La fortuna aiuta gli ignavi

Una piccola nuance di differenza tra il quadro dipinto dal Liga nella canzone “per sempre” e il mio.
Ero io che preparavo la cena cantando Sanremo, io carezzavo la testa a mio padre dicendogli “vedrai che ce la faremo”. Eravamo soli, nei momenti difficili io e lui lo siamo sempre stati, la differenza è che lui si rassegnava. Io smadonnavo che chi aveva un ruolo non lo svolgeva come avrebbe dovuto, ma lo recitava e basta. Ma questa è un’altra storia, dice l’Oste del film “Irma la dolce”.
Un tumore al fegato se lo stava divorando, mi disse che potevo salvarlo io, i medici parlavano di un trapianto tra vivi. Mi chiese se ero disposto a donargli un pezzo del mio fegato.
Appresi in quel momento nella mia infinita ignoranza, che il fegato è l’unico organo del nostro corpo che si rigenera.
Poi seppi di Pittsburgh, che aveva portato a Palermo questo miracolo da lucertole epatiche. Gli dissi di sì. Senza esitazioni, dissi una frase che utilizzo spesso da allora con le persone che amo, per far capire che sono disposto a prendermi impegni solenni.
- dove firmo? - dissi subito. In quel momento gli avrei dato fegato, reni, esistenza karma e anima, se fosse stato necessario. E sono disposto a giurarlo sputandomi sopra una mano. Io c’ero, con tutto me stesso.
Mi guardò. Gli occhi liquidi, un uomo che mi aveva insegnato che l’altruismo è come le puttane, che la danno gratis il giorno del loro compleanno. Non si guarda in faccia nessuno se c’è una necessità da soddisfare. Da giovane lui aiutò un bimbo malato di anemia mediterranea, in Sardegna. Non lo conosceva, lo vide in spiaggia con i genitori. Apprese di avere lo stesso sangue, rischiava di morire. Tanto bastò perchè gli donasse parte di sè, senza fiatare.
L’altruismo ritorna, come le puttane innamorate. Ora io avrei dato tutto per lui. Pianse.
- non ti prendi nemmeno un paio di giorni per pensarci? - chiese quasi pentito di aver chiesto tanto.
- nemmeno un paio di minuti - risposi, -dove firmo?-
Non bastò. Non ce la feci a fare la donazione. Non bastò fare prelievi e tac. Non bastò nulla. Vaffanculo. L’unica cosa nobile della mia vita. Provare a  salvarne un’altra. Sono arrivato col fiato corto. Me l’aveva chiesta troppo tardi. Gli avevo anche scritto una lunga lettera nel caso fossi stato io a crepare sotto i ferri per lui. La chiusi con una frase.
“Papà, se leggi queste righe significa che sono io a non esserci, che tu ce l’hai fatta. usa bene quel pezzo di fegato e fammi essere orgoglioso di te, non fare cavolate che se no m’incazzo anche da lassù!”.
Da quella sera è passata acqua sotto ponti ormai crollati, ho capito solo adesso. .Eravamo come nella favola del mago di Oz. Il leone a cui era stato dato il coraggio ero io. Il fegato, in senso metaforico, lo ha dato lui a me.
Non occorre ostentare bontà e nobiltà d’animo. Occorre avere fegato, quando occorre, rispondere “presente” senza esitazione, mantenere le promesse.
C’è un modo molto sottile di offendere una persona che agisce e ci mette la faccia. Quando ottiene qualcosa di bello, dirgli “sei fortunato”. La fortuna è la manna che ti capita tra le mani caduta dal cielo, solo perchè avevi le braccia a catino. Tutto il resto è scelta. Compagna di vita, figli, viaggi, lavoro, fame, sangue, carne. Tutte bussole per scegliere. Paventare e non realizzare è non scegliere. Si campa di rendita prorogando promesse e sospendendo anime che aspettano decisioni. La fortuna aiuta gli ignavi. Andare avanti essendo peggio di Mitridate, il re che si adattò a ogni tipo di veleno, è scegliere.
Piccola nota a margine: dopo quella carezza sulla testa, fu la prima e unica volta che mio padre mi disse “ti voglio bene”, prima non ne aveva mai avuto bisogno, lo aveva sempre dimostrato.
Per chi sbaglia, per chi decide senza esitazioni sopportando il peso di appellativi poco gentili, c’è in premio un fegato donato, o resuscitato. Come nella favola di Oz.
E parafrasando il Liga: volevo dirvi che ce lo meritiamo questo mondo, quando proviamo a starci dentro con coraggio e addirittura forse, lui merita noi.


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