L'erosione dei sentimenti

C’è una spiaggia californiana che è composta in gran parte da vetro. Proprio così. La Glass Beach era una discarica a cielo aperto, ripulita, poi chiusa, perchè impraticabile per i cocci sotto i sassi. Per decenni il mare ha fatto il suo lavoro, smussando e rendendo il litorale un arcobaleno di vetri colorati, dove adesso si può camminare senza pericoli.
Non so stancarmi dei messaggi da cogliere dal verificarsi degli eventi. C’è una pazienza atavica, che dovremmo imparare da tutto questo. Siamo gli unici esseri pensanti del pianeta, eppure sarebbe meglio, a volte, avere una merda di vacca al posto del cerebro. Unica specie che viaggia di fretta, sterminando sistematicamente le altre, unici a volere ormai tutto e subito, senza attendere quei sommovimenti tellurici, piccoli, delle anime che si adattano gradatamente alle novità; chi non è figo, forte, cool, è fuori. E non importa quante incrinature ha la sua anima, se non ha la pancia piatta, o ha chili superflui.
Non chiediamo più a chi amiamo “come stai?” ma “come ti sembra che io stia?”. Un cantautore la chiama egomania.
Citando un’altra canzone, questo amore non ci cade giù dal cielo.
Se ci dotassimo di pazienza e voglia introspettiva, apriremmo porte di fragilità insospettabile. Se ragionassimo con canoni di incontro e non di esigenza, capiremmo quanti dolori nuotano, in oceani di esistenze altrui.
Ma non ne siamo capaci, perchè i nostri sentimenti, i nostri caratteri, le nostre debolezze, dovremmo esporli alla luce, al vento, alle onde, al prossimo. E lavorarci, erodendo le spigolosità, come il mare di quella spiaggia.
Troppo difficile, conserviamoci come siamo, anzi incattiviamo i nostri cocci interiori. Saremo protagonisti assoluti del nulla che crediamo importante di un display.
Però che orgoglio futile, rimanere soli, con le nostre bottiglie rotte e inalterate in bella mostra. Come perline colorate e ipnotiche.

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