Torniamo all'essenziale



Mi sono chiesto molte volte come mai, ogni volta che un profumo o un sapore ci fanno tornare all’infanzia, restiamo per un attimo bloccati e nostalgici. Troppo comodo soltanto dire che erano bei tempi. 
Poi a pensarci bene per tanti, tanto belli non erano. Almeno, io mi ricordo levatacce notturne per incomprensioni familiari, di cui non ero il protagonista. Ma assicuro che fare la comparsa non era certo facile. 
Diciamo che si glissava elegantemente sulla mia presenza. E la chiudiamo così.
E ascolto molte persone per le quali non è stata una bella infanzia, che adesso si consolano con fantasmi che hanno il lenzuolo consunto, da tanto ci tengono compagnia. A proposito, proprio per questo ho sempre adorato Sergio Caputo, che in una canzone narra di un fantasma che ha più paura della persona che perseguita, e la notte se c’è buio vuole dormire con lui. Ma questa è un’altra storia, dice l’oste del film “Irma la dolce”. 
Ci deve essere qualcosa di più. 
Ci pensavo l’altra sera, che con un buon pane a legna, mi stavo mangiando dell’olio, in un piattino.
Pensavo a mia nonna, che me lo faceva sempre, e se le dicevo che volevo altro, mi rispondeva: “allora non è fame, è capriccio”. 
Le ragioni di questa malinconia sono altre. 
Forse che a quei tempi vedevamo brutture senza capire, e da grandi ci hanno dato il decoder, e le abbiamo capite, tutte.
Forse che i genitori li vedevamo come statue solide, e invece erano colossi di ghiaccio al sole. 
E uomini e donne come gli altri, e a volte anche peggio. 
Forse abbiamo mangiato pane e olio, con la leggerezza di non capire che sarebbe tornato su, ma non subito. Dopo anni, e anni, e anni. 
E forse, da piccoli, quel pane e olio era solo pane e olio, non appesantito da una vita che ci fa cercare angoli di pace, con un piattino unto di qualcosa di buono. 
Era solo pane, noi eravamo solo noi. Non carichi di altro. E tanto, tanto, tanto più leggeri.

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