Per ora accontentiamoci




Si naviga in mezzo alle nebbie, con i fantasmi che urlano dall’altra parte del mondo. Come a Loch Ness, dalla coltre arrivano a dirci che quel mondo che dimentichiamo spegnendo la Tv ce l’abbiamo geograficamente nel culo. Cantava quel cantante, “siamo figli di quest’Italia, quest’Italia così vincente, che nella testa ha già l’Europa e nel sedere il Medio Oriente”.

Arrivano urlando la loro disperazione, infestando il nostro tentativo di non vederli.


Li chiamano migranti, clandestini, guardandoli, al di là delle opinioni sono persone. In fuga da qualcosa. È vero che ogni uomo è un libro. E andrebbe letto con cura, fargli sviscerare i ricordi, le sensazioni, sarebbe bello. Farsi raccontare di terre lontane.


Ma non arrivano libri, arrivano enciclopedie. Migliaia di volumi umani che non si fa in tempo a sfogliare, a capire i ricordi.


Allora devi salvare dal naufragio. A caso. Uomini che non vedranno la riva opposta, che non vivranno per raccontarla. Uomini che invece avranno una storia. Bambini che respireranno vita e non avranno i polmoni divorati dall’acqua salmastra. La morte del mare, così atroce, che copre tutto. E poi ritorna bella e in attesa, come un alligatore a pelo.


Haya, vuol dire vita. Così un gigante siriano, fuggito dalla guerra ha battezzato una bambina. Non era sua figlia. Semplicemente viaggiava sullo stesso barcone di disperati. Che si è rovesciato. E inizia la tombola, estratti a sorte per la salvezza o per il nulla. La bimba finisce su un pezzo di legno, è viva ma sta andando giù. Lui dice di chiamarsi Hamiad, scappato dalla guerra in Siria. L’ha vista e l’ha afferrata. E si è ripetuto come un mantra “o ci salviamo insieme o anneghiamo insieme”.


La tiene stretta anche a riva, sono asciutti e al sicuro. Non gli basta. Hamiad vuole darla ai suoi genitori, che non si trovano, a nulla servono gli arrivi successivi. Nessuno li trova. Haya è orfana. E il gigante dice “o salta fuori un parente e gli do la bambina, o la adotto io.”


La cronista di una trasmissione della Tv molto seguita, entra nel container. Come sempre si cercano storie che colpiscano, carne da racconto. Sta camminando e si sente tirare da sotto, guarda in basso e vede “due grandi pozze nere, incastonate in un ovale dai lineamente cesellati”, parole sue, una bimba bellissima. Spalanca la manina e le porge un braccialetto, vuole regalarglielo. Arriva la mamma, occhi azzurrissimi, bella quanto la figlia. La piccola si chiama Assia, ha sette anni. Profuga siriana anche lei. Simpatia immediata per la cronista. E regalo senza pensarci su, come solo chi non ha nulla sa fare.


Lei fruga nella borsa, trova qualche caramella, fischietti palline della figlia, li porge. La bambina guarda la madre che le fa capire, sì va bene, prendili.


Le stringe i capelli, la piccola testolina, cosa c’è di più bello di un cucciolo che si fida? Sono porte di paradiso, di beatitudine per chi stringe.


La cronista sta per andare via, ma stavolta è la madre di Assia, che la tiene per mano, e la ringrazia, in maniera quasi incomprensibile.


La cronista esce da lì, un misto di bellezza e di angoscia. Condito dalla voglia di rivedere subito la sua, di figlia, conscia della fortuna che ha di saperla “solo” lontana a casa, tranquilla. Rimane una bella sensazione con una incrinatura. Come aver letto dei bei libri, da queste storie, ma che non hanno un vero e proprio lieto fine. Forse è solo l’inizio di una vita, migliore o diversa. Navighiamo a vista, la nebbia stanotte, ha quattro fantasmi di meno da divorare. Per fortuna. 



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