Che sia il popolo a rompere gli argini




Estratto dall'Ora Quotidiano del 22 novembre

Ci deve essere una forte voglia di metterci alla prova. Deve essere così. Nelle piccole e grandi voglie di giustizia, emerge sempre quella ragade procedurale, quel prurito fastidioso, per il quale chi ha sbagliato e di brutto non paga.
C’è un abusare di memoria spezzettata. Siccome non colleghiamo tra loro gli avvenimenti, abbiamo piccoli moti di sdegno per ognuno, che si rivelano onde emotive di minima che erodono ben poco.

Vedo le assoluzioni per il processo sul terremoto a L’Aquila, i mancati colpevoli di quattro anni di alluvioni in Liguria, mentre la gente che ha una vita se la vede spazzata via da esondazioni. Questo termine tanto di moda.
Ci agita e manifesta ulcere il parallelismo tra la condanna esemplare al comandante coreano e il nostro Schettino. Entrambi con morti sulla coscienza, ma uno ha beccato trentasei anni di carcere. L’altro va in vacanza, scrive libri e annuncia beatamente di volersi candidare in politica.
E nel frattempo nessuno viene punito, sanzionato, individuato.
Si apprende anzi, che spariscono prove, si inquinano, si omettono testimonianze.
Come nel processo Cucchi, o nel caso di Marco Pantani, in cui tutto è stato fatto, sembra, in maniera eufemisticamente superficiale.
Ciò che è più grave, il nostro paese non prevede alcuna punibilità per le prove occultate o le omissioni.
E nel frattempo i familiari delle vittime dell’amianto hanno più di tremila morti che non vedranno riposo, mentre i colpevoli hanno il reato prescritto, fresco fresco in Cassazione.
Danni, beffe, risate al telefono durante i terremoti, abbronzature da lupo di mare alle feste vip, case editrici che dicono agli assassini, ai colpevoli, se vogliono scrivere un libro.
Il tutto in una festa truculenta in cui si travalica anche il rispetto per chi ha perso qualcuno.

Eppure io sono convinto di una perla di saggezza. Che prima o poi qualcosa entra in cortocircuito, che si brucino i fili del buon senso e della reazione civile, che si dica “adesso basta”. Non parlo di reazioni inconsulte, ma proprio di un moto di sdegno e di rimozione forzata del problema, di proteste che non si fermano più.
Non lo so, non sembriamo più così abituati e narcotizzati, vedo segni di reazione. Sono convinto che esista un limite alla pazienza universale che viene esercitata.
Anticamente si chiamava rivoluzione, un termine bellissimo in astronomia, ma è anche vero che adesso non so come lo denominerebbero, visto che un torrente che straripa lo chiamano “esondato” e un lavoratore di troppo “esodato”.
A volte sono proprio i vocaboli arcaici a soccorrere. Come “rivoluzione”.

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