In campo come nella vita


Estratto dall'Ora Quotidiano - 11 dicembre 2014

In campo come nella vita, lo diceva Nereo Rocco. Un allenatore per nulla alla moda, ma concreto. Pane e vino. e lui di vino ne beveva e se ne intendeva.
in campo come nella vita, come agisci, sei, specie in quello che sai fare meglio.
Puoi avere in mano la più grande arte del mondo e non saperla dividere, puoi essere arido di manualità e avere un grande cuore. hai le tue possibilità. che non sempre dipendono da te.
Non sei sempre quello con il pallone di cuoio mentre gli altri sbavano per giocarci.
Ci sono variabili, numeri, strade che sembrano appese come un burattino da animare.
E ci sei tu che puoi ricoprire tante parti.
Dipende solo dove nasci in questo cazzo di campo di gioco che chiamano mondo. e che ruolo ti sbattono in faccia.
Potresti essere al quarantesimo piano di un palazzo a vetri, e guardare una città che aspetta solo un tuo gesto.
Comandare mondi finanziari di moneta eterea, che mandano rovina vera.
O avere uno dei tanti ruoli da padreterno tascabile. che fa da giudice a vite altrui, per la legge del lupo, così poco nobilitato dal paragone.
Essere quel profugo che ha accettato la morte della persona cara, ma non il suo dover lasciare affondarne il corpo, mentre i militari vogliono tirare su chi è vivo e salvarlo da un barcone che affonda.
Potresti essere.
E allora magari giochi controvoglia un ruolo da comprimario, o una partita non importante.
Mentre c’è chi gioca la partita della vita, chi vince è dentro, chi è fuori è finito.
Sono le partite dozzinali, poco importanti che fanno giocatori scadenti. Più intenti a rimirarsi che a giocare.
A Palermo, quando gente di quartiere, in cui benedico i natali, giocava con certi fighetti, era andare sul velluto. li chiamavamo “tutti tacco e punta” quasi sembrassero ridicole ballerine, invece che pesti ceffi, come molti dei miei compagni. Che ancora ho nel cuore.
Trovarsi un ruolo, una identità che non serve a nulla più che rimirarsi. Così si fa.
E chiamiamo la solitudine, una scelta.
E giochiamo senza una posta in palio, staccati. Sempre più lontani dal vero campo. Dal vivo del gioco, dove tutto ha senso, si morde e si decide.
La vita dovremmo vivercela da titolari. Non da riserve. E senza riserve.
Solo con un ruolo. Noi stessi.
Come Giorgio Gaber, quando cantava quella canzone lì.
Mio nonno, è sempre mio nonno, è sempre Ambrogio, in ogni momento, voglio dire che non ha problemi, di comportamento.

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