Fior di Loto



Estratto dall'ora quotidiano del 6 novembre 2014



Parlavo con un mio amico, delle scelte che si fanno nella vita. parlavamo di lavoro e delle sue difficoltà nel mantenerlo e trovarlo. Un amico di vecchia data, ritrovato da poco e che spero di non perdere mai più.
Una bella discussione, che si incentrava anche sulle cose che stavo scrivendo, e quanto gli piacevano.
Tu scrivi per i ricordi della mia generazione, tu riporti alla luce e fai rivivere un momento della nostra vita difficile, ma vissuto con leggerezza.
Parlava da palermitano, ci ricordavamo del 1992, di come la nostra città fu letteralmente squartata e fatta a pezzi da attentati a base di tritolo e trattative. Trattative che ancora adesso hanno eco, e contraenti che tra loro non avrebbero dovuto parlare.

Ci ricordavamo che forse per esorcizzare, continuavamo a vivere la nostra città come se nulla fosse. Salvo poi capire e partecipare alla indignazione collettiva. Salvo poi capire che tutto cambiava per non cambiare.
E che la nostra amicizia si perdeva, sperando che un’onda giusta la riportasse indietro.
Dopo anni lo ha fatto. Non con un messaggio in bottiglia, ma con una chat di Facebook, che se usato per scopi buoni fa anche bene, parafrasando una canzone di Faletti. Nel frattempo come niente ci sono passati davanti Governi fallimentari, figli, divorzi, Maxiprocessi, Un miracolo italiano, mai avvenuto, o forse sì, il miracolo di essere sopravvissuti. Ma non certo quello tanto promesso e mai troppo paventato. Politici collusi e ruffiani, partenze e arrivi dalla nostra città, tanto ingorda a prendere il nostro amore e tanto avara a restituircelo come possibilità di restare e di essere al sicuro. Ci sono passate davanti Torri Gemelle e solitudini orfane, Papi da fare se ne muore uno. In una banale parola, è passata una vita. Che non è servito raccontarci.

Durante la telefonata per informarci su come stavamo, e farci due feste di piacere di ascoltarci, gli ho chiesto.
Ma tu credi che impegnandosi con tutto ciò che abbiamo possiamo cambiare quello che non va?
Ha risposto.
Ancora i Cachi non sono maturi.
L’ho presa come una profezia botanica, una metafora azzeccata. Un suo modo di dirmi “non è ancora tempo di cogliere i frutti delle nostre speranze”
Gli ho subito detto che era una bellissima metafora, quella che aveva appena concepito.
Scusa, non ti stavo ascoltando, quale metafora? Effettivamente ero davanti all’albero di Cachi in campagna, e non sono maturi, bisogna aspettare una settimana.
Non era un simbolismo, amico mio, ma lo è diventato, che tu lo voglia o no. Per le nostre speranze, in questi tempi, purtroppo ancora i Cachi non sono maturi.


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