Il miracolo di Kim

Hai un nome da svedese Kim Källström, la faccia da svedese, l’altezza di uno svedese. E fin qui tutto bene. Hai il fisico giusto, puoi andare. Vuoi fare il calciatore, bene bravo, bis.
Se sei davvero bravo emigrerai dalla tua terra. Lo sanno tutti che non è che si farebbero follie per giocare in Svezia, il campionato svedese è il campionato più bello di Svezia. Oltre non va. Te ne vai in Francia, fai la tua brava trafila, scudetti, e onesta carriera che prosegue. Il tuo percorso ti porta in Russia, allo Spartak.

E che non ti convocano in Nazionale? Ma certo. Ci mancherebbe. Adesso ti stai preparando a una partita di qualificazioni mondiali. Svezia - Germania, all’andata era finita con uno spettacolare 4-4. Sinceramente a ritrarti si fa fatica. Non sei spocchioso e urticante come il tuo connazionale Ibrahimovic, ma nemmeno geniale come lui. Non sei.

Ti stai dirigendo verso il tunnel che porta al campo, rumori inconfondibili, le scarpe chiodate che sbattono sul pavimento, grida e rituali di compagni e avversari, strette di mano con i tedeschi. Un incontro tra popolazioni fredde, i cui nomi già mettono soggezione, altisonanti, tranne uno, che giocò pure in nazionale e che ora ha smesso, il tedesco Strunz. Uno così o cambiava cognome o non veniva a giocare in Italia. Infatti, mai visto.
Stai per entrare, ti affiancano un ragazzino, come usanza. Ogni giocatore con vicino un bimbo che indossa la maglia della squadra avversaria, un modo per dire che il calcio deve fare da esempio ai cuccioli e che si deve giocare correttamente.


Ma questo non è un ragazzino come gli altri. Lui è Max. Per una iniziativa benefica è in campo insieme ai suoi amici, tutti con una malattia dal nome ingiusto e tarpante. Sindrome di Williams-Beuren, una rara malattia genetica che causa ritardo mentale, ritardi nella crescita, invecchiamento precoce e in generale comportamenti assimilabili ad alcune forme più gravi di autismo.

I suoi amici sono tranquilli, Max è nervoso, tu te ne accorgi, è in preda al panico, troppa gente, troppa confusione, troppo tutto, per un bimbo che è un miracolo se riesce a concentrarsi cinque minuti con tranquillità.
È un attimo, mannaggia a te Kim. Non farlo. Non sfatare il mito del calciatore che non capisce una beneamata, che non pensa alla gente comune, che ha a cuore solo il suo ego.
Invece lo fai. Ti abbassi, lo abbracci, lo conforti, lo carezzi delicatamente come un papà, uno di quelli giganti e rassicuranti, la tua montagna si abbassa verso il pulcino terrorizzato. Lui si calma, tu gli indichi dove sono i genitori, lui sta lì, con te, dolce, non docile, dolce. Punto.


Maledetto te Kim, per quel minuto di lacrima che hai dato anche a me. Per avermi fatto credere per una nanoparticella di secondo che abbiamo cuori trasversali, che sono questi gesti insignificanti che fanno un uomo. Con gli attributi. Uno da pallone d’oro. Non credo nemmeno importi quanto è finita quella partita.

Ma questo non lo penso solo io. Lo pensa anche il papà di Max, Emil, che ti scrive una lettera pubblica: “Grazie al tuo comportamento mio figlio è riuscito a provare le stesse emozioni degli altri: orgoglio e la sensazione di essere speciale. Ti sto scrivendo perché non sono del tutto sicuro che tu abbia capito quello che hai fatto per noi. Max è riuscito a fare qualcosa di speciale: mantenere la concentrazione per 15 minuti senza alcun accenno di nervosismo“.
Titoli di coda e lasciamoci andare, che ogni tanto non è vergogna.

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