La vena



Mi chiamo Robert.
Guardo davanti a me. Come ho sempre fatto. Sto per fare la parata più difficile della mia vita. Il volo più assurdo e tranciante che si ricordi.
Mi applaudiranno tutti, dopo.
Mia moglie mi dice sempre di non emozionarmi troppo, che non esiste solo il calcio.
Vivo tutto con un cuore che si tuffa, senza troppi timori di farsi male. Si tuffa, lui, prima di me.
Vorrei descrivere a mia moglie quella vena. Ma non riesco a spiegarla.
Così le scrivo. Come fanno tutti gli innamorati. Io vado oltre. La mia vena mi consente di volare.
Sono bravino come portiere, ma non riesco a stare calmo. E questo spesso mi è costato il posto in squadra.
Ma ho parato con Barcellona e Benfica, mica squadrette da poco. Solo che soffrivo, erano responsabilità pesanti.
E mia moglie me lo diceva “è solo calcio”.
Amo mia moglie. Come amavo mia figlia. Lara. Mia figlia.
Nessun bambino dovrebbe morire prima di essere adulto. Nessun bambino dovrebbe morire.
Nessuno dovrebbe morire prima di aver vissuto.
Mia figlia è stata tradita dallo stesso muscolo che tradisce me troppo spesso. Il cuore.
Malformazione cardiaca. Dopo due anni sono orfano di figlia. E continuo a seguire la vena. Paro bene, meno bene, male, ma paro.
Si crea addirittura un vuoto nella nazionale dove gioco. La mia vita è fatta di vuoti. Che non riesco a riempire.
Il mio commissario tecnico mi chiama. Sono il ponte ideale. Il vecchio portiere è troppo vecchio, il giovane che dovrebbe succedergli, è troppo giovane. Io per la prima volta nella mia vita vado bene. A tutti. Tutti mi vogliono bene.
Mi dicono i compagni che sarò titolare in nazionale per un bel po'.
La vena pompa sangue. Mi impegno anche in tante cause umanitarie, per non sentire il dolore. Per non ammettere a me stesso che non ho saputo proteggere mia figlia. Diritti degli animali, aiuti ai bambini, faccio fuori, agisco, per morire dentro. Mia moglie mi guarda e non capisce. La amo. Ma non la amo quanto la mia vena.
Dovrei essere contento. A breve esordirò in nazionale. E abbiamo adottato una bimba che dovrebbe prendere il posto di Lara.
Vado a dire a Lara che sono felice della convocazione in nazionale. Anzi vado da Lara e basta.
Scrivo una lunga lettera a mia moglie, come tutti gli innamorati.
Arrivo da Lara, le dico che mi hanno chiamato in nazionale, sono al cimitero da lei. Davanti alla sua lapide.
Vicino al cimitero c’è una ferrovia.
Dico a Lara che non posso perdere il treno. Non quello della nazionale. Quello che sta passando vicino a dove riposa lei.
E non lo perdo. Mi ci butto sotto, un tuffo a volo d’angelo, la mia vena chiamava. La mia vita finisce a pochi metri dove c’è la fine della vita di mia figlia.
È il 10 novembre 2009. Inverno. Fa freddo, che taglia.
Le voci sul mio farla finita saranno tante, mia moglie sopporterà. I miei compagni non giocheranno una amichevole dove dovevo essere titolare. Gli ho offerto uno spettacolo peggiore.
Qualche anno dopo tanti di loro saranno campioni del mondo. Mi sarebbe piaciuto se mi avessero ricordato, nominato, salutato. Non so se è successo ufficialmente, non mi sembra.
Non importa.
Mia moglie leggerà la mia lettera che le avevo scritto, mesi dopo. E rivelerà la mia vena.
La mia vena si chiamava depressione, ne soffrivo da tanto, mia figlia si è portata via tutto. Dal padre all’uomo, al portiere, al marito.
Si è portata via tutto, mia figlia.
Compreso il mio nome.
Sono Robert Enke, nazionale tedesco, non campione del mondo, per un motivo semplice, la mia vena mi ha convocato prima. Succede a noi portieri, di fare pazzie. È un luogo comune.

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