I ricordi inchiodano



Non esiste nulla di più ingannevole del ricordo. I ricordi dicono se c’eri e se non c’eri.
I ricordi inchiodano.
Mi hanno inchiodato a Terni. A luglio, credo fosse luglio.
Mio padre era di commissione di maturità. E voleva andare in Umbria.
E così andò e io con lui. La prima volta che partivamo davvero da soli.
Mio padre per me era un oggetto misterioso. Non sapevo nemmeno che emozioni provasse.
Dell’Umbria ho ricordi di disturbo.
Per prima cosa finii all’ospedale quasi subito.
Il proprietario di un ristorante dove mangiavamo mi fece fare un giro in moto. E misi la caviglia sul tubo di scappamento caldo.
Ustione di terzo grado. Caviglia fasciata, zoppicamento per un po’ di settimane, in attesa di vedere se bisognava operare.
Ricordo l’albergo di Terni dove alloggiavamo. Sembrava tirato fuori dai film come “il sorpasso”.
Era principalmente il bar, più che l’albergo ad attrarre clienti. Ora che ci penso era luglio.
C’erano ciclisti che alloggiavano in quell’albergo, credo fosse il giro dell’Umbria, e credo fosse intorno al 15 luglio.
Tra i ciclisti che guardavo con curiosità ce n’era uno, che non rividi il giorno dopo.
Durante una tappa, aveva messo sotto un anziano, uccidendolo sul colpo, si era sporto troppo sulla strada.
Ne parlò anche la Gazzetta dello sport. Tra fogli rosa, vidi anche un disegno dell’accaduto fatto da Paolo Sammarelli. Un disegnatore che adoravo, perchè tratteggiava anche i gol della giornata a “novantesimo minuto”. Credo fosse il 23 luglio.
Per via del dolore dell’ustione, passavo molti pomeriggi a girovagare per l’albergo mentre mio padre lavorava. C’erano i primi videogiochi di Supermario.
Il gioco si chiamava Donkey kong. Uno scimmione prendeva una principessa e l’omino doveva provare a salvarla,mentre il mostro tirava i barili.
Una partita 50 lire.
Per passare il tempo, mio padre aveva comprato a una festa dell’Unità un librone fotografico dei mondiali di calcio del 1982. Lo sfogliavo avidamente. Era intorno il 20 di luglio, credo. Era anche il suo compleanno.
In televisione mandavano ogni pomeriggio una partita dell’Italia che vinse i mondiali di Spagna. Mi ripassai tutti fotogrammi che non ricordavo, mi convinsi che Bruno Conti era veramente un folletto. La mia ustione guariva. Con calma.
Mio padre tornava dopo pranzo, e ogni volta scopriva che avevo pranzato con persone diverse, ognuno mi voleva al suo tavolo. Famiglie senza e con bambini, donne sole, gruppi di operai, ero casinaro e divertivo.
- tu socializzi anche con le pietre - mi disse sorridendo mio padre, e io mi accorsi che sorrideva bene. Era circa il 23 luglio, credo.
Di mio padre imparai la sua convivenza con fantasmi di difficile gestione. Non ne coglievo le entità. Ma sapevo che non stava bene, non era il suo ideale di famiglia, quello che gli si offriva.
Non ce l’aveva con me. Ma mi confidò di non farcela più. Sulla strada per Narni. Mi spiegava e guidava, mi parlava accorato e guidava sempre più male, accelerando. Il culmine fu la sua rabbia e un paio di sbandate. Gli ordinai di fermarsi e scesi dalla macchina.
- se vuoi ammazzarti, fallo da solo, io non salgo -
Salii e lui si dispiacque, per la bravata. Col senno di poi gli avrei dato ragione per tutti quei disagi, anni dopo. Ma questa è un’altra storia.
In tv davano una delle prime partite della nazionale cantanti. Mi ricordo Enrico Ruggeri con gli occhiali bianchi e una squadra di pionieri. Ma più di tutto ricordo ancora Carmen Russo che diede il calcio d’inizio.
Colei che occupò l’immaginario di tanti ritiri spirituali in bagno, per molti, correva verso bordo campo dopo aver adempiuto il suo dovere, con un corpetto succinto che mi fece scordare anche quanto finì la partita. Ma non credo importi tuttora.
Era credo, il 28 luglio.
Un giorno mio padre tornò a pranzo, vidi la sua macchina che arrivava in lontananza. Devo confessare il mio disappunto, per quel giorno avrei dovuto rinunciare a giocare all’antesignano di facebook. Non avrei potuto “chiedere l’amicizia” a nessuno dei commensali dell’albergo. Avrei mangiato in silenzio con lui, sperando che fosse allegro. A volte lo era, a volte no.
Telefonò mia madre mentre lui arrivava, ma non era ancora dentro.
L’albergatore chiese a me di venire al telefono.
- passami tuo padre - disse mia madre.
- non c’è - mentii, il suo tono non mi piaceva e non volevo che litigasse con lui, cosa che accadeva spesso.
- chiamo dopo -
- dillo a me, mamma -
- no a te no -
- dai mamma, lo dico appena viene -
- hanno ucciso Chinnici -
Di preciso non sapevo cosa facesse Chinnici, so che però era un importante marito della collega di mio papà.
Seppi allora che faceva il giudice, indagava sulla mafia, era arrivato a scoprire i legami tra mafia ed economia, tra mafia e politica, di Palermo.
- hanno ucciso Chinnici - dissi all’albergatore, sapeva che ero di Palermo e usava per questo molti luoghi comuni.
- Con la lupara o con il coltello? - Chiese.
Mio padre entrò.
Ripetei a lui come una scimmia indottrinata. - hanno ucciso Chinnici -
Mio padre guardò l’albergatore, che capì lo sguardo, e accese la TV.
Non lupara, non coltello. Tritolo, la mafia si era evoluta e colpiva forte e lungo. Colpiva duro.
Una strage. Scorta, magistrato, portiere del palazzo.
Autobomba. La nuova moda.
Mio padre si sedette e pianse. Pensava alla sua collega. Qualche mese dopo la incontrò, la sua frase appena la rivide fu lapidaria.
- si è sciolta di colpo come una candela che si consuma male, le manca l’amore della sua vita - disse ancora in lacrime.
Mio padre chiamò mia madre. Parlarono tranquillamente.
Se si trattava di partito, sindacato e mafia, andavano d’accordo.
E io pregavo, sbagliando, che parlassero in eterno di partitosindacatomafia.
I ricordi inchiodano.
Era il 29 luglio 1983. E non credo. Ne sono sicuro.


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