Io là fuori non ci vado

Stavo andando all’università, a Palermo colmavo l’ennesimo giorno da fuori-corso, facendo finta di impegnarmi. Passavo sempre dalle parti di un ex manicomio, che ovviamente, con sforzo di fantasia, era diventato un centro dove si curavano i malati con il marchio tatutato di “pazzia”.
Nella follia colgo più senso di chi si adegua a certe vite da polli in batteria, si creano mondi propri, si giustifica tutto o tutto ossessiona. Ma chi ha un morbo con cui sicuramente non vive bene, sembra aver trovato regole e spiegazioni meno assurde dei sani.
Me ne ricordo uno in particolare. Passava la sua giornata davanti all’uscita dall’istituto, sulla strada.
Guardava fuori, rigidamente attento a non sconfinare dalla linea immaginaria che lo separava dal mondo esterno. Sembrava un gatto tenero e incuriosito, ma bene attento a non sgarrare.
Un giorno mi feci coraggio e gli chiesi.
- Non ti fanno uscire?
- posso uscire quando voglio - mi rispose piccato
-  allora perchè non esci? - rilanciai.
- stai scherzando? Siete brutta gente lì fuori, io non mi muovo, credimi amico, non siete mica normali-
Me lo disse in dialetto stretto. Non ho capito per tanto tempo il senso di quella frase, ora mi è chiarissimo. E non parlo di traduzione.

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