Il colore che non esiste

Non credo di essermi spiegato bene, forse devo ricominciare, stammi a sentire perché altrimenti sbagliamo un'altra volta.
 capisco che tu non ci sei mai stato, ma devi immaginarti il vociare indistinto della gente come una marea e più ti avvicini al mare, più quella marea la confondi con le onde, risacca e voce, voce e risacca, schiuma di onda e mare che si mette in mostra davanti ai tuoi occhi ma senza fare il presuntuoso. si agita, fa una ondicina che non farebbe paura nemmeno a un bimbo che muove i primi passi nell'acqua, e ritorna a ripiegarsi su se stesso, come un leone sazio, un leone azzurro che si acciambella, ma non trova posizione e nel frattempo ritorna a zampettare sulla sabbia, lasciando orme bianche e merlettate, che solo a uno spettatore disattento sembrano solo onde.

il vociare? ah sì ecco dov'ero rimasto, grazie...ecco la voci della gente, come suoni di natura, cantilene di foresta di animali diversi, suoni rauchi, melodiosi, urlati e prepotenti, suoni falsi, infantili e nascosti, evidenti e serpeggianti, indistinti, ma distinguibili se all'orecchio accompagni l'occhio, ma non basta. se vuoi davvero ricostruire e avere chiaro davvero quello che ti ho detto devi partire dal cuore, il mercato, antico, pulsante cancerizzato nel bene e nel male a metà tra la pigrizia e il costume, tra l'attesa del progresso e il lasciarselo alle spalle con voluta superficialità. è questo il mercato principale della città, dove si vende quanto di più svariato puoi trovare, ma dove trova casa quello che fa il percorso inverso da quello che provo a farti fare io, il pesce. ormai tramandano le leggende sulla sua freschezza, addirittura si dice che i pavimenti non asciugavano mai, tanto era continuo il ricambio di pesce fresco e vivo, unito al fatto che non si chiudeva mai un battente delle pescherie, vivere, amare, comprendere, litigare, rifar pace, farsi nuovi amici, tutto si muoveva e forse ancora si muove al ritmo del mare.
e poi la finta monocromia del mio quartiere, unico colore grigio fuso tra asfalto e palazzi, ma nervosamente pulsante di arcobaleni ingenui, volgari, farciti di parolacce in bocca a bimbi che le ripetono, senza nemmeno saperne il significato.  vociare ..un colore delle voci indistinte, allegre che non fanno finta di vivere nel degrado, non se ne rendono nemmeno conto. e poi disegnami questi bimbi tutti colorati, ma poi fai uno scenario come a intravedere il loro futuro, accanto a quel bambino con la palla in mano, disegna una croce, lui non ce l'ha fatta, accanto a quell'altro una moglie e dei figli, quello disegnalo che si buca, quello con la toga da avvocato, quell'altro con la divisa da poliziotto, quello con una pistola in mano, quello felice, quello triste quei due, disegnali dietro come adulti felici e amici per sempre, però cambia i colori nel passaggio, i bimbi coloratissimi, le loro versioni "adulte falle degli stessi colori ma più spenti, come a perdere quella ingenuità che di perde come un ombrello alla stazione, che si abbandona come un cane in autostrada, quando qualcun altro ti costringe a rinunciare al tuo ex cucciolo, per forza e te ne devi fare una ragione e buonanotte.
tanto è continuo lo scorrere del tempo ondoso, tanto le pescherie ne seguivano il ritmo, non conoscendo sosta. due cuori all'unisono al centro pulsante rosso e umano e a contorno, azzurro vivace e leonino. .tanto era il vociare dei bimbi del mio quartiere che quando decidevano di vedersi, sembravano dei carbonari. sembrava che un bisbiglio sussurrato flebile e mutevole di colore, si diffondesse, sembrava che l'orario per la partita fosse fissato da organi internazionali.
e poi quei colori vari, ma ognuno durante la partita sapeva esattamente chi era il suo compagno, senza maglie di unico colore, numeri e nomi sulle schiene a strisce a maglie, a t - shirt bianche e strappate a maglia griffata rosanero, tutti uguali tutti diversi, tutti unici tutti indistinti.

era un colore unico nato da esistenze di tavola cromatica opposta.
quel vociare è altrettanto ingannevole, sembra indistinto, ma solo all'imprudente che adotta solo l'udito. la nostra lingua, il nostro parlare, muoverci ed essere volgari o raffinati. dare ai termini dialettali la voluta pesantezza fonica che ricorda i colori vermigli dei tendaggi dei teatri, pesanti e volutamente spessi sì da impedire a un eventuale fuoco divampato di sopravanzare facilmente. o la raffinatezza di un accento appena esposto come il rosa un bel seno di donna che si intuisce florido, ma lascia intravedere solo la linea sottile che muore dentro un vestito scollato, quel tanto che svegli il desiderio e l'occhio, ma tenga calmo chi ascolta, non è mai casuale. è frutto di applicazione, di strada o di ambienti della società bene ancora a metà tra un potere affermato e mai morto, tra chi passa la vita non sapendo che cosa sia domani e chi invece al vita l'ha sempre goduta e sembra che non sia mai cambiato, perchè egli stesso determina il cambiamento. ma questo cambiamento è solo apparente. è il movimento perpetuo di chi agita il nulla con niente in mano, è come diciamo noi, nuddu, mmiscatu cu niente.
il colore dell'immobilismo che sembra movimento, questo è un po’ più difficile, bisognerebbe riprodurre qualcosa a metà tra un bianco etereo, quasi trasparente, che se ti sforzi vedi dall'altro lato della tela, ma nello stesso tempo bisogna ombreggiarlo, come a dare la percezione di qualcosa che è già passato o che sta per passare. o meglio che dovrebbe passare davanti alla tela, invece fugge, scappa o va soltanto a una velocità diversa da quella che lo spettatore percepisce. il colore delle occasioni. quelle che ci sono, ma solo a vantaggio dei convinti che dietro non c'è nulla. le occasioni di progresso umano che naufragano davanti a scenari fittizi. quelli delle finte aziende pulite e affrancate da ogni contaminazione con "quella cosa che non esiste". ma che invece sono possedute da fantasmi che esistono, hanno un nome che nessuno deve mai pronunciare, specialmente di fronte al blu o al nero di una divisa.
il colore di un posto che si chiama città, un posto dai colori monotoni, marrone, grigio, nero, colore a metà tra l'originario deprimente e l'aggiunta della tristezza del nero degli scarichi delle auto

lo scenario si può arricchire con un burattino, manovrato dai fili in alto e da una mano infilata nel posteriore. un burattino a metà tra il potere di sopra e quello sotterraneo, tra i poteri fintamente leciti che indossano camicie di sparato bianco con bellissimi colletti e cravatte sobrie di colori morigerati, i più scuri della scala cromatica, in una gara con il colore degli abiti, che lontanamente potrebbero sembrare color del lutto.

sotto metterei gli stessi colori, ma con punte di lingua di fuoco rosso infernale e nera carbone, un telo pesante e opprimente, ma da cui emergono violenti squarci in cui dietro emerge un giallo solare, una luce accecante, un colore che sa di verità rivelata a tratti, come qualcosa che hai sulla punta della lingua ma non riesci a definire nella sua interezza, ecco...un giallo che parte da colore acceso del sole e termina color granturco seccato e non raccolto.
la marionetta la metterai nel mezzo allegra e inconsapevole, con quella sua atipicità di essere manovrata indistintamente da mano dietro o dita sui fili, colori vivi, ma pacchiani. deve dare l'idea di essere ingenua, di avere avuto la forza di aver sconfitto e tagliato tutti i tentacoli a una piovra cui ha creduto o fatto finta di dare un morso sulla testa. una marionetta vestita buffamente, tra il vestito a doppiopetto blu color istituzione con fascia dei tre colori, e il vestito da pescatore magari sotto la giacca gli metti una bella maglietta rosanero, la puoi mettere in un carro da processione, uno di quelli tipici delle nostre feste da santo patrono, a metà tra sacro e paganesimo, tra credenza e superstizione. tra tradizione e progresso color cartapesta.
bisognerebbe trovare un colore che dia l'idea della malinconia struggente che ti prende guardando questo mare quando sei costretto a lasciarlo, con dentro un freddo inusuale e mai sentito. il gelo di chi vorrebbe impossessarsi di ogni singola onda, ogni singolo spruzzo e portarlo con te. un colore che simboleggi quanto male fa vivere a contatto con tutto lo schifo che l'uomo sa provocare, mitigato dalla bellezza devastante e pervasiva di certi posti. luoghi in cui vorresti vivere ogni minuto della tua vita, oppure se proprio non puoi, vivere l'ultimo minuto della tua vita. andartene trasponendo l'azzurro di questo mare è dura. partire e lasciare posti in cui il mare è un vero e proprio connubio con l'anima. dove ti senti spogliare e carezzare pigramente e voluttuosamente, dove il mare ti offre giacigli al dolore a all'angoscia solo con quel muoversi ritmico.
è fare l'amore caro mio, altro che! è orgasmo dell'anima, è il risveglio dei sensi che mettono in dubbio ogni spiritualità e nel frattempo la confermano, è rosso passione e bianco purezza, è oro di sabbia e candida schiuma. è come se per riprodurre la congiunzione perfetta tra due diversità il signore si fosse prima fermato a vedere i colori di questi posti, che neanche lui che li ha fatti, immaginava così invasivi per l'anima. turbamento di guance rosse di femmina che si sente toccata e non sa identificare il limite della indignazione del gesto, col desiderio di sentirlo continuare. come se una donna col velo nero ti desiderasse ardentemente ma è in vedovanza e tu la vai a sfruculiare in occasione della messa di commemorazione del marito apparenza e sostanza, desiderio e forma, timidezza e audacia, respiro corto e affannoso di corsa che termina al traguardo di una vista agognata. sesso, amore legame inscindibile ma anche violento e violaceo litigio, porpora di rabbia, scuro della ragione, tenebra nera di secoli di parole non dette.
cromaticità opposte e contrapposte, crescendo di bianco che sfocia nel gorgo dei colori scuri e risorge infetto ma vivo, e si rituffa in un indaco che non può colore esistente fuori da qui a riprodurre, musica dell'anima che si gonfia, insieme a un cuore che scoppia.


e poi...e poi odori, si può dare un colore agli odori?, direi di si, forse è più facile darlo agli odori che alle sensazioni, allora dovresti essere più agevolato a riprodurre l'odore di sale sulla pelle, un bel bianco lucente, come quando ci si fa il bagno in un mare bellissimo e appena usciti un sole giallo comincia a fare il suo lavoro, asciugandoti piano piano le gocce, alcune spariscono immediatamente, altre scivolano via quasi scappando, impaurite di evaporare, cambiano tonalità scuriscono, schiariscono, prendono la tonalità della tua pelle e si divertono a rubane il colore per poi fonderlo con la sabbia in cui cadono.
io non volevo più togliermi di dosso il sale quando facevo il bagno. la sensazione che andava dal tiepido carezzarmi del sole, fino al suo bruciarmi la pelle. la sensazione del bianco sale che si abbrustoliva sulla mia pelle e mi incartapecoriva i movimenti, muovevo il braccio e sentivo gli strappi di quel sottile velo di spessore di ostia salata, che andavano in frantumi ma non mi levava quel sapore che ricorda un pianto liberatorio.
e i vicoli della mia città che ti sbatte i faccia la sua storia millenaria, monumenti che ti appaiono come fantasmi, dove meno te lo aspetti e spesso intabarrati con uno spesso mantello di un colore a metà tra escremento di uccelli e smog, dai un colore alla bellezza oscurata ma vivida, che non muore neanche se fai finta di ignorarla che ti prende il cuore anche se fai finta di ignorarla, passo dopo passo, goccia dopo goccia, ti entra dentro e non ti lascia più, un buon odore che trapassa il letame.

e l'odore unto ma appetitoso delle pietanze cucinate per strada, in mezzo a tutto lo scarico delle auto. ma di fronte a quei banchetti, ognuno che ha voglia di massacrarsi godendo nell’erotismo del gusto nel palato e dentro lo stomaco, ferma il tempo e ferma se stesso. Per un attimo il manager impegnato e il muratore disoccupato stracciano il muro che li divide e sono disposti anche a parlare in maniera edotta di schemi di calcio di questo solito Palermo che non funziona fino a farli sognare, e di fronte a un banchetto in ferro e ruggine, un portuale dà lezioni di tattica e consiglia giocatori da acquistare, non applaudito da eruditi, ignoranti e passanti vari, perché oltre che ascoltatori sono gustanti la fragranza di pane e mistura fritta, bollita o passata in sugna dai colori che spaziano dal giallo oro al piacevole colore marrone bruciato della carne di interiora cotte alla griglia, quindi in quanto gustanti, tengono in mano il loro fagotto caldo e hanno una mano occupata. ma si danno di gomito, dando ragione al conferenziere, fino a che qualcuno non lo zittisce con un argomento più convincente e opposto e allora ecco che la folla ondivaga e policroma cambia direzione ascolta l'altro.
lo sciamare di api automunite sui pochi chilometri che li separano dalla spiaggia, meta temporanea della borghesia o della fascia medio-alta dei palermitani che baratteranno l'incanto di posti che leverebbero il fiato per bellezza e ingordigia di vento,
salesabbiamaresaleondebiancotramontocheleval'anima, andando in paradisi artificiali, lontani ed effimeri, drogati del villaggio vacanze, dell'organizziamo anche il minimo dettaglio. Ecco il colore che vorrei.
Poi vorrei che mi riproducessi anche il pulsare del cuore che si sente nelle strade. Il battere affrettato dei bimbi ansiosi di imitare i loro idoli calcistici, il sole giallo che diventa un potente riflettore, il grigio dell’asfalto che diventa verde di erba ben curata, un pallone che non cambia mai colore anche se scarnificato, perché viene decorato dalla gioia. Il pulsare più lento di chi non sa come affrontare la giornata, di chi sta interrompendo il legame atavico con la propria terra e  non vuole più amarla. Ma non ce la fa, sa che per salvarsi deve andarsene. Ma è forte provare un sentimento così. Da noi non si rinnega, da noi non si tradisce. O meglio, chi ci crede davvero, chi fa finta di crederci continua a tradire e a rinnegare, ma è meglio che gli ottusi non lo sappiano.
Io non voglio più togliermi il morbido succedere di colori accesi che non si spengono, io non voglio che succedano per non risuccedere.
io voglio che tu me li riproduca, adesso e per sempre su questa tela, perché io possa guardarla, grande e immensa, pezzo per pezzo, centimetro per centimetro, provando quel turbinio di sentimenti, che so che non sarà mai uguale, ma mi evoca almeno brevi fotogrammi di un tesoro che porto dentro ma di cui non trovo tanto spesso la chiave. Come posso altrimenti spiegare a mio figlio che cos'è il posto dove sono nato?

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