Natale a casa Zanca



In una fine settembre di trentacinque anni fa, preso dallo sconforto salii nel solaio di casa e presi l’occorrente per farlo.
Era un pomeriggio piovoso e non potevo scendere a giocare con gli amici, il mio Big Jim era salito dalla Barbie del piano di sopra. Erano mesi che ci provava e finalmente lei aveva ceduto.
Di fare la solita guerra tra micronauti (chi li conosce non ha bisogno di tante spiegazioni), manco a parlarne.

Mi misi a fare l’albero di Natale. Mio nonno, che mi faceva da baby sitter, intervenne con la sua solita grazia diplomatica. Anni e anni da militare ad aver a che fare con “mericani” e tedeschi, durante la guerra saranno pur serviti a qualcosa. Mi disse “ma si po’ sapiri chi minchia fai??”.
Nessuno sospettava che ero solamente avanti con i tempi, visto che adesso, a ferragosto già vedo le luminarie natalizie che i primi clandestini carbonari iniziano a mettere fuori, travestite da candele per cacciare le zanzare.
La verità è che in famiglia a volte non capivano le mie doti di lungimiranza. E nemmeno la dote di mio padre capivano. La preveggenza. Lui sapeva.

Ad esempio quando faceva il presepe, usava mettere il terriccio dei gatti per fare le strade di sassi che conducevano alla grotta. Il terriccio ben si prestava a rendere realistica la coreografia di sugheri e pupazzetti. Ovviamente per evitare che i gatti raggiungessero il tutto, metteva il presepe in zone a loro inaccessibili.
Correggo, in zone ipoteticamente inaccessibili. Per cui spesso arrivavano alla installazione sacra e capivano che era composta del terriccio pulito e immacolato, dove loro in altre zone espletavano i loro bisogni.

Mio padre era preveggente. Perchè mettendo quel terriccio, sapeva che il fato prima o poi avrebbe fatto il suo corso, e sapeva che Natale ci aspettava, molte volte, quello che i gatti simboleggiavano con il loro arrivo al presepe.
Un Natale di merda.

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