L'orologiaio




L’orologiaio non aprì il negozio. Era il suo giorno di riposo. E si mise a fare tante piccole riparazioni in casa. perchè chi lavora non si riposa mai davvero.
Era particolarmente allegro, gli affari andavano bene. Fuori, da dietro le finestre chiuse e velate da una tenda, sentiva il rumore della città che viveva. Convulsa e poco felice. Ma viveva.
Cambiò delle lampadine. Cercò quel cacciavite che non trovava. Si era spazientito, un paio di giorni prima nel non ricordare dove fosse. Stavolta fu più sereno e lo cercò cercando di ripercorrere a ritroso tutto quello che aveva fatto tenendo in mano l’utensile. In cucina, coniugò la ricerca alla colazione, lo sguardo vagava in pareti domestiche che sembrano irreali. Se guardi casa tua in orari inusuali capita che non sembri nemmeno che ci abiti. A metà tra favola e storia di spavento, c’è chi pensa che la propria casa venga vissuta da qualcuno di soprannaturale, se non addirittura dagli oggetti che teniamo sul tavolino, sulla credenza. Che prendono vita.

Si ricordò di quel cartone della Disney, Toy story, in cui succedeva ai giocattoli, di vivere quando gli umani si allontanavano. Sorrise, e inzuppò il biscotto nel latte. Del cacciavite nessuna traccia. Evidentemente, non lo aveva usato per riparare il forno, che aveva più rattoppi che pezzi originali.

Forse lo aveva usato per del lavoro che si era portato a casa, anche se escludeva questa possibilità mentre si grattava i peli della barba. Era troppo grosso per essergli utile con le piccole viti degli orologi. lo aveva prestato? Ormai trovarlo era una questione di principio. Le persone sole hanno delle testardaggini da cui non li distrae nessuno. Ecco che si arrovellano, mentre magari chi ha una famiglia si distrae e non pensa, tra le richieste dei bambini e le lamentele dei vecchi genitori.

Osservò il suo salotto. Ricordava quello di una casa americana anni ‘50. Non lo cambiava da tempo. Quando la vita è scandita dal mestiere che ti nutre e ti fa vivere, il resto diventa un “lo faccio domani”. Curioso. chi ha in mano gli aggeggi che misurano il tempo non ha mai tempo per sè.

Sorrise, nonostante il clamore della strada stavolta non gli piacesse per nulla.

Forse il cacciavite era in giardino. Ma nella sua mappa del percorso a ritroso, se lo ricordava davanti al televisore. Si avviò. Si ricordava che aveva cambiato le batterie del telecomando.

Il televisore era un altro pezzo di antiquariato. Ancora dotato di tubo catodico. Non c’era nulla di moderno nella sua vita. Ma ogni volta che lo accendeva, per lui era come essere Pinocchio davanti al teatro dei burattini. Una meraviglia ipnotica.

Davanti a lui il telecomando della TV. Accanto al telecomando, seminascosto, il cacciavite.

Accese la TV, con la contentezza di chi aveva ristabilito un equilibrio universale alle cose e al mondo. Tutto era a posto. Anche le piccole incongruenze degli oggetti non collocati.

Il Tg era condotto con una enfasi eccessiva. Il conduttore quasi urlava E diceva cose poco chiare.

Forse la confusione fuori storceva molto di quello che cercava di captare. Diede un’occhiata ai contorni dietro le tende e vedeva ombre correre e descrivere perimetri di fronte a casa sua.

Alla fine una parola in TV la sentì eccome. Era un nome. Il nome della città dove viveva lui. Strano che ne parlassero in un Tg nazionale.

Sentì anche un’altra parola, il nome del suo quartiere.

E quello che sentì dopo, non gli piacque per niente.

Si incamminò verso il giardino, non più per cercare il cacciavite, ma una spiegazione. E pensava. Non, può, essere, vero. Ho immaginato tutto.

Le parole associate alla sua città, che il giorno prima era tranquilla, e lui era andato a dormire cittadino libero. Sotto un governo precario ma non dittatoriale.

Le parole erano brutte, e lo erano non solo per il loro contenuto, ma perchè filtrate da una scatola magica.

Non ne aveva preso possesso direttamente, ma dalla TV.

Guerra, occupazione, morti, fuggitivi. Militari. Sparatorie per strada. Questo aveva detto la TV, col suo quartiere e la sua città.

Aprì la porta. Capì che aveva creato una pace artificiale, che la confusione non era la solita.
Un militare di cui si scorgevano solo gli occhi lo guardò dall’altro lato della strada. Tagliente.

Capì di non essere più un orologiaio in un giorno di riposo, ma un bersaglio. Un numero, un cittadino diverso, da soggiogare. O peggio.

Il militare gli puntò contro un mitra.
E lui capì che giorni di riposo e di disappunto per oggetti non trovati, non ne avrebbe più avuti.











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