Diario di bordo

Non è vero che ciò che ha rischiato di farci male vada affrontato e poi dimenticato. Non così in fretta. Qualsiasi parte di noi abbia rischiato seriamente di annientarci, è stata, appunto, parte di noi. Ogni momento di curve prese male, di cattive compagnie, di schegge troppo vicine alla nostra testa, ci ha reso. Nel senso di restituito. Restituito a qualcuno che ci aspettava, o rinviando il giorno in cui sarà il momento di tirare le somme. Tempo fa mi hanno insegnato una lezione che non sapevo. Alla parte peggiore di te, quella che ha rischiato di annientarti, devi concedere l'onore delle armi, e un'ultima bevuta. In fondo ti ha reso più forte. Poi da domani tu salpi per altri mari, lei torturerà se stessa, capendo di non poter più tormentare te. Le stelle sembrano propizie, la mappa è chiara, quantomeno per le prime miglia. Forse stavolta c'è vento buono. Per nuove stagioni. Occhio al mondo, che punge parecchio.

Quando ti si sgrippa qualcosa lo senti subito, come se il corpo mollasse le difese. Ti rilassi, ti dai dello stupido per non averci pensato prima. A me è successo nel momento meno opportuno della mia vita. Uscivo dalla camera mortuaria di mio padre. Stupidamente, o per tentativo di rimozione, cominciai a pensare a quello che avrei voluto io quando fossi arrivato a un punto del genere, quello del non ritorno, in cui non c'è più remissione. Pensai al suo voler scrivere un libro, mai fatto, per pigrizia. Per pigrizia pensai, non scrisse mai proprio nulla di suo. Tutto si fermava a "mi piacerebbe". Il condizionale. La coniugazione verbale del fallire, questo è il condizionale, dell'anelare vedendo un orizzonte che non si tasta. E lui il condizionale lo usava troppo, mio padre. Pensai che ha amato spendendo e mai riavendo indietro. Tanto da andare in riserva, tanto da accettare forme d'amore elargite come una crosta di pane ad un clochard. Mi voltai verso la camera mortuaria e promisi a me stesso che non volevo sprecare un giorno, avrei voluto essere padre, avrei voluto amare senza tossicità, avrei voluto assecondare degli istinti di scoperta e di sfida, come Ulisse, ma sarei voluto essere fedele a chi amavo, tanto da darne la vita, come Ettore, quello che morì massacrato da Achille. Si era sgrippato qualcosa. Da allora sono passato tra mali annientanti e beni da perdersi, false promesse e gesti che mi hanno tirato fuori dal burrone. Dall'insegnare a nuotare al saper distinguere un semplice stronzo capace di stare a galla. Ma soprattutto, ho imparato a riconoscere quel suono, come un legno spezzato. Quando qualcosa si sgrippa. Se lo riconoscete, siete già voi stessi, buona navigazione a vista, le stelle sono propizie.

Qualcuno dovrebbe dircelo. Io mi ricordo esattamente l'ultimo momento in cui ebbi la percezione che si chiudeva una bella estate spensierata. Ero riuscito a ritagliarmela, a sgrezzare tutti quegli angoli puntuti. Me ne ricordo il confine netto. Il giorno prima il lungomare era un formicaio di lussuria alimentare e di corpi a bagno che rendevano il mare un minestrone umano. Il giorno dopo era finito tutto. Era un sedici agosto. Sembrava ci fosse stato un disastro nucleare, la spiaggia deserta, e una frescura pomeridiana che annunciava altre stagioni. Era un confine netto. Che dava pace. Non so perchè ho sempre amato il passaggio dall'estate all'autunno. Gli ultimi giorni di estate che diluivano profumi. E nessuno a dirci che siamo fortunati, a sezionare queste sensazioni,a non doverci preoccupare troppo di un domani più cupo di una nebbia notturna. Ci spettinava l'incoscienza, ci agitava una delusione d'amore. Sentivamo ancora nelle orecchie alcune esplosioni che testimoniavano una realtà che sgomitava violentemente. Io guardavo quel lungomare, e guardavo dietro di me. A pochi metri, il punto dove pochi mesi prima uccisero Giovanni Falcone, la scorta, la moglie. Qualcuno poteva avvisarci, che era l'inizio di una vita vissuta sempre più in equilibrismo. A volte si cresce con una consapevolezza lenta e saggia. A volte di botto. E questa volta non è metafora. Guardarsi indietro, avendo coscienza di cosa è stato il dopo. Chi lo ricorda in un lungomare tristemente celebre, chi in un amore salutato troppo in fretta, perchè viveva lontano e a quei tempi non c'era come tenersi uniti con i mezzi di adesso. In ogni caso, guardarsi indietro, da adulti con fin troppe responsabilità, ha spesso il sapore della fine di un'estate.

In termine calcistico sono definiti traghettatori. Sono le seconde scelte. Quelli che non passavano per caso per primi, ma solo quando il posto precedente si è liberato. Hanno un compito apparentemente facile, solitamente devono sostituire per un breve periodo, prendere per mano il traghettato e portarlo in salvo. Poi apprezzati, ma non all'altezza di un matrimonio lungo, vengono salutati caramente. Cambiano posto e stanza, letto e tetto, valigia pronta e incarico da rimettere appena è tutto a posto. Hanno condotto per mano, avuto incarichi a termine. Chiedendosi se il nuovo porto fosse casa. E ormai hanno fatto sempre più abitudine a tranciare radici marce e non salde. Ogni volta però la posta in gioco è stata sempre più alta, le ossa sempre più stanche, l'idea che una nave resti attraccata a un porto sempre meno certa. Succede quando si insegue la convinzione che dietro l'ennesima tempesta si nascondano le Colonne D'Ercole, e forse l'ultimo traghetto prima di approdare a qualcosa di simile, ad un quadro astratto, dove un profano vede solo macchie di vita, e invece un traghettatore vede una famiglia. A modo suo. E dietro a tutto questo si nasconde più vita di quanto se ne possa narrare.

Penso che ciò che stride non debba mai essere catalogato: "ma guarda cosa vado a pensare". Che le persone prima di fare un gesto spontaneo si facciano rodere il culo dall'invidia. Penso ci sia proprio poca voglia di spostarsi dall'asse dell'orbita dell'io. Penso a quello che diceva mio padre, che le aquile sono animali soli, proprio perchè volano troppo alto. Che alle volte intercetto la solitudine dell'aquila, pur non sentendomi tale. Penso che Copernico avrebbe fatto un grande affare se avesse trovato il modo di rivoluzionare l'esistenza di ognuno, facendogli curare ciò che è davvero importante, e non facendogli fottere una beata minchia degli infantilismi e dei punti d'orgoglio. Penso che a volte bisogna organizzare dei viaggi, anche se non ci si muove. E che bisogna viaggiare leggeri. E che per viaggiare leggeri, bisogna dire basta. e dire basta è liberarsi di bagagli pesanti. A volte i peggiori addii si consumano in silenzio, e a chi non ha capito, resta solo una carcassa senz'anima, come una pelle di leone in salotto. Il massimo del pacchiano.

Giovanni Verga diceva che per conoscere un uomo bisogna mangiare sette salme di sale. A me dicevano anche che bisognava averci spartito una cosa sacra come il sonno. Non so perchè venisse identificato il sonno come elemento per determinare i rapporti, suppongo fosse per il fatto che in quella fase siamo indifesi e torniamo bambini. O animali, comunque indifesi. Non so se questo abbattimento più facile delle nostre barriere di comunicazione faciliti le cose. Io appartengo alla categoria di quelli che preferiscono mostrare le loro ferite, per non avere segreti, o per far scappare chi ha orrore di cicatrici e sangue. Tendiamo ad essere meno diffidenti con chi ci assicura la sua purezza, apriamo le porte dove risiedono i nostri demoni con tre battute di confronto. Una urgenza di dividere qualcosa di pesante, di insostenibile da soli, pregando che la persona che ci ascolti sia il confidente adatto. Nel frattempo collezioniamo tradimenti amicali e sentimentali, con la rapidità di un piatto surgelato pronto. In questo tempo di precarietà confidenziale, ciò che fa più male è pensare che abbiamo affidato una parte di noi a qualcuno che forse l'ha usata per farsi dileggio, o peggio, l'ha già scordata, mentre noi abbiamo consegnato con molta cura. Il sale dovrebbe tornare di moda, il sonno dovrebbe essere diviso, e questa urgenza di liberarsi di peso, dovrebbe lasciare spazio a una scelta che non è detto sia sicura, ma che abbia strada da fare, molta e senza vie di fuga.

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