L'e mei aver avù che aver da aver



Estratto Da L'ora Quotidiano del 21 dicembre 2014

Mi ricordo ancora che mi regalarono il primo lettore Cd quando passai gli esami di maturità.Volevo provarlo subito, e andai a vedere cosa proponeva il negoziante più vicino. Comprai un cantante esordiente. Sono sempre stato attento ai testi e mi piaceva come cantava. Rimasi
anche colpito da quello che c’era scritto nel libretto. Una frase in particolare mi piacque.

Da allora sono passate tante case. Voi misurate i periodi e gli anni a tempo, io a case. Quelle dove ho abitato, traslocando. Per poco o per pezzi di vita che sembrano costoni di montagna.
Una volta franati non hanno lasciato nulla.
Misuro il mio tempo con la mia prima casa, popolare, in un quartiere non certo “in” di Palermo. Dove ho capito tanti concetti di cui era intriso il cuore della mia città, che non a caso riproduce esattamente i colori della maglia. Rosa come i sentimenti caldi e la seduzione, come le amicizie e gli amori veri, la dolcezza e il calore tiepido di un sole che trasforma l’inverno in una barzelletta, quasi sempre. E nero, nero come il buio, la mafia, come il sangue rappreso sull’asfalto di morti che si contavano a centinaia e non era una guerra. Da quella casa popolare, mi spostai in un’altra dove mi fu trasmessa una coscienza, popolare, le lotte, per legalità e diritti, mi ricordo. Prima casa era famiglia, approssimativa, per carità, con qualche riserva, ma famiglia. Era l’ultimo posto che vide mio padre. E dove lasciai amici che non mi hanno mai lasciato, dove è tutto ciò che ero.

Il tempo si misura a case e traslochi, lasciare tutto per lavorare, significò nuove esperienze, consapevolezze di stare venendo su leggermente sbeccati, con qualcosa che si grippava.
Mancanza di radici, paura di spazi aperti, dialetti non miei, spalle non coperte da nessuno che mi proteggesse. Cambiare casa significò diventare padre, provare a confezionare su misura ruoli che la vita ti impone. Marito, impiegato, non deludere le aspettative, che a volte sono morse indicibili. E possono anche aiutare qualcosa che non sarà bello per la salute.

Furono case di disoccupazione, cassaintegrazione, da scrivere tutto attaccato, e ciò che fece più male di nuovi distacchi, per convenzione non sono mai colpa di nessuno, ma vengono quantificate debitamente da avvocati. Case di ripresa esistenziale, di scoperta dello scrivere come un efficace esorcismo contro certi fantasmi che andavano messi a nanna troppo spesso.
Di libri, di iniziative per il sociale, di partenze e di una Italia girata in lungo e in largo. Dalla mia terra al profondo nord. Amici e affetti sparsi, chi aspetta e chi sa che devi tornare a difendere le mura. In onore al tuo nome.

Nuova vita, nuovo affluente, altra casa, che dovrebbe essere fiume, nuove scelte che il cuore fa senza passare dal via, e senza dare alibi alle porte che si chiuderanno definitivamente. Credere a un sentimento, sperando che il sentimento creda a te. Scelte per cui nessuno premierà e
ringrazierà. Nessuno. Scelte che portano solo una sindrome strana, quella di fare salti di tetto in tetto per essere ovunque. Per essere da chi ha case in posti troppo lontani tra loro, ma coabita nel tuo cuore. Case, in cui arrivare, tornare. Una sorta di uomo ragno impazzito e stanco. Ma che non molla. Tempo che passa che si misura in case. E in posti, in vita vissuta senza pretesa di insegnare. Per cui però tanti vorrebbero darmi lezioni. Ma la verità è una.

Si vive da soli, e la propria vita è un vestito che a malapena sta giusto al proprietario. Si indossa da soli, la propria vita. Mi ricordo ancora quel primo cd di quella casa lontana, era il primo album di Ligabue. E mi colpì molto quello che c’era scritto sul libretto, una serie di frasi, tra cui questa: L’è mei aver avù che aver da aver.

È meglio aver avuto che aver da avere. Già.

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