai a una famiglia che viveva in via D'Amelio. Nel palazzo dove fu ucciso Paolo Borsellino con la scorta. Il 19 luglio del 1992 lo pensarono morto nell'esplosione. Si era salvato, dietro il frigo. Ma non fu più lo stesso. Terrorizzato e con lo sguardo vitreo. Per colpa degli umani. Le due persone che amo di più al mondo, che mi danno amore tirandomi fuori da buchi di culo d'inferno, hanno una cosa in comune, entrambi parlano nel sonno e si abbarbicano come scimmie sulla mia schiena mentre dormiamo. La notte è un concentrato di risate allegre, accenni di pianto, ragionamenti e frasi. La mattina è un sorprenderli scapigliati. Innamoriamoci delle parti fragili. Di un disegno da bimbi nostalgici tracciato da mano di persona irreprensibile per caso, accudiamo un bisogno di luce calda in uno sguardo di paura del buio. Stiamo vicini a sonni disordinati, privi di corazze. È lì che non ci si perde. È lì che si rimane. Ad amare la bellezza sono buoni tutti.

Anticipare. Una delle sensazioni più sgradevoli da provare, nelle relazioni umane quotidiane, di qualsiasi natura. Mi ricorda una canzone di Gaber, i borghesi. Come quando ti siedi a tavola, con commensali che conosci ormai bene. Anticipare le battute che verranno fatte da chi hai davanti. Sapere esattamente chi parlerà, quando e come. Cosa dirà, quanto sarà volgare e forbito il commento, a seconda del momento. Quanto vuole colpire la platea. Anticipare, anche se ti stai divertendo, ha un potere inchiodante. Ha assegnato un ruolo. Un piccolo gelo esistenziale e comunicativo, che chiunque, me compreso, credo si auguri di far provare il meno possibile agli altri.



Powered by Blogger.