Non spieghiamo Alice


Conosciamo quasi tutti la canzone di Francesco De Gregori, Alice.
Molti di noi avranno lasciato vagare la mente anche appiccicando immagini alle strofe. Io mi figuravo un pomeriggio domenicale, lo sposo ribelle, i gatti, una stanza con una donna che ha uno sguardo perso nel vuoto, mi immaginavo una persona che non stesse bene, sconfitta dalla vita.
Mi sono sempre chiesto con quale abilità romanzesca l’autore abbia fatto un vero e proprio racconto in versi. E da cosa abbia preso spunto, perchè poi ti aspetti che sia stata la realtà a far sì che tutto prendesse piede.
De Gregori ha detto tempo fa che era tutta una invenzione, una sua fantasia giovanile, nata da puro passatempo, che si è trasformata in una canzone.
Nulla da dire, molti scrittori attingono semplicemente dall’inconscio e da se stessi per capire e scrivere.
Non so perchè però, la spiegazione mi stride come gesso sulla lavagna.
Forse perchè alcune volte, gli scenari che ci facciamo, i sogni che lasciamo andare, le corse chilometriche con le cuffie, la radio che ci distrae usciti dal lavoro, non dovrebbero essere spiegati.
Spiegare qualcosa che abbiamo collocato nella nostra esistenza, è un po’ come sentirsi in dovere di giustificarlo: “sai quella canzone sta lì perchè mi ricorda il mio primo amore, quell’altra quando è morto il nonno”. Finchè magari lo fa chi ascolta va anche bene. Se lo fa l’autore chissà perchè, no.
O forse si sa il perchè. Come se si mettesse un paletto. Un sentimento confinato. Siamo costretti ad assimilare il nostro ricordo a quello di qualcun altro.
Forse sì, mi sa che provare a spiegare una canzone, un sentimento, uno stato d’animo, un rancore, fa incartare. Ci arrotoliamo su parole inutili.
Provare a spiegare un colore è impossibile, perchè perdersi a farlo?
Dovremmo imparare a non spiegare dalle canzoni, che scavano nell’istinto.
Magari così, ci sentiremmo anche meno in dovere di giustificarci.
E forse come dice una mia amica, non faremmo le cose perchè dobbiamo.
Ma perchè vogliamo.

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