La disillusione delle testuggini

Torno a casa, ti cerco, non ci sei.

Non esiste ancora quel confine etereo che tanti chiamano abitudine, tra noi. Lo vedono come un velo noioso, io la vedo come un traguardo. Giornate profumate d’abitudine, ne voglio tante, se hanno i tuoi effluvi.
Ti volevo qui, con me, ci avevo fatto la bocca. Come quando tornavo a casa da scuola e mi avevano promesso qualcosa di buono, poi per noia o per impegni sempre più grandi di me, i miei mi facevano la solita pasta al burro. Un gusto che vira al banale. Come una mancanza triste, che col tempo diventa ironica. Impari a ridere delle mancanze.
Sfoglio il catalogo delle mie, di mancanze. Quelle che ho collezionato. Provo a riempire un tempo che ci dilata gli occhi e il loro incontrarsi. Che differisce le dolci indecenze, costringendo a immaginarle.
Attendere a Palermo, è il tempo della pentola. Lo diciamo sempre. Pentola guardata non bolle mai.

Vorrei con te la mancanza del guardare dalla parte sbagliata. Io che ti aspetto e tu che arrivi dalla direzione opposta. Solo perchè ho deciso che quella dove guardo io è la parte giusta.
Tu arrivi con quel sorriso che non finge mai, con il tuo cappello. Ti stanno bene i cappelli, quello di lana, con i capelli che ti fuggono da sotto. Quando ti guardo così mi ricordo che mi sono innamorato di te per interposta persona.
Non eri ancora nella mia vita e guardavo una attrice in un film, il suo cappello e i capelli che fuggivano da sotto.
Mi dissi che mi sarebbe piaciuto innamorarmi così, con un bacio invernale, insieme a una donna bellissima con il cappello. Quasi tutto mi è stato concesso, tanto che mi vergogno.
Cerco forma meno banale alla mancanza, ma c’è poco da fare, ha sempre la forma di un punto interrogativo. Fastidioso e utricante con la sua forma ad uncino, che non sta mai al suo posto.

Io vorrei che tu fossi al tuo posto. Il nostro.
Non so chi mi dà il diritto di pensare che il tuo posto è qui. Forse ci saranno errori futuri che mi smentiranno. Come considerare la quotidianità tra noi un traguardo.
Nessuno dovrebbe mai arrivare al quotidiano, ma partirci, un movimento armonico del fare l’amore, scegliersi, scagliarsi contro, riprendersi, perdonarsi, tanto perdonarsi. Ogni giorno con voglia nuova. Come respirare e mangiare. Nessuno respira o mangia una sola volta. Non compromessi, incontri a metà strada, alibi. Odio il dopo degli oggetti ad esempio, quando un amore finisce. Guardi un divano e ci facevi l’amore con lei, ora ci poggi il culo stancamente. Non voglio il ricordo degli oggetti quando finisce tutto, basta già il mio.

E poi il dare il falso nome alle cose. La banalità diventa sicurezza, mancato corteggiarsi, diventa conoscersi a menadito.
Se ci viene a noia la crema profumata che lei indossava non ci chiediamo perchè.
Quando ci stiamo per vedere, inizio già dal posteggiare il mio rosario di cose inconfessabili, che trovano direzione quando ti vedo in abiti comodi, quando ti ho avvicinata a me. So che siamo a casa. I miei nervi si rilassano e mi consegno a te. Tu inizi la mia traduzione, dalla precisione delle mani al leggermi i pensieri. Sei uno specchio che mi migliora sempre.
Mi guardi sempre con quella malinconia liquida, che invita a condividerci.
C’è chi cambia per un bacio, anche se non è un ranocchio.
Ma c’è chi cambia dentro per i calci.

Io sono cambiato per i calci. Io e le testuggini, abbiamo sovvertito il nostro punto di vista a forza di calci, come quando finiscono a testa in su e il guscio all'aria, un calcio cambia la loro prospettiva e gli fa perdere fiducia nel mondo. Abbiamo in comune molto. Oltre alla lentezza con cui rimargina un cammino interrotto. Io sono stanco di calci.
Tu non sei ancora stanca,di nulla, nonostante il tutto che ci ha provato.
Forse questo ci accomuna. Abbiamo stanchezze che non ci appartengono.
Abbiamo la convinzione che il mondo potrebbe sorprendere, appena svoltato l’angolo. E non per forza in negativo.

A volte ci si innamora e ci si capisce, a volte ci si sceglie per comunanza di cicatrici, come quando si parla la stessa lingua in una comunità di afoni, a volte è disperazione, a volte è autonomia che si sacrifica volentieri, per dirsi "ho bisogno di te", a volte è atletico e scattante, a volte bisognoso di cure. Ma è un sentimento, i cui canoni di giustizia o erroneità, si vedono nel corso del cammino, anche per cecità nostra, a volte benedetta.

Dedicato a Linda

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