Chi sono io?



- Diego, chi sono io?
- Paolo, che vuoi dire?
- Diego, chi sono io?
- Paolo, il procuratore capo della Repubblica di Marsala
- Ecco, bravo, allora togliti la giacca e spingi
Ci sono storie che non guadagnano riflettori. E uomini che pur facendo il loro dovere, non vengono apprezzati. E forse in questo paese è meglio così.
Perché qui non ci meritiamo chi lavora per noi, o chi porta alto il nome della propria terra. Il primo sentimento che alberga è la delegittimazione, il cercare di trovare il marcio. Non è possibile che sia davvero così, chissà cosa nasconde. È la frase di rito. La prima distruzione di un uomo integerrimo, o di chi crede di poter cambiare le cose, alberga proprio lì. Nel dover dare spiegazioni a chi ravana nella tua vita privata. Per dimostrare che non sei un buon marito, un buon padre.
Ho avuto buoni maestri nell’arte del dimostrare pragmaticamente il valore o lo spessore che avevano. Ma non si può dire che fossero noncuranti alle critiche. Anzi, forse era proprio la loro animosità, il loro macinarsi dentro che faceva di loro, esseri umani.
Ho imparato da loro, che esiste un momento per l’autorevolezza, e un momento per essere infantili. Ho capito da loro, che fragilità non vuol dire debolezza. Che è umano non nascondere lo squarcio, se qualcuno ti ha trafitto. E che la serietà è la prima arma del mediocre. L’ostentazione la seconda. Autorità. Che purtroppo non è autorevolezza. L’autorità la pretende chi ha un potere, giusto o sbagliato, l’autorevolezza viene dagli umili, dal basso, da chi ne ha viste tante e si fida di te. Dai bambini che sanno riconoscere il male e il bene, ti tendono la mano, e si fidano di te.
Chi trova il coraggio di scherzare anche quando tutto sembra contro, perché bisogna proteggere, prima di tutto chi non può farlo da solo. Così sdrammatizzi, perché al buio, con la paura, si canticchia. Per darsi coraggio. E tempi bui, da cui imparare ne abbiamo avuti fin troppi. Ma da quella tenebra emergono esempi. Di coraggio, misto a ironia, che serve molto, molto di più della spocchia e della seriosità che gli abiti firmati e i ruoli, fanno trascendere nella comicità dei pinguini.
Ho imparato che essere maschi per molti è davvero ragionare a minchia. Con la minchia, e che essere uomini è un’altra cosa, più nobile, che comprende appunto, essere maschi.
C’è chi mi ha insegnato che è molto più bello finire tra le gambe di una donna, passando dal suo cuore, comunque vada, a metterci l’anima, prima che qualche altro organo. A metterci rispetto e non un apprezzamento fuori posto. Ho avuto buoni maestri.
Si canticchia al buio. E si scherza. Come Paolo e Diego. Procuratore capo della Repubblica di Marsala il primo e sostituto procuratore, il secondo.
Erano rimasti a piedi con la macchina di servizio, senza benzina, il ministero non aveva mandato i fondi. In quel momento di lotta cruda e senza esitazioni alla mafia, un momento bruttissimo nelle vite personali dei magistrati, che erano impegnati sul fronte. Si rischiava la vita, siamo morti che camminano, diceva Paolo.
Bisognava andare al lavoro. E la macchina bisognava spingerla. E allora, nessuno fece gesti autoritari, si guardarono negli occhi e la presero a ridere, per chi, gerarchicamente doveva “ammuttare”, spingere, il mezzo. E arrivò la domanda:
“Diego, chi sono io?”
Stralci di vita di un grande uomo. Paolo Borsellino.

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