Ferite D'acqua


Ho amato Genova fin dal primo momento che l’ho vista. Ho capito dopo perchè. Era una Palermo più schiacciata, dove il mare e la montagna non vivevano una storia d’amore impossibile. Quasi si sfioravano.

L’ho conosciuta più di vent’anni fa, quando una parte essenziale della mia famiglia nucleare, ha deciso di proseguire la sua vita lì. Una volta stavo guidando dentro la città. Per chi non conosce Genova, sbagliare un vicolo o una traversa significa non uscire più da un dedalo di vie.

Mio padre era accanto a me e conosceva la città a suo dire da più tempo e molto meglio.
Io stavo guidando con una perizia che era strana per un novizio. Mi disse: “hai un rapporto mistico con le città di mare, sembra che la tua anima ci sia già stata, le conosci ancora prima di vederle”. Fu talmente bella come frase che la tengo ancora sotto la teca dei miei ricordi che ho di lui.

Ho amato Genova al punto da scegliere anche la squadra, diventando tifoso della Samp. Per la maglia e per le magie di Roberto Mancini. La mia seconda squadra dopo il Palermo.

Sono passati anni, e quel legame con la città ha seguito un rapporto ondivago, come un battito
con aritmie.
Ma non si è mai spento.
In questi giorni, in cui la città è stata frustata dalle alluvioni e dai torrenti, che senza colpa
l’hanno invasa, ho telefonato a chi mi è caro.
Una persona che vive proprio sopra il punto, dove quattro anni fa il Fereggiano in piena si portò
via delle vite.
Era spaventata. Per la prima volta in vita sua, dopo anni di esistenza condotta lì mi ha detto: “ho
paura”.
La paura di essere ricacciata dentro, di non poter uscire, per una vita normale che viene negata.
La paura che piova, in maniera pura e semplice. E che succeda mentre magari sei in giro e non
sai dove rifugiarti.
Di regolare la propria esistenza per colpa delle scempiaggini di chi ha soffocato la natura fino a
farla incazzare.
Di non possedere più nulla, nemmeno il tempo.
Ho paura. Mi diceva, e in sottofondo capivo che rumore fa una giornata di allerta meteo grave.
Plumbeo, ovattato, con un silenzio irreale che per nulla assapora di pace.

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