Una botta e via

Ci sono nato da una botta e via, figlio di un imprevisto.
Semplicemente: non dovevo essere qui.
Ho questa vertebra esistenziale incrinata da sempre. Ci sono cresciuto.
Deve essere quello il dolore intercostale all’altezza dell’anima.
Tutti abbiamo dolori sparsi come in una mappa di guerra.
Ognuno con le ferite da far coincidere col nostro simile, con un mostro simile.
Però tutto passa. Ma non nel senso di guarigione.
È passare attraverso, come i fantasmi e le pareti.
Tutto passa attraverso chi resta. La voglia di ridere, senza maschere grottesche.
Le deviazioni che spaccano la banalità
Tutto passa, anche le brutture.
Dopo la mareggiata violenta, ti fiondi sul bagnasciuga e guardi i nuovi tesori d’arenile
Che la tempesta ha portato.
E guarisci. Lo senti dalle spalle che formicolano, dalla voglia di dormire dopo aver fatto tardi.
Dalle persone che ami, una compagna e un figlio che aggiungono sangue nuovo al tuo.
Dagli amici che non scendono quando il giro di giostra è finito. E non vanno via.
E anche da quelli che saluti, perchè stavano con te per i gettoni della giostra.
O perchè da piccolo portavi il pallone.
Lo senti da chi compone la tua giornata o la mischia, anche per merito di quello che scrivi.
E ne vale ancora la pena.
La botta e via che ti ha sbattuto qui, la benedici. Perchè ci sei, comunque vada.
Anche se non vivi al mare.
Tutto passa, non tutto. C’è chi resta. Per chi resta, io rimango.

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