Paradiso, purgatorio e pronto soccorso



Da L'ora Quotidiano del 3 dicembre 2014 

Marco lavora al pronto soccorso. Fa il medico di frontiera anche lui. Perchè se ci pensiamo bene un pronto soccorso assomiglia tanto a un purgatorio. Ti può toccare il paradiso pocket di una salvezza, o la versione tascabile di un inferno di sofferenze.
Marco si concede un’ora prima di prendere servizio, tra l’alba del suo giorno e il tempo accelerato del suo lavoro.
Ne ha viste tante. E dice di non saperle raccontare scrivendo.
Ha un entusiasmo di bambino, racchiuso in un corpo da rugbista. E ha una dote rara. Un attaccamento insano al suo lavoro.
Marco si prende il caffè, si veste con una calma da Slow motion. Perchè sa che dopo la calma sarà la donna che non potrà amare come vorrebbe in quelle ore.
Manca poco al suo incontro di oggi. E lui avverte nelle nubi cariche di rabbia che il tempo a qualcuno non basterà.
Avrà codici bianchi Marco, gente che poteva andare benissimo andare dal suo medico di base, ferite, ustioni, bimbi da addolcire, per curare una ferita che gli fa trattenere labbra e pianto, temendo un dolore da punti e da cicatrice.
Marco avrà corse, corsie, donne stanche e ferite, uomini che nel lavoro avranno perso la battaglia con l’impalcatura.
E sa che la sera porterà pioggia.
Perchè Marco ricorda ancora la sua ultima notte, e l’ultima prima dell’ultima. E così in sequenza.
L’ultima delle ultime notti. Eccolo lì. Il suo incontro. Quell’uomo guidava, e ha fatto una manovra brusca.
Marco guarda il corpo. E la macchina distrutta, E sa guardare. Amava le vigorsol, eccole lì, sul cruscotto. Amava Springsteen, il cd suona ancora e nessuno lo spegne, mentre lui prende tutto dall’ambulanza. I parenti accorsi compongono tutto. Era arrabbiato, aveva litigato al lavoro, o con la moglie. Il figlio la mattina gli aveva detto se per caso c’era un suo giochino perso in macchina, e lui lo aveva trovato. Eccolo nel portaoggetti. Il cellulare scaraventato dallo schianto. Era una persona calma, un bravo padre, un ottimo marito, problemi al lavoro, si vede dai fogli e dalle mail che prendono acque e gocce di pioggia ingiusta.
il sangue si mischia all’asfalto, si traveste il corpo da fantasma, con il lenzuolo che nasconde. Forse stava parlando al cellulare. Aveva un figlio che “ora chi glielo dice che il papà non c’è più?”.

Toccare quel corpo fa sua quell’anima, è lui Caronte. Lui lo tiene in vita per quei secondi che mancano a scrivere su un modulo, un decesso.
O come quando andò a constatare l’estremo gesto di un impiccato, in quell’albero ingrato che lo ospitava. Una landa desolata all’alba e frequentata in altre ore. Una statua di San Cristoforo che guarda ancora l’insano saluto dell’uomo pendente. Guarda la macchina, chiusa con cura, con il freno a mano tirato, la cura del dettaglio anche prima di lasciare tutto. La giornata finisce. Accompagnare vite. Quello per Marco è un compito interminabile, o gratificante. Lo diventa quando chi è salvo ti dice “grazie” con la sua stessa voce.

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