Articolo uno...maggio

Te l’ho detto, è che non lo trovo linguisticamente corretto.
Intendo questa festa, secondo me è contro logica. Non la festa in sè, chiariamo. Quella ha un fondamento. Serve da promemoria che tanto tempo fa si è resistito a qualcosa che faceva male ai diritti fondamentali. Come il 25 aprile, più o meno.
Ci hanno fatto venire i brutti pensieri. Le persone oneste rimirano cartelle esattoriali sanguinolente e assetate sul tavolo di casa e poi volgono lo sguardo verso finestre con un interesse e una attrazione direttamente proporzionale all’altezza da cui possono precipitare.
Non è che sono pessimista, ma ti rendi conto che il massimo della soddisfazione ultimamente non è sognare una vita migliore possibile, che è diventato augurare notti piene di incubi se non peggio a chi sta più sopra di noi e comanda.
A noi non ci fanno più sognare. Non abbiamo nemmeno forme di finto onirismo-placebo. Ci hanno tassato anche la fase Rem. E non possiamo detrarre e mettere da parte nemmeno felicità. Ma poi chi ha voglia di investire sui sogni, che ormai non dormiamo più?
Ti ricordi l’anno che verrà?, si quella del povero Lucio esatto. Ci hanno fatto passare la voglia di attaccarci alla parte più coraggiosa della canzone, quella che accelera mentre lui si sente parte di quel momento storico.
Le uniche detrazioni che sembrano scandalosamente ammissibili fino all’indifferenza sono quelle di chi la fa finita, chi si sottrae. Oppure di chi evade le tasse, ma per quelli è festa ogni giorno.
Ma scusa tu non credi che chi ci ha ridotto così meriterebbe di essere denunciato per attentato alla costituzione? In particolare dell’articolo uno. Uno, come il primo maggio.
Si va bene, sto divagando, ma è perchè non ce la faccio a chiamare col suo nome questo giorno. Festa dei lavoratori.
Ma lo sai cosa ci vuole perchè ci sia festa? Gioia, felicità, amore per se stessi e per gli altri, amore incondizionato e non dato di taglio, come viene viene e a volte viene violento.
Una festa così esige dignità. Voglia di sentirsi un pezzo di mondo e vedere che per una volta non ci costringe a fare i salmoni controcorrente. La festa esige lavoro, proprio per metterlo da parte e riposarsi. Esige quella fatica che ti ricompensa per aver fatto il tuo dovere.
Non c’è. Nulla.
Allora per me è il giorno del coraggio, quello che dobbiamo darci e dare per scollinare tutti insieme, quello pericoloso per chi comanda, perchè capace di passare dall’ingresso di servizio senza farsi annunciare e trasfigurarsi in rivoluzione. Quello di riuscire a portare a casa la propria buccia integra.
Ma a questo punto anche il giorno dopo ancora è un giorno di coraggio, deve esserlo, no?
Tu che dici? Si ok, devi andare, goditi la famiglia, scusa la chiacchiera, è che a volte.. si buon..buon coraggio, ciao.

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