Il sapore di una rivoluzione



Me lo dicevano da piccolo. Ci vuole pazienza. E capacità di fare un passo alla volta. Oggi più che mai, capisco che effettivamente è così.
Le rivoluzioni non sono mai da fare a stomaco pieno e a mente vuota.
E vivere richiede una miscela di cuori spezzati e vertebre incrinate, mica da ridere. La verità è che non c’è alea peggiore di quella proposta dagli azzardi di questo cielo. Non sarà un tappeto verde di pokeristi, ma poco ci manca.
Ti tocca guardare alla finestra e chiederti quando finisce lo scherzo. Sembra che tutto sia su palafitte rosicchiate dal marciume. Sta crollando.
Uno spettacolo d’arte varia, in cui ognuno ha il dovere di fare il meglio, finchè gli viene concesso. Benedicendo o smadonnando, per la parte di globo in cui è nato, per il reddito, per la miseria o la follia.
Le rivoluzioni si fanno sui vetri. Non sul velluto.
Il ragno è un animale paziente, il simbolo della operosità, rimessa al nutrirsi. Il ragno se non lavora bene, se tesse in maniera fallimentare, non mangia.
Il ragno ispirò ad esempio, il primo combattente dell’indipendenza scozzese, Robert The Bruce, che nel 1314, le prese sei volte dagli inglesi e non voleva più combattere. Rifugiatosi in una caverna, vide un ragno, che per sei volte rifece la tela, senza successo. Vi riuscì alla settima.
A Robert sembrò un segno, ripartì all’attacco degli inglesi la settima volta e vinse.
Le rivoluzioni si fanno con pazienza.
Come del resto le soddisfazioni, arrivano, tessendo una tela, ma non è eterna, domani tocca ricominciare.
Le rivoluzioni sono come l’amore, mai troppo tenere, mai per sempre, bisognose di nuove primavere in qualche città.
Che poi il ragno è umile, creativo, capace di creare in mille difficoltà. Ispiratore di un eroe. Il più sfigato di tutti. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Così disse lo zio a Peter Parker. Mica cotica.
Le rivoluzioni sanno di solitudine, e di tegole.
È la metafora della lotta, Spiderman. Salta di tetto in tetto, e arriva da chi ha bisogno, da chi ama, e riparte.
Le rivoluzioni sono faticose.
E quel sorriso sghembo, chi cresce così, lo tiene per sempre. Portando dentro quella parte poco propensa ad accomodarsi. Un concetto latente di libertà universale, farcito di tanti ostacoli e troppa miseria.
È che ti guardi intorno, e fa male. È che vedi che non va parecchio, ma non rassegni a dire “io non posso fare un cazzo per cambiare in meglio tutto”. È tutto quello che vuoi. Ma non ce la fai a voltarti dall’altra parte.
Le rivoluzioni sono dannatamente periferiche.
Siamo tutti dentro le caverne. Come Robert The Bruce. Solo che sono dotate di televisore Led. E se vediamo un ragno lo uccidiamo, mica stiamo lì a farci far ragnatele in casa.
E non stiamo mica lì ad accordare il suono del nostro io con quello di qualcun altro. Non c’è tempo da perdere.
E magari per noi sarebbe il tentativo giusto, come il Ragno, come il prode Robert. Come chi dice basta, e fa finalmente da solo.
Le rivoluzioni richiedono accordo, come la musica. E forse, stoniamo troppo e non andiamo mai fuori dal coro.

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