Quando gli acrobati muoiono, entrano in scena i pagliacci

Ultimamente per vicissitudini di vita non guardo più spessissimo il calcio. Guardo le sintesi dei gol, mi studio le squadre, come giocano, chi vale, oppure le maglie, se mi piacciono o meno. Mi diletto a cercare di capire se potremo vincere i mondiali, visto che il nostro calcio versa in condizioni putrescenti, come nell'ottantadue e come nel duemilasei. Stesse situazioni. Non vogliamo arrenderci a una idea di base, che in Italia vale più che in altri posti. Dove ci sono soldi, dove gira denaro, ci sarà sempre qualcosa di marcio sotto. Ci saranno coalizioni, organizzazioni o anche implicazioni politiche. Oppure semplicemente follia. Quanto è successo all'Olimpico, durante la finale di Coppa Italia, mi ha indotto a pensare. I nostalgici del "calcio che non c'è più e dei bei tempi andati", stiano pure tranquilli, nel 1985, il ventinove maggio di ventinove anni fa, ci furono trentanove morti. Si chiamava strage dell'Heysel, del bel calcio di una volta. C'è chi avrà già da festeggiare, visto che il Palermo è in serie A, dovremmo essere contenti. Ma non se ne esce bene. Anzi, proprio a proposito del "nulla che non cambia", mi è venuto da pensare alla frase di Michel Platini, attonito davanti ai morti di una finale di Coppa dei Campioni. Un giornalista gli chiese: "come mai avete giocato lo stesso la partita, nonostante i morti?", la risposta del Le Roi, fu fulminante. Aveva capito tutto di come andava il calcio e il lerciume interno, tanto da diventarne parte integrante tempo dopo. Disse: "quando gli acrobati muoiono, entrano sempre in scena i pagliacci". La finale di coppa Italia si è giocata.

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